"Come qualcuno che mi spia di nascosto"

Giovanni Giovannetti



Mentre lavora a Petrolio, Pasolini cerca notizie e una qualche rara fotografia del presidente della Montedison Eugenio Cefis, nativo di Cividale. Di lui chiede un po’ a tutti, anche all’amico friulano Luigi Ciceri: come ricorda la moglie Andreina Nicoloso Ciceri, nell’agosto 1975 Pasolini “telefonò – ricordo, era di sera – per chiedere a mio marito di cercare informazioni su un personaggio importante, di origini friulane, che era un’eminenza grigia della finanza nazionale” (Nicoloso Ciceri 1996, 292). Mesi prima lo scrittore si era visto con il poeta Mario Reali, a quel tempo responsabile dell’ufficio Montedison di Mosca: “Un giorno, eravamo negli anni Settanta, Giuseppe Ratti mi avvertì che Pier Paolo Pasolini voleva parlarmi. Ero a Roma e me lo vidi arrivare al Grand Hotel St. Regis di piazza Repubblica: stivaletti neri, jeans aderenti, maglietta a girocollo nera e giacchetta di pelle nera, occhiali scuri, profumato. Avrei voluto fargli leggere le mie poesie, ma lui invece voleva sapere cosa pensavano i russi della morte di Mattei” (Greco, Oddo 2016, 263).

Pasolini domanda poi a Reali “che tipo d’uomo fosse Cefis e se avessi delle sue foto. Com’è noto, Cefis ordinava di distruggere le immagini che lo riguardavano” (Greco, Oddo 2016, 263). Reali è morto nel dicembre 2017. Peccato, poiché queste sue parole avrebbero meritato un qualche approfondimento. Ma da ciò che sappiamo quanto meno emerge che nel gennaio 1975 una figura apicale del firmamento petrolchimico come il vogherese Giuseppe Ratti – stretto collaboratore di Enrico Mattei e di Eugenio Cefis prima all’Eni e poi alla Montedison – viene a conoscenza e manifesta il suo interesse per le ricerche di Pasolini (fra l’altro Ratti è un po’ come l’ingegner Carlo Valletti, sempre in giro per affari). E che, nel favorirlo, i curiosi vertici del gruppo petrolchimico forse provano a sondare le mire dello scrittore.

Reali promette infine a Pasolini qualche foto di Cefis a Mosca, con tanto di colbacco sul capo. Che uso pensa di farne? A ben vedere, un altro capitolo in fieri (e dunque ‘mancante’) sono le fotografie che Pasolini cita con sufficiente precisione in Petrolio e forse destinate a entrare nell’incompiuto romanzo. Non sappiamo se era sua intenzione distribuirle nel testo, oppure procedere per accostamenti, come nella coeva Iconografia ingiallita della Divina Mimesis (1975), l’opera che “in contenuti e struttura “meglio anticipa la forma maturata in Petrolio” (Stigliano 2019, 55). Certo comunque Pasolini va coltivando un crescente interesse per l’interazione tra il linguaggio scritto e quello visivo. Per Petrolio, lo scrive lui stesso: “accanto alla ricostruzione letteraria ci sarà una ricostruzione critica figurativa” anche con immagini riprese dai giornali, poiché “tali illustrazioni sono di grande aiuto nella ricostruzione di scene o passi mancanti” (Pasolini [1992] 2005, 3). Vediamone alcune.

Il padre Carlo

Come Carlo Emilio Gadda nella Cognizione del dolore (Terzoli 1993 e 2005), Pasolini sembra ravvivare i suoi ricordi ripassando l’album fotografico di famiglia. E la descrizione che fa del padre Carlo Alberto all’Appunto 4, Continua la follia prefatoria: che cos’è un romanzo?  prende spunto da una fotografia: “È rimasta una fotografia di mio padre diciassettenne, poco prima che partisse come volontario per la guerra libica: è un ragazzo molto bello. Forte come un toro, elegante, di una eleganza un po’ teppistica, appunto, da figlio di una famiglia ricca e decaduta, viziato e rozzo nel tempo stesso; nei capelli e negli occhi neri c’è qualcosa di cattivo: è la sua sensualità che appare violentissima, e che lo rende troppo serio e quasi torvo. La purezza della sua guancia giovanile, la perfezione del suo corpo (era però un ragazzo di bassa statura, un bassetto) era quella di chi possiede un gran cazzo. Eppure tutto questo, insieme, esprimeva una volontà ostile, quasi l’eccesso di difesa di chi pur vantando violenti diritti sul presente, prevede una futura tragedia, che avrebbe trasformato i suoi diritti in degradazione” (Pasolini [1992] 2005, 31).

Il portinaio padovano ammazzato dai neonazisti

All’Appunto 103 L’Epochè: Storia delle Stragi, Pasolini scrive: “Uno di questi cade davanti ai suoi piedi di notte dal quarto piano di una clinica (D’Ambrosio). Uno muore cadendo nella tromba dell’ascensore” (Pasolini [1992] 2005, 491). Pasolini dunque sa che, indagando su piazza Fontana, il giudice milanese Gerardo D’Ambrosio ha dovuto giocoforza inciampare sulla morte non proprio accidentale di Vittorio Ambrosini, un avvocato vicino agli ambienti neofascisti romani. Ambrosini apprende alcune verità scottanti sugli esecutori materiali della strage milanese e le riferisce all’amico Achille Stuani, un ex deputato comunista. E Stuani è anche tra gli intervistati nel film-documentario 12 dicembre, la contro-inchiesta di Lotta Continua sui fatti di piazza Fontana firmato da Giovanni Bonfanti, un film a cui Pasolini contribuisce anche economicamente. Ciò che il fascista Ambrosini rivela al comunista Stuani è riportato quasi in tempo reale nel libro-inchiesta collettivo La strage di Stato, pubblicato per la prima volta a Roma nel giugno del 1970 da La Nuova Sinistra e Samonà Savelli, con un corredo iconografico, omesso nella ristampa del 2000 (la nuova edizione è stata tuttavia aggiornata con un’intervista al giudice G. Salvini, e attribuzione esplicita a E. M. Di Giovanni, M. Ligini come principali estensori del testo). Si legge infatti nel libro-inchiesta (per più d’un motivo da ascrivere tra le fonti di Pasolini in Petrolio) che la sera di mercoledì 9 dicembre Ambrosini partecipa a una riunione nella sede romana di Ordine Nuovo dove, presente un deputato del Msi, era stata presa la decisione di “andare a Milano a buttare per aria tutto”. Alla persona che doveva recarsi a Milano per fare questo o per portare il messaggio, venne affidato del denaro: tre pacchi di biglietti di grosso taglio più un assegno. Questa persona era partita la sera stessa con il direttissimo Roma-Milano delle 23,40 (AA. VV. 1970, 124). Ambrosini verrà ‘suicidato’ a Roma il 20 settembre 1971 – un anno dopo l’uscita della Strage di Stato  – precipitando dal quarto piano del policlinico Gemelli, la clinica presso cui è ricoverato, proprio come si legge in Petrolio. Sappiamo nome e cognome anche di colui che in Petrolio “muore cadendo nella tromba dell’ascensore” (Pasolini [1992] 2005, 491): si tratta di Alberto Muraro, un ex carabiniere, portinaio dello stabile padovano in cui abita il terrorista nero Massimiliano Fachini. Muraro si accingeva a confermare al giudice istruttore Carmelo Ruberto la responsabilità del gruppo di Freda e Ventura in alcuni attentati compiuti a Padova tre mesi prima della strage di Milano. All’appuntamento con il magistrato, calendarizzato per il 15 settembre 1969, Muraro non potrà recarsi poiché il 13 settembre viene gettato dal terzo piano nella buca dell’ascensore. Lo scrive Pasolini in Petrolio; lo si vede nella foto che mostra il cadavere di Muraro riverso in fondo alla “tromba dell’ascensore”.

Henke alla festa della Repubblica

All’Appunto 97 I narratori, Pasolini tratteggia la figura dell’ammiraglio Eugenio Henke mentre fuma in controluce: “Confondendo il fumo della sua sigaretta col pulviscolo del raggio di sole che, caravaggescamente, irrompeva nel salone del Quirinale, se ne stava un uomo tutto vestito di bianco con un berretto bianco posato sul magro viso di minuscolo ragazzo invecchiato, ingrinzito anche dalla smorfia dovuta al fumo della sigaretta incollata alla bocca. Era il generale Eugenio Henke” (Pasolini [1992] 2005, 434). Henke era il capo del Servizio Informazioni Difesa dal 1966 al 1970, prima di Vito Miceli. La descrizione che ne fa Pasolini è l’ekphrasis della fotografia di Dario Bellini all’ammiraglio (non era generale), pubblicata il 4 agosto 1974 da “l’Espresso” a corredo dell’indagine di Giuseppe Catalano sui “mattinali” del Sid a Eugenio Cefis (sì, il Servizio segreto di Stato era asservito a questo privato cittadino). E “dietro il raggio di sole, che accecava”, scrive Pasolini, “pareva spalancarsi una voragine buia” (Pasolini [1992] 2005, 434).

Se per le foto dell’ammiraglio Henke e di Alberto Muraro è facile risalire al singolo scatto, per altre è ipotizzabile solo il soggetto o la sequenza o l’argomento.

Eugenio Cefis alias Aldo Troya

Pasolini può vedere il volto di Cefis solo nelle sue rarissime apparizioni televisive o in qualche fotografia pubblicata sui giornali. Se negli anni trascorsi all’Eni, settore pubblico, Cefis riesce facilmente a ‘nascondersi’ (“Aveva persino proibito che apparisse la sua immagine o il suo nome sui giornali”, dirà Mario Pirani a Vincenzo Calia, il magistrato che ha condotto l’ultima indagine sulla morte del presidente dell’Eni Enrico Mattei), da quando è alla guida della Montedison – una società compartecipata – la sua esposizione mediatica aumenta suo malgrado. In alcune delle fotografie di allora, sui giornali, Cefis appare sorridente.

All’Appunto 22 Il cosiddetto impero dei Troya: lui, Troya, Pasolini ne dipinge questo ritratto: “Lui, Troya, è un uomo sui cinquant’anni, ma ne dimostra meno. La prima cosa che colpisce in lui è il sorriso. Colpisce, prima di tutto, perché si sente subito che è un sorriso divenuto stereotipo. Egli è un uomo pubblico, quindi è costretto a sorridere, a quanto pare. Ma il suo anziché essere un sorriso, rassicurante, splendente, anzi, radioso, da ‘uomo medio’, che essendo un bravo padre di famiglia, un simpatico lavoratore, un buon cattolico, non ha niente da rimproverarsi […]. No. Non si trattava di un sorriso di questo genere, tanto comune tra gli uomini pubblici. Il sorriso di Troya è invece un sorriso di complicità, quasi ammiccante: è decisamente un sorriso colpevole” (Pasolini [1992] 2005, 103). Proprio il sorriso delle foto pubblicate sui giornali.

Massacro sul treno

“La bomba è fatta scoppiare: un centinaio di persone muoiono, i loro cadaveri restano sparsi e ammucchiati in un mare di sangue, che inonda, tra brandelli di carne, banchine e binari”, scrive Pasolini in Petrolio (Pasolini [1992] 2005, 577). Pare lo scenario davvero poco romanzesco della strage sull’Italicus del 4 agosto 1974, a San Benedetto Val di Sambro.

Pur agghiacciante, nelle intenzioni di fascisti e strateghi della tensione questo massacro avrebbe voluto essere ancora più apocalittico. Questione di minuti: fosse esplosa poco prima, quando il treno era nel mezzo della grande galleria dell’Appennino lunga 18 chilometri, i 342 passeggeri sarebbero tutti morti o bruciati o asfissiati. A Firenze il treno sconta 26 minuti di ritardo e verso Bologna corre veloce. Al momento dello scoppio, la quinta vettura della prima classe con l’ordigno incendiario si trova ormai a soli cento metri dall’uscita della galleria: per inerzia il treno scivola sulla banchina della vicinissima stazione di San Benedetto con una sola carrozza in fiamme, ma sono cento metri d’inferno e 12 persone muoiono carbonizzate; altri passeggeri in preda al terrore si trascinano sanguinanti fuori dal treno. Come non accostare allora il passo di Petrolio ai cadaveri sulla banchina, pietosamente coperti da un lenzuolo, in una delle fotografie scattate alle prime luci di quell’alba?

Quel DC9 tanto simile all’aereo di Mattei

In Petrolio un’altra descrizione ‘fotografica’ è quella del DC9 Alitalia caduto nel deserto. Pasolini ne dà questa descrizione all’Appunto 98, L’Epochè: Storia di un uomo e del suo corpo: "Il DC9 stava finendo di bruciare: era tutto nero. Solo un pezzo della coda era stato risparmiato dalle fiamme. Il rottame di < > che sembrava vile bandone, era dipinto di giallo con una striscia blu (Pasolini [1992] 2005, 438). Proprio come il bireattore Morane Saulnier di Mattei caduto a Bascapè il 27 ottobre 1962, che Pasolini può aver visto nelle foto pubblicate dai giornali a seguito dell’attentato: la coda è conficcata nel terreno, stesso colore dell’aereo.

Il corpo di Feltrinelli sotto il traliccio di Segrate

“Non era che il sedici o diciassette marzo 1972...”, scrive Pasolini in Petrolio (Pasolini [1992] 2005, 245). Di ritorno dalla Siria, l’ingegner Carlo Valletti, protagonista del romanzo, apprende la notizia della morte di Giangiacomo Feltrinelli, saltato in aria a Segrate: “l’immagine del traliccio ai piedi del quale Feltrinelli era morto divorava qualsiasi altra immagine reale che il continuare della vita cominciava subito a offrire come alternativa consolatoria (riuscendoci, alla fine). Ma il giorno del ritorno di Carlo dalla Siria ancora non si sapeva nulla dei particolari della morte di Feltrinelli: si sapeva solo che il morto era lui” (Pasolini [1992] 2005, 245-246).

Dopo la strage di piazza Fontana a Milano del dicembre 1969, Feltrinelli decide di entrare in clandestinità. Muore il 14 marzo 1972 in circostanze mai del tutto chiarite.

Il suo corpo nudo, poco prima di morire

Sono le celebri sequenze fotografiche di Dino Pedriali che ritraggono Pasolini nell’ottobre 1975 alla torre di Chia chino sul pavimento mentre disegna più volte il profilo di Roberto Longhi su grandi fogli bianchi; e poi nudo, all’imbrunire, da oltre la vetrata della stanza da letto, disteso a leggere un libro sopra una coperta all’uncinetto (Pedriali 2011a). In altre foto della stessa serie, Pasolini è a Sabaudia mentre scrive a macchina e corregge a penna uno dei suoi articoli, Aboliamo la Tv e la scuola dell’obbligo, uscito lo stesso mese dello scatto di Pedriali sul “Corriere della Sera” (Pasolini 1975 [1999]). Sono fotografie di cui Pasolini è regista e interprete, e a questa rappresentazione del suo corpo, lui stesso sembra alludere nella lettera a Moravia pubblicata in fondo all’incompiuto romanzo: “No: io ho parlato al lettore in quanto io stesso, in carne e ossa...” (Pasolini [1992] 2005, 579-580).

Stando a Pedriali, lo scrittore avrebbe voluto utilizzarle in Petrolio, fingendoli scatti ‘rubati’: “Ti fotografo dall’esterno, se sei d’accordo, oltre gli alberi e i vetri” dice Pedriali; e Pasolini: “ti chiedo solo di farlo come se venissi sorpreso o, meglio, come se non mi accorgessi della presenza di un fotografo. Solo in seguito mi comporterò come se intuissi la presenza di qualcuno che mi spia di nascosto” (Pedriali 1911b). “Quando rientro” come racconta il fotografo a Lorenzo Viganò, che lo sta intervistando “lui si è già rivestito e mi viene incontro”: “Separa questi rullini dagli altri”, dice. “E telefonami quando sono pronte, ma mi raccomando: non dire niente a nessuno. Appena vedrò le foto ti spiegherò dettagliatamente il lavoro. Ricordati però che avremo molti nemici, anzi tu ti creerai molti nemici, perché la gente non capisce”. Ci lasciammo così (Pedriali 1911b). Questi scatti Pasolini non li potrà mai avere, perché l’ammazzano qualche giorno dopo.

Ragazzi siciliani

All’Appunto 3d Prefazione posticipata (IV)  Pasolini descrive “una vecchia fontana alessandrina o romana, con in mezzo dei papiri, e intorno ragazzi mezzi nudi” (Pasolini [1992] 2005, 27). Siamo a Siracusa, e Carlo vede finalmente arrivare la persona che sta aspettando: è uno scrittore che abita a Roma “in un bianco quartiere ai margini della città, cominciato a costruire ai tempi del fascismo”, l’Eur, “accanto a una enorme chiesa – una specie di falso San Pietro tutto bianco” (la basilica dei Santi Pietro e Paolo è a cento passi da via Eufrate 9, l’ultima residenza terrena di Pasolini). Lo scrittore vive assieme a “una donna anziana con l’aria da bambina” che parla con un forte accento veneto (come Susanna, la madre di Pasolini). Questo scrittore, e cioè Pasolini, è anche una donna senza età, dagli occhi azzurri "[...] come quelli di certi gatti, e obliqui, ora pacifici – fin troppo – ora fiammeggianti ma instabilmente, di una aggressività nevrotica e intellettuale. La loro luce illuminava tutta la testa eretta, che assomigliava un po’ a quella di certi ragazzi siciliani fotografati al principio del secolo da raffinati turisti tedeschi"(Pasolini [1992] 2005, 27). L’allusione alle fotografie del tedesco Wilhelm von Gloeden è qui palese; Pasolini pensava di riproporre in Petrolio una o più d’una di queste foto? Forse lo scrittore già coltiva l’idea di inserire nel romanzo fotografie, “alla von Gloeden”, di se stesso nudo.

Quanto alla “donna senza età” di cui si è detto, lei era in compagnia di una persona dalla voce “acuta e stonata, e diceva, in modo elementare, le cose raffinate che dicono gli intellettuali” (Pasolini [1992] 2005, 27). Allusione a Moravia? E questa donna dagli occhi azzurri cercata da Tetis, così “padrona del proprio pensare”, sembra il ritratto di Dacia Maraini. Ma forse Pasolini si è divertito a sommare le sembianze di Dacia, compagna di Moravia, con il temperamento “passionale viscerale e tempestoso” di Elsa Morante, la moglie da cui Moravia si era nel frattempo separato. Non per niente “nel suo insieme il viso era il viso di una giovane gatta” (Pasolini [1992] 2005, 27). Del resto, e proprio in Petrolio, lo scrittore scrive di voler creare personaggi “come sintesi di un’infinità di personaggi”.

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pubblicato da g.giovannetti nella rubrica appello pasolini il 23 giugno 2021