Fino all’ultimo respiro con Mauro Covacich

Silvio Bernelli



Non sono molti gli scrittori italiani capaci di raccontare il legame tra mente e corpo. Forse pulsioni, reazioni chimiche e lampi vibrazionali dell’interfaccia tra Sé e realtà circostante non fanno granché parte di una cultura cattolica millenaria, che ha considerato il corpo più un oggetto da ignorare o mortificare che uno strumento di conoscenza. Oppure è colpa del retaggio delle adunate fasciste con centinaia di balilla schierati in truppe compatte, che a lungo non ha fatto vedere di buon occhio la cura di muscoli e ossa. Fatto sta che la narrativa italiana è stata spesso una scrittura "di testa", intellettuale, più interessata ad analizzare il paesaggio mentale che a scandagliare le reazioni innescate dal corpo.

Un campione di scrittura olistica è invece Mauro Covacich. Triestino di nascita, romano d’adozione, classe 1965, Covacich è un autore di punta del panorama letterario italiano e per decenni è stato un maratoneta; uno di quei corridori guizzanti e scheletrici perennemente attenti a controllare il cronografo al polso che si vedono a milioni nei parchi cittadini. Anche grazie a questa passione per la corsa, Covacich aveva fatto parlare molto di sé nel 2003 con il potente romanzo A perdifiato. Il libro raccontava la storia di un allenatore della Federazione italiana di atletica spedito in Ungheria ad occuparsi della squadra nazionale femminile di maratona. Il corpo (più di tutti quello della co-protagonista Agota, trasfigurato da una gravidanza inattesa), era l’elemento centrale attorno al quale Covacich tesseva la vicenda di un uomo in bilico tra Italia e Ungheria, e tra due donne e due destini inconciliabili. Quest’ultima era poi la medesima situazione in cui si trovava l’autore stesso nello spietato romanzo autobiografico Prima di spariree del 2011. La scena centrale del libro era dedicata agli istanti della separazione tra lo scrittore e la moglie Anna; quelli in cui si litiga per l’ultima volta, si va in giro storditi per casa ficcando gli avanzi della propria vita in una borsa e infine ci si chiude alla spalle una porta che non si riaprirà.

Il capitolo è interamente costruito utilizzando come controcanto narrativo l’avventura di Aron Ralston, l’escursionista americano che si è amputato un braccio con un coltellino svizzero pur di liberarsi dalla roccia che l’aveva imprigionato nel cuore di uno sperduto canyon dello Utah. Dalla storia raccontata nel memoir per cuori forti scritto proprio da Ralston è stato tratto il film di Danny Boyle 127 ore (il tempo che l’uomo ci ha messo per liberarsi dalla pietra che l’aveva imprigionato). Il parallelismo tra l’amputazione che si prova al termine di una relazione e quella del braccio dell’escursionista è pieno zeppo di termini quali "fendere", "resecare", "tagliare", "fasce muscolari", "adrenalina", "coagulare" eccetera. Il risultato è un passaggio autobiografico di densità chirurgica che non si dimentica. Ora, sul piano tecnico e linguistico, l’autore ha deciso di restituire al lettore un’esperienza simile in questa nuova fatica, Sulla corsa in libreria per La Nave di Teseo (pp. 128, 15 €).

Il volume è di natura inafferrabile, proprio come un corridore in fuga: memoir e romanzo autobiografico (che non sono la stessa cosa), ma anche saggio e manuale per sportivi incalliti. Ciò che è importante sottolineare è che in questo testo, congegnato saltando avanti e indietro nel tempo e tra argomenti diversi, qualunque atleta, di professione e non, troverà tutto se stesso. Il libro si propone nel suo insieme come uno specchio di tutte le ossessioni del maratoneta: la dieta crudele, il progressivo asciugamento del corpo fino al punto in cui gli amici ti chiedono se stai bene, l’inesauribile spinta in avanti che non ha come scopo quello di conquistare lo spazio - questo avviene per così dire, incidentalmente - ma il tempo. Un tempo che viene prima frammentato in allenamenti matematici, e che poi soltanto nella gara trova la misura agognata. Che ovviamente, deve diventare sempre più breve. Altrimenti, che gusto c’è?

Il libro si apre con la prima competizione amatoriale, in cui l’appena undicenne Covacich scopre il fascino della sfida tra due ali di folla e l’amara lezione di una sconfitta in vista del traguardo; soprattutto però viene sedotto dalla magia di quel movimento sempre uguale a se stesso capace di ipnotizzare, curare, lenire i propri segreti mali. Più che uno sforzo, la corsa è un rito capace di fargli intravedere - in un modo che un ragazzino non è ancora in grado di comprendere pienamente - l’accesso a una dimensione introspettiva, sfuggente eppure profonda. Un luogo della mente in cui l’atleta scoprirà il proprio vero sé, trasformandosi, come scrive l’autore, in uno di quegli "asceti laici" perennemente "in ascolto del fuori attraverso il dentro".

L’essenza stessa del movimento, parte fondante della disciplina, la si trova in scala extra-large spostandosi con Covacich sulla mappa planetaria delle maratone più ambite: Amsterdam, Roma e soprattutto New York. Qui, sfidato il gelo tagliente sul ponte di Verrazzano al riparo di maglioni che verranno via via abbandonati, lo scrittore ci guida nel cuore dell’esercito dei corridori. Gente di ogni Paese che, proprio come lui, è venuta a mulinare le gambe ai piedi della più incredibile sfilata di grattacieli della terra, davanti a milioni di abitanti scesi in strada per incitare e applaudire l’atleta di passaggio, e che tu sia primo o ultimo non importa a nessuno. Tutti eguali i corridori, ciascuno nella sua bolla mentale. Tutti eroi.

Tra una falcata e l’altra di Sulla corsa c’è spazio per le chiacchiere con i compagni di allenamento, con i quali più che un’amicizia, sembra nascere una solidarietà degna degli antichi Samurai, in cui l’unica cosa che conta è l’obiettivo comune: migliorarsi. Alcuni brani del libro sono dedicati alla video-installazione L’umiliazione delle stelle realizzata nel 2010, durante la quale l’autore correva la maratona su un tapis roulant in una galleria d’arte, allo scopo di dare finalmente vita, nel corpo e nel gesto, al protagonista di un suo romanzo abortito. Guarda caso, si trattava di un maratoneta-performer.

Il libro contiene anche brevi accenni ad altre pubblicazioni a tema, come l’autobiografico L’arte di correre di Murakami e Correre di Jean Echenoz. Tra i due, Covacich pare apprezzare più il volume delle scrittore francese imperniato sulla figura di Emil Zátopek, leggenda del mezzofondo cecoslovacco. L’uomo, dopo quattro medaglie d’oro ai Giochi Olimpici, ebbe il coraggio di schierarsi dalla parte giusta durante la Primavera di Praga. Il regime comunista, naturalmente, lo spogliò di tutti gli onori. Zátopek finì a fare lo spazzino. Una storia che dimostra come si possa correre e vivere sempre allo stesso modo, con la schiena dritta.

D’altronde, fanno riflettere anche i ritratti che Covacich dedica ad alcuni grandi atleti incontrati negli anni: la doppia medaglia d’oro olimpica Haile Gebreselassie e i miti italici Orlando Pizzolato e Stefano Baldini. Conosciuti dopo le vittorie che li hanno resi celebri, si svelano al lettore con grande schiettezza. Forti dei milioni di chilometri lasciati alle spalle, questi ex maratoneti paiono silenziosamente concordi: alla fine la cosa più importante delle affermazioni mondiali è sapersele dimenticare. Una consapevolezza che sa andare d’accordo anche con un’altra: quella di essere un esempio, senza boria, in piena semplicità. L’unico dubbio che rimane è quello sempiterno: è lo sforzo atletico a rendere le persone migliori o sono le persone migliori ad essere attratte dalla feroce disciplina dello sport? In un caso o nell’altro, ci si trova davanti a soggetti eccezionali, intorno ai quali, come Covacich scrive a proposito della freccia dei 100 e 200 metri Merlene Ottey incrociata sulla pista di allenamento, il mondo sembra tremolare: "(...) c’è una tale elettricità nell’aria che sembra di muoversi come limatura di ferro dentro un campo magnetico."

Più di tutto però, al centro di Sulla corsa c’è il viaggio di esplorazione di uno scrittore che cerca, con tutto il suo essere, di mettere in pagina l’universo emozionale della maratona. Il risultato è una narrazione che sa essere al tempo stesso letteraria e vibrante.

"(..) è normale questo fuoco al centro del petto, il bruciore nel setto nasale, fin su nella fronte, il rumore del mare agitato negli orecchi (...)".

Non sono questi che gli effetti più grossolani dei complessi processi che si svolgono nel corpo:

"Perfezioniamo l’utilizzo degli acidi grassi e degli enzimi mitocondriali, addestriamo il nostro organismo allo sforzo prolungato, lo abituiamo a un combustibile meno pregiato, non più solo zuccheri ma zuccheri tagliati coi lipidi, perché le riserve di glucosio possano durare più a lungo (...)".

Nello sforzo estremo della maratona la sfida è quella di trascendere i limiti fisici attraverso la tenuta mentale. La maratona condivide insomma alcuni obiettivi con l’hatha yoga (spiritualità a parte) pur rappresentandone l’esatto contrario: il medesimo movimento ripetuto per decine di chilometri nella prima, infiniti movimenti da fermo nel secondo.

"(...) la corsa assomiglia più a un’arte marziale che a uno sport. Chi la ama compie una scelta estetica, accede a una disciplina interiore che c’entra pochissimo con l’attività sportiva. Resistere alla più alta velocità possibile per una strada così lunga è la cosa più bella che una mente umana possa produrre. La mente non è il cervello, la mente è il sistema del corpo che pensa. La mente è la rete in cui il mio avampiede, il mio cuore, il mio glicogeno, i miei desideri, la mia memoria, tutto me stesso dialoga con tutto me stesso e con tutto ciò che dall’esterno modifica o può modificare me stesso."

Una frase che suona come una dichiarazione di poetica per un autore che sembra non potere fare a meno del legame indissolubile mente-corpo; neanche per una riga, neanche per un respiro.








pubblicato da s.bernelli nella rubrica terrestri il 10 giugno 2021