Mattei e Borsellino

Giovanni Giovannetti



27 ottobre 1962. All’aeroporto di Catania, due “tecnici” e un “carabiniere” collocano circa un etto di esplosivo Compound B (come nelle “bombe appiccicose” del film Salvate il soldato Ryan di Spielberg) sotto il Morane Saulnier 760/B del presidente dell’Eni Enrico Mattei, che deflagra nel cielo di Bascapè alla fuoriuscita del carrello d’atterraggio.

La sera stessa della tragedia, una tiepida manina provvede ad alleggerire il contenuto della cassaforte di Mattei presso la sede Snam di San Donato Milanese.

A Bascapè, campagna pavese, in quelle ore accorrono in tanti (dal factotum di Eugenio Cefis Massimiliano Gritti all’investigatore privato Tom Ponzi). Accorre anche un nutrito drappello di uomini dell’Ufficio Affari riservati (Uaar), il Servizio segreto civile (in una fotografia di quel giorno, il funzionario di Polizia Giuseppe Romeo riconosce il futuro capo degli Affari riservati Elvio Catenacci). Sono alla sfacciata ricerca della borsa di Mattei, così sfacciata da provocare l’indignata reazione del professor Michele Salvini, che di Mattei invece cerca i resti: «si scavava soprattutto nella buca principale», dirà al magistrato pavese Vincenzo Calia il 2 febbraio 1995, ma il professore deve rilevare «con disappunto che chi scavava era alla ricerca soprattutto di una valigetta».

A noi che siamo di un’altra generazione, quel lontano episodio ricorda qualcosa di più recente. Sì, a noi ricorda il pomeriggio del 19 luglio 1992 a Palermo là dove, con una carica di esplosivo, la Mafia ammazza conto terzi Paolo Borsellino e cinque agenti della sua scorta. Sul luogo dell’agguato in via D’Amelio prima ancora della Polizia arrivano i colleghi del Sisde (erede dell’Uaar) che si disinteressano dei morti e vanno in cerca della sua borsa con l’“agenda rossa”, quella su cui il magistrato siciliano aveva appuntato ciò che ormai gli era chiaro sui rapporti tra Mafia e Stato (nella foto, il capitano dei Carabinieri Giovanni Arcangioli si allontana da via D’Amelio con la borsa di Borsellino). Secondo Salvatore Baiardo (vicino ai fratelli Gaviano) l’agenda rossa è ora in più mani, e una copia farebbe da “salvacondotto” al latitante numero uno della Mafia, l’inafferrabile Matteo Messina Denaro. E stando all’ex boss di Caltanissetta Luigi Ilardo (morto ammazzato il 10 maggio 1996), la mano dei Servizi traspare anche negli omicidi del parlamentare comunista Pio La Torre, dell’ex sindaco di Palermo Giuseppe Insalaco e dell’ex presidente della Regione Sicilia Piersanti Mattarella. Stando a questa lettura, queste morti, come la morte di Mattei, sarebbero morti di Stato.








pubblicato da g.giovannetti nella rubrica giornalismo e verità il 20 luglio 2021