Un estratto da “La pace sotto gli ulivi”

Antonio Galetta









Bene ma non benissimo, vero? Sarà una giornata molto lunga. Con gli occhi chiusi Nedia cerca di individuare ogni possibile variabile, e per ogni variabile ogni possibile comportamento, e per ogni comportamento ogni possibile interazione con i comportamenti delle altre variabili, e presto si trova davanti a una matrice il cui lato misura n+1, proprio dove n equivale alla sua capacità di calcolo. Gli scenari possibili, di per sé innumeri, si riducono a quelli scelti dal suo ottimismo, dalla sua paura e dal suo perverso desiderio che tutto vada in malora.
Visualizza allora una sé stessa lievemente più magra nella sala d’aspetto della Paraleksis, questa gigantesca struttura in vetro e acciaio alta sul Mediterraneo, in orario ma clamorosamente priva di assorbenti, accovacciata nel tentativo di nascondere il rosso in espansione tra le gambe. Scende dalla macchina, torna in casa, prende due confezioni di eco-tampon, le pigia nello zaino. Dovrebbe essere tutto. (Cellulare? Sì. Computer? No, hai deciso che…). È tutto. Sale.
Il motore è spento. Per prima cosa, cerca di valutare se sia il caso di rispondere alle mail ignorate il giorno prima. Solitamente, da quando si alza e prepara la colazione a quando si stende sulla parte sinistra del materasso, ne riceve non meno di una decina. Le riconosce dalla vibrazione, divisa in due colpi a distanza ravvicinata. È la stessa di quando il telefono sta per scaricarsi, per cui teme di restare sconnessa una volta ogni centodue minuti, in media. Riceve le newsletter di Libera, MSF, StartAppNetwork, gli avvisi di eBay e Amazon a ricordarle la scadenza di offerte che aveva messo tra i desideri, comunicazioni di servizio e richieste più o meno specifiche dai suoi collaboratori alla Spicy Software s.r.l. Qualche volta qualcuno si fa risentire, e lei risponde oppure no.
Tra le mail che adesso non sa ignorare c’è Riccardo Idrontino, quello che ancora deve finire la triennale a Bologna eppure è il-più-bravo-di-tutti, lo smanettone di Manduria che dandole del Lei chiede di allegare il codice sorgente del progetto presentato la sera prima. «Caro Riccardo, mi spiace ma non posso, ieri l’ho dimenticato e oggi…», mentre si rende conto che se non si muove rischia di perdere il treno. (Ma-a-a… la cintura? Oh sì, c’è). Accende il quadro, riscalda le candelette. Accende l’automobile.
La strada per immettersi sulla provinciale che porta al paese è larga neanche una volta e mezzo la sua macchina, ma si può percorrere in entrambi i sensi di marcia. Per fortuna ora è deserta. Sulla provinciale Nedia ha il tempo di scalare in seconda e pattinare sulla frizione per godersi la radura di terra rossa a margine del manto stradale, piena di ciottoli come efelidi bianche, e i mille toni di verde degli alberi sullo sfondo (verde-argento, verde-ghiaccio, verde-cos’altro?).
È qui che si accorge di essere pronta. Malgrado tutto, sì: pronta per scavare nel Salento un tunnel personale in fondo a cui compiere il salto. È guardando il verde-smeraldo, il verde-iride con riflessi di vetrata che sente chiaro il proprio progetto: un’opposizione massima e istantanea, massimalista e simultanea: introdurre la WHAT?NESS nella pancia lardosa e compatta del linguaggio intorno ai populisti, sporgerla dall’interno, come un tumore o il primo tubicino della dialisi, illuminare tutti, tutti chiamare per nome.

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pubblicato da l.cristiano nella rubrica libri il 13 luglio 2021