La peste del like

Jonny Costantino



Ripubblichiamo l’elzeviro d’apertura di "Mimì", l’inserto culturale domenicale nazionale del «Quotidiano del Sud», il numero di domenica 20 giugno 2021.

Il 27 giugno 2006 dialogavo con Terry Gilliam per “Cineforum” al termine di un’anteprima bolognese del suo Alice nel paese delle meraviglie, ovvero Tideland. Si sfogava così il chisciottesco cineasta: «Quel che si dà in pasto al pubblico sono prodotti di una stupidità incredibile, roba predigerita e priva d’interesse, pappetta per neonati. Oggi sono davvero pochi i film in circolazione che vale la pena di andare a vedere, i film che inducono lo spettatore a riflettere. Per questo sono costretto a farli io».

Quello che sto ponendo è un problema, in primo luogo, d’artista. L’artista, perlomeno, che prova troppo disagio per zompare sul pacchiano carrozzone del così fan tutti. L’artista in rivolta contro lo status di fabbricante di «pappette per neonati». L’artista che ha bisogno d’identificarsi con le forme espressive che crea. L’artista che tende, con un parolone, all’autenticità. Ebbene – che armeggi con le immagini, le parole, i suoni – questa specie a rischio ma non protetta dovrebbe tatuarsi dove non batte il sole la seguente frase di Cocteau, un talismano che sta in epigrafe a Le Potomak (1919), il suo romanzo d’esordio: «Quel che il pubblico ti rimprovera coltivalo, sei tu».

Un artista è essenzialmente ciò che gli viene rimproverato. Siamo i nostri difetti, i nostri azzardi, le nostre proteste, i nostri pozzi ctoni, i nostri spigoli vivi. Siamo la nostra ferita, tanto più quando essa duole, quando suppura, quando spruzza e spruzzando sprizza. Luce e calore.

Siamo i nostri errori e, a tal riguardo, il non-solo-poeta si rifà alla lezione di un amico degli anni d’oro, a quel «maestro della sacralità dell’errore» ch’è Pablo Picasso, il quale «riteneva che soltanto gli errori prevalgono sull’abitudine» per conferire all’opera «quel rilievo casuale senza il quale il conformismo tesse la sua tela». La citazione proviene da un libro apparso nel giugno 1962, un anno prima della morte di Cocteau, Le Cordon ombilical.

Il cordone ombelicale cui si riferisce questo ragazzo terribile del Novecento è quello tra noi e le nostre opere. Una volta tagliato suddetto cordone, ci ritroviamo tragicamente o comicamente soli su un’isola deserta, unici giudici di noi stessi, disorientati da un guappo che in fondo conosciamo poco niente: l’io oscuro che ci governa.

Piacere a tutti vuol dire non piacere davvero a nessuno. Qualcuno ci rigetterà in blocco. Qualcuno si leccherà i baffi con la nostra polpa e lascerà nel piatto la pelle e le ossa. Qualcuno andrà dritto al midollo e con accanimento succhierà. Qualcuno non ci capirà un’acca e qualcun altro, pur capendo, ci rifiuterà perché si sentirà in qualche modo accusato o delegittimato dai nostri esiti, ci rifiuterà perché magari anche lui è un artista e il suo meccanismo di solitudine non coincide col nostro meccanismo di solitudine, ci rifiuterà perché banalmente non gli piace il nostro sapore.

Qualcuno però ci amerà e coloro che ci amano quando ci mettiamo a nudo non sono più semplici ammiratori bensì – come rammenta Cocteau – «sono degli amici».








pubblicato da j.costantino nella rubrica giornalismo e verità il 22 giugno 2021