Worst off

Tiziano Scarpa



La protesta di Alessandro Baricco, che si ritiene maltrattato dai critici, avrà alcune conseguenze salutari. Una è questa: non si potrà più dire che gli scrittori prendono la parola perché sono mossi da invidia. Baricco non ha niente da invidiare a nessuno; semmai è lui, dicono, a essere invidiato. Ecco uno scrittore a cui non dovrebbe mancare nulla, che potrebbe stare tranquillo a godersela, e che invece ha qualcosa da ridire.

Io non ho niente di personale contro il Corriere della Sera. Posso fornire le prove. L’anno scorso ha pubblicato una recensione di Cesare Segre che giudicava molto positivamente un mio libro. (Ma anche se avesse pubblicato una stroncatura, non ci sarebbe nessun problema, è ovvio: occorre precisarlo? Visti i tempi che corrono, sì. Quindi mi tocca precisare che quando parla di me e del mio lavoro, in positivo o in negativo, il Corriere della Sera lo fa con correttezza).

Aggiungo, se non bastasse, che la Fondazione Corriere della Sera mi ha fatto l’onore di invitarmi proprio questo mese, il prossimo 21 marzo, a un incontro con Edoardo Sanguineti nella rassegna Scrittori e società – Generazioni a confronto, condotto dallo scrittore e giornalista del Corriere Paolo Di Stefano.

Non parlo dunque per rancori personali. Anzi, forse con questo intervento potrei procurarmi qualche inimicizia. Ma per quanto mi riguarda, non ho nessun motivo di rivalsa contro il Corriere. Semplicemente, non sono d’accordo con il timbro prevalente delle sue pagine culturali impostate da Pierluigi Battista.

Uno apre il Corriere un giorno, e legge: Iraq, Banca centrale europea, Scampìa, Sanremo, poi arriva alla sezione Cultura e legge: Mussolini.

Uno apre il Corriere il giorno dopo, e legge: Benedetto XVI, aviaria, Bush, Juve, poi arriva alla Cultura e legge: Togliatti.

Uno apre il Corriere un altro giorno, e legge: Berlusconi, Olimpiadi, fornitura di gas, Oscar, poi arriva alla Cultura e legge: Giovanni Gentile, Pio XII, Stalin, Hitler, De Gasperi.

Non che mi attenda chissà cosa da un giornale "borghese", come si diceva una volta. Figurarsi. Ma i temi e i problemi della cultura di oggi sarebbero così tanti. Invece, da un anno a questa parte, dalle pagine culturali del Corriere emerge principalmente un’Italia che non ha molto altro da fare che ripiegarsi ossessivamente sul ventennio fascista, la guerra, la Resistenza e l’immediato dopoguerra, un gioco delle parti e delle fazioni in cui destra e sinistra si rinfacciano vecchi torti riesumando all’infinito scorrettezze, crimini, complotti.

Italiani, che la rissa non smetta mai, che ci si incancrenisca per sempre nel proprio rancore di parte!

(O forse no, Pierluigi Battista è più astuto di così. Era proprio questo che voleva ottenere: un senso di nausea. Basta con gli scheletri negli armadi! Fascisti e comunisti, repubblichini e partigiani, potenti democristiani e intellettuali d’opposizione, erano tutti della stessa pasta, vecchie canaglie furbacchione che ne hanno fatte di cotte e di crude, le loro colpe storiche sono speculari ed equivalenti…)

Pierluigi Battista è anche l’autore di uno degli articoli più maleodoranti del 2005. È da poco uscita l’antologia Best off 2006, curata da Giulio Mozzi per minimum fax, che raccoglie il meglio delle riviste culturali su carta e in rete del 2005. Forse andrebbe fatta anche un’antologia delle malefatte culturali dell’anno scorso (una stagione particolarmente ricca). In Worst off 2006 bisognerebbe mettere anche questi 1766 caratteri:

Una vampata di vendite così ha colto tutti di sorpresa, compresa la casa editrice Mondadori che non ha fatto in tempo a ristampare il volume e rifornire tempestivamente le librerie subissate di inattese richieste. Perciò la stessa Demoskopea, che stila le classifiche dei libri più venduti, avverte che il romanzo di Pietrangelo Buttafuoco Le uova del drago non potrà questa settimana bissare il primato. Un fenomeno che dovrebbe indurre a qualche riflessione: l’opera prima di un giornalista che non fa lo scrittore di mestiere, estraneo ai circuiti dell’establishment, non sostenuto dal solito assordante battage promozionale, politicamente eterodosso, che raggiunge la vetta della classifica grazie alla potenza del passaparola e con l’unico aiuto di una sequenza di articoli del Foglio.
Non era previsto, soprattutto, che fosse accolto dall’entusiasmo dei lettori un romanzo che rovescia i canoni dello storicamente stabilito. I buoni, in questo romanzo ambientato nella Sicilia del ’43, sono nazifascisti e islamici affetti da anglofobia antioccidentale, i cattivi sono gli altri, i democratici, i "liberatori". Vuol dire forse che i lettori abbracciano lo stesso orientamento culturale di Buttafuoco? No, semplicemente vuol dire che la Repubblica dei lettori è molto più libera della Repubblica delle lettere, che è curiosa, affamata di punti di vista diversi, disposta ad accostarsi a storie sinora mai raccontate, indifferente alle solite dicotomie tra destra e sinistra. I lettori comprano libri senza badare a scomuniche preventive. Intuiscono che in un romanzo non conformista ci possa essere un nutrimento oramai assente dai libri canonici e decretano il suo successo. Una vicenda sorprendente, quella del romanzo di Buttafuoco. Ma anche molto istruttiva.

Corriere della Sera, sabato 12 novembre 2005.

Mi ricordo che in quei giorni la libreria Feltrinelli di Piazza Duomo a Milano aveva fatto una cosa che non avevo mai visto: un cartello appena dentro l’ingresso, con una freccia che indicava sotto di sé una pila di libri, e la scritta: "Buttafuoco". Evidentemente erano così tanti i clienti che richiedevano il libro ai commessi, da suggerire una soluzione pratica che non era stata necessaria nemmeno per Dan Brown, Melissa P. o Umberto Eco.

Che cos’era successo? Vampate? Subissi? Spontaneo entusiasmo? Potenza del passaparola?

Era successo che alla fine di ottobre 2005 Pietrangelo Buttafuoco era apparso in televisione, come ospite principale della trasmissione di Giuliano Ferrara, Otto e mezzo.

In quel programma, Ferrara si occupa di attualità, quasi mai di letteratura: assume quindi ancora più rilevanza che una puntata venga dedicata a un romanzo. È come se in quel caso la letteratura conquistasse l’urgenza di un’edizione straordinaria, una breaking news che interrompe il corso normale delle cronache. Ancor prima dei contenuti della trasmissione, il fatto stesso che l’ospite principale non sia un politico o un esperto o qualche altro protagonista dell’attualità, ma, inaspettatamente, l’autore di un romanzo, trasmette implicitamente questo messaggio giornalistico: "Lasciamo perdere la cronaca politica, mettiamo da parte la situazione internazionale: oggi c’è qualcosa di più importante della riforma della giustizia, del precariato, della crisi energetica: è uscito questo romanzo!"

Ferrara ha dedicato l’intera sua trasmissione a pochissimi autori italiani: ricordo Giorgio Dell’Arti (autore di una raccolta di microracconti: omicidi e suicidi presi dalla cronaca e riassunti in poche righe), Alessandro Piperno (invitato otto giorni dopo l’uscita del suo libro e già presentato come caso letterario grazie a un unico articolo) e Pietrangelo Buttafuoco.

Non per fare paragoni, ma tra gli scrittori stranieri Otto e mezzo ha ospitato Michel Houellebecq. Giuliano Ferrara ovviamente è libero di invitare chi vuole, ma non si può non ricavarne la sua idea di letteratura italiana: due su tre sono giornalisti del giornale da lui diretto, il Foglio (Dell’Arti e Buttafuoco), l’altro è un romanziere esordiente che una sola persona in tutta Italia (un cronista di editoria narrativa, uno soltanto – e prima ancora che il libro fosse disponibile in libreria e valutabile dai critici letterari e dalla "Repubblica dei lettori") aveva decretato essere un autore di talento.

Potenza del passaparola o del passaintivù? Libera Repubblica dei lettori o Telecrazia degli ipnospettatori? Se Battista sapeva del passaggio televisivo di Buttafuoco, il suo articolo è menzognero. Se non lo sapeva, è male informato (non è un gran complimento per un pezzo giornalistico).

Nell’articolo spicca poi per comicità involontaria l’espressione "grazie alla potenza del passaparola" seguita immediatamente da "e con l’unico aiuto di una sequenza di articoli del Foglio". Quale romanzo può mai contare su una sequenza di articoli di un giornale? Non uno o due, ma addirittura una sequenza. (Tra l’altro, lo stesso Battista aveva già recensito il romanzo di Buttafuoco sul Corriere del 30 ottobre, avviando anche su quel giornale una sequenza di articoli di sostegno per quel povero autore fuori dall’establishment...).

Tutte le altre considerazioni capziose e populistiche su "Repubblica delle lettere" e "circuiti dell’establishment" (alzi la mano chi non è contrario ai letterati e all’establishment), tutte le congratulazioni di Battista per la spontanea curiosità dei lettori affamati ed entusiasti franano di conseguenza.

In quel periodo il Corriere della Sera ha specificato scrupolosamente anche nella pagina delle classifiche, per due settimane, che il romanzo di Buttafuoco era stato penalizzato a causa dei rifornimenti non arrivati in tempo nelle librerie: notizia senz’altro vera, nessuno lo mette in dubbio; ma l’averla ribadita più volte, enfatizzandola persino nei titoli, denota una premurosità e un sostegno giornalistico mai riservati a nessun altro autore.

Inoltre, in un altro articolo di quel periodo, è stato messo in scena un confronto fra le copie smerciate dal romanzo di Buttafuoco e da quello di Baricco: risultava che Le uova del drago vendeva di più di Questa storia. Peccato che il primo fosse in libreria da un mese, e l’altro da due settimane. La cosa era obiettivamente ricordata nell’articolo. Intanto però i due cerchi colorati di blu che corredavano graficamente l’articolo, con il numero di copie vendute da ciascun libro, semplificavano il confronto, da cui risultava che il nuovo scrittore "di destra" era più amato di quello "di sinistra". Non si era ancora visto nulla di simile, sui giornali: la guerra dell’audience applicata ai consumi culturali editoriali; i dati presentati in maniera parziale, non truccati ma confezionati graficamente in modo da depistare il giudizio del lettore.

È vero, sono particolari meschini, e occuparsene è un po’ degradante. Ma il fatto è che la costruzione mediale di uno "scrittore" è fatta anche di queste piccinerie, e può essere interessante, per una volta, analizzare come funzionano nei dettagli queste operazioni così smaccate. Bisogna armarsi di pazienza e seguirle passo passo. Però per questa volta può bastare: accogliamo piuttosto il suggerimento di Battista, lasciamoci "indurre a qualche riflessione" da questo "fenomeno".

Con il fenomeno Buttafuoco abbiamo dunque assistito a come viene creato uno "scrittore". Gli si concede una visibilità che non viene offerta mai agli "scrittori di mestiere": lunghi passaggi televisivi in orari di massimo ascolto, sequenze di articoli, sottolineature giornalistiche del successo di vendite, demagogicamente attribuito ai lettori a dispetto delle consorterie letterarie o del "solito assordante battage promozionale". Tutto ciò attua la trasformazione mediale di un giornalista in uno "scrittore". Da quel giorno in poi, ecco che un giornalista potrà essere presentato come "scrittore".

Ma che bisogno c’era? A che cosa serve, uno "scrittore"? Che differenza fa, averne uno di più o uno di meno?

Queste accorte operazioni condotte con gran dispiegamento di mezzi dimostrano che il risultato di tutto questo investimento è importantissimo, che il gioco vale la candela: dimostrano che "scrittore" non è affatto quel ruolo sociale residuale, quella patetica macchietta marginale e inoffensiva che molti dipingono. C’è un assoluto bisogno di "scrittori". Prima o poi c’è sempre bisogno di uno "scrittore" affidabile, di verificato credo "politicamente eterodosso", che, per esempio, un giorno sostenga di non poterne più e scriva quaranta cartelle piene di rabbia e orgoglio, quattro intere pagine di giornale da offrire alla "libera Repubblica dei lettori" per "indurla a qualche riflessione" in un milione di copie.
(Degli "scrittori" hanno un disperato bisogno quelle parti politiche che non esprimono intellettuali rilevanti, perciò sono costretti a fabbricarli con questi mezzi: è un confortante segno di debolezza.)

Se certe cose le dice un giornalista, "vabbè, si sa, un giornalista coincide con il suo giornale…" "Non può dire quello che vuole…" "È portavoce della linea editoriale…" "E poi il suo mestiere è fare notizia, muovere le acque, mica dire quello che pensa…"

Ma se le stesse cose le dice uno scrittore... "Uno scrittore è un battitore libero, uno che non guarda in faccia nessuno…" "Uno scrittore dice le cose fuori dai denti." "E poi quello scrittore lì non ha amichetti letterati che lo spalleggiano, i soliti invidiosi sfigati élitari…" "Quello lì lo fanno parlare perché i lettori lo amano, se li è conquistati con i suoi libri, glieli comprano per il passaparola…"

A me non disturba che il romanzo di Buttafuoco abbia venduto tante copie. Vendono moltissimo anche le barzellette di Totti, i libri di Fabio Volo, il catechismo del Papa: non me la prendo in nessun caso, non provo invidia. Piuttosto, mi induce a qualche riflessione questo fatto: grazie alla libera Repubblica dei telespettatori di Giuliano Ferrara e alla libera Repubblica dei lettori di Pierluigi Battista, oggi l’Italia ha uno "scrittore" in più, uno "politicamente eterodosso", legittimato con tutti i crismi a farsi paladino di "punti di vista diversi" e "storie sinora mai raccontate" fornendo "nutrimento oramai assente dai libri canonici".

Mi torna in mente una sera piovosa di qualche mese fa, in una città abruzzese. Un critico letterario mi parlava di uno "scrittore" che frequentava da poco.

"Guarda che a conoscerlo è un tipo incredibile, simpaticissimo! Per dire che un film gli è piaciuto, non dice bello o fichissimo; dice nazi! ’Ho visto un film nazi’ per lui significa che è il massimo! E che gli vuoi dì, a uno così?", mi ha detto il critico letterario, ridacchiando tutto allegro.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica qualità quantità il 7 marzo 2006