L’eterna sfida

Massimo Rizzante



Cene al veleno di Omar Viel (Effigie, 2021) è un’eccezione nel panorama italiano.

Anzi, non sembra proprio un romanzo italiano. I suoi personaggi hanno nomi inglesi ed è ambientato a Londra agli inizi del nostro secolo in un ristorante giapponese. Sì, è vero, la memoria dei protagonisti ti propone alcune scorribande nell’Italia settentrionale e a Venezia. Ma anche qui si tratta di una comune internazionale di gente venuta da ogni luogo che negli anni sessanta e settanta del secolo scorso cerca un’alternativa alla famigerata vita borghese. O, nel caso di Venezia, di una gita scolastica dove piccoli e già bilingui anglosassoni sono alle prese, sotto la non proprio vigile sorveglianza di due governanti lesbiche, con le loro prime esperienze erotiche e religiose. Senza contare che il romanzo ti trasporta per un po’ anche tra le isole greche e perfino negli Stati Uniti. Il tempo del suo svolgimento è di un’ora e mezzo, il tempo di una cena. all’incirca il tempo della sua lettura. non ci sono morti ammazzati, né commissari, né il tipico colore locale a tinte forti delle nostre faide, né quello a tinte pastello delle nostre genealogie famigliari tanto Kitsch quanto amate dall’import-export editoriale. Il cosmopolitismo non è un valore, ma lo diventa se, in un certo momento storico, il provincialismo letterario di una nazione si vanta di avere l’esclusiva su quella che di solito viene definita “la rappresentazione della realtà”. come se la realtà fosse l’oggetto esclusivo del romanzo, e non invece l’esistenza dei singoli personaggi che di quella realtà cercano di sperimentare le molteplici possibilità.

L’intreccio, la story è semplice, racchiusa, come hai letto, nell’ultima cena dei due protagonisti, lo scultore ace e il suo critico e biografo Mick. Quest’ultimo, dopo aver ordinato una doppia porzione di fugu, muore, probabilmente avvelenato per una dose letale di tetradotossina, fra le braccia dello scultore su un marciapiedi. Il resto dell’intreccio è costituito dal dialogo e dai ricordi personali dei due protagonisti. Dialogo e ricordi di un passato recente e lontano che dovrebbero, attraverso l’esplorazione dei loro rispettivi codici, dei loro temi, delle loro personalità, motivare l’esito finale della cena. almeno questa è la sensazione. Che senso ha la morte del critico? Sempre che una morte, qualsiasi morte, abbia senso. e poi è davvero accidentale? È davvero così trasparente? O si tratta piuttosto di un suicidio? Oppure il veleno ha messo la parola fine a un corpo già compromesso da una lunga malattia? Mick è un omosessuale. non lo nasconde. e non nasconde neppure di aver contratto l’ AIDS nel corso delle sue spericolate relazioni. non saprei. non è facile dirlo. Potrebbe anche darsi che l’ipotesi del suicidio non sia così peregrina. In fondo, come sai, Mick, mentre sta morendo, ricorda un episodio della sua gioventù. con altri compagni di corso ha lasciato morire sulle rotaie di una stazione un professore dell’università, reo, pare, di accalappiare le ragazzine e di collezionarne mutandine e altri indumenti intimi. Uno scherzo che si è trasformato in tragedia. A differenza dei suoi compagni, Mick, ci dice l’autore, da quel giorno «dovrà ingegnarsi a sopravvivere. Un esercizio difficile, a giorni straziante, praticato nella solitudine della coscienza, senza conforto e senza maestri». Forse Mick, al culmine della solitudine e dello strazio ha deciso di averne abbastanza del suo senso di colpa. Inoltre, la malattia non lo abbandona. Meglio farla finita con un tocco di classe in compagnia del suo amico ace, a cui ha dedicato una monumentale biografia, grazie alla quale, sembra, se stiamo a quel che ci dice l’autore, ha messo «a nudo se stesso».

Ora, può essere che tale studio, lungo e impegnativo sull’opera e la vita di ace, abbia avuto per lui una funzione catartica, abbia eliminato tutte le scorie, tutte le impasse della sua vita e lo abbia messo di fronte alla sua nudità derelitta, un po’ come in un dipinto di Lucien Freud. O forse quella prova, che gli è costata nove anni e «tre diversi cocktail di medicinali sperimentali per contenere il decorso della malattia», gli abbia bruciato «ogni cellula creativa». O ancora che, di fronte alla «natura pornografica della modernità», non sia più così incline a mostrare ai suoi amanti un corpo consumato dal desiderio erotico e dai farmaci. andando in fondo alle sculture di ace e alla sua vita, è andato in fondo a se stesso. che altro può fare un critico, secondo te, caro lettore? Potrei stare qui ancora un bel po’ a inventariarti i tanti possibili perché della morte di Mick, ma non ne verrei a capo. Forse mi dovrei chiedere, e con me anche tu che hai appena terminato il romanzo, perché mai il critico muoia fra le braccia dell’artista. Certo, sono amici. Si stimano. Da più di quindici anni si ritrovano nello stesso ristorante giapponese con la segreta e reciproca volontà di mostrare la loro virilità, o il loro coraggio, mettendo allo stesso tempo a repentaglio le loro vite di fronte a un piatto di fugu e rivelando così di essere, come scrive l’autore, «degni l’uno dell’altro». Già, il fugu, la cui «sottile minaccia» scandisce il tempo della loro pluridecennale amicizia. Si tratta di una metafora? E di che cosa? I due, lo hai capito fin dall’inizio, sono molto diversi. Ace si è sposato e ha divorziato già due volte. Non è propriamente un bell’uomo. Claudica, ha un vistoso labbro leporino, ma donne e ragazze non gli mancano, attratte dalla sua forza, dalla sua fisicità, dalla sua sensualità e, naturalmente, dalla sua capacità di trasformare la materia in opera d’arte. Luna, ad esempio, che tu, lettore, hai trovato fin dall’inizio seduta al tavolo del ristorante, è una sua amica da quando era bambino, dai tempi in cui, negli anni sessanta e settanta, vivevano in quella sorta di falansterio popolato da hippy e mattoidi. nel corso della cena, poi, l’artista si ricorda di un’altra presenza di allora, Bella, la sua prima musa ispiratrice. Per lei conia monete d’oro, costruisce un enorme nido e una statua altrettanto colossale. La vicenda terminerà con alcuni cani sguinzagliati da Luna che afferrano le carni di Bella. La scena pare una caccia mitologica. In realtà, non so se anche tu, caro lettore, hai avuto la sensazione che tutti i personaggi di questo romanzo sembrano, a volte, rievocare qualche figura mitica: Efesto, Apollo, Afrodite, Marte... come se l’autore, creando i suoi personaggi, a un certo punto si fosse reso conto che non potessero che ripetere gesti, parole e pensieri già compiuti da altri fin dalle origini della nostra civiltà. E che perciò tutta la loro e la nostra vanità di individui irripetibili non fosse che una delle tante illusioni moderne. L’atmosfera mitologica dell’episodio è rafforzata dal fatto che, prima del tragico finale, Ace ha trovato il tempo di accoppiarsi con un’altra ragazza che ai suoi occhi, probabilmente accecati da Eros, ha le parvenze di «un grosso canide dal mantello folto e dalle mammelle pendenti». Anche ace, come Mike, ha un segreto, dunque, ma non sembra roso da alcun senso di colpa. Forse perché il suo è un segreto condiviso e la sua complicità con Luna dura da quando erano bambini. O forse perché Mike non è mai stato sfiorato da parole come “anima”, “spirito” e non sembra neppure possedere un sentimento religioso della realtà.

I due amici non hanno nient’altro in comune? Nulla, a parte il fugu, quella sfida alla morte che si ripete con il succedersi delle stagioni e che è, come ci dice l’autore, «al centro della loro relazione». nulla, a parte l’amore per l’arte, sebbene Mick creda nella bellezza e nella forma purificatrice e ace nel «disordine sublime» del divenire e nella materia metamorfica.

Che senso dare allora a quel loro abbraccio finale? Non so tu, caro lettore, ma nell’ultima scena del libro io vedo un gruppo scultoreo scolpito dal tempo che stabilisce ogni volta e per sempre che non solo non c’è arte né critica senza una continua sfida personale alla morte – poco importa se tale sfida prende le buffe e velenose sembianze di un pesce palla –, ma che l’una e l’altra devono continuare ad abbracciarsi per scoprire ogni volta e per sempre, come scrive l’autore, che «il valore di seduzione» dell’arte non avrebbe alcun avvenire senza quella «ciotola per le elemosine» con cui la critica accoglie le sue offerte.

Non è forse un caso che ace, l’uomo che la materia non ha, fino a quel momento, mai deluso e che ha appena affittato il suo atelier a due adolescenti in cerca di avventure, una volta morto Mike, veda il corpo del suo amico aleggiare sopra le cime degli alberi e, «sospinto in alto da un violento movimento rotatorio», raggiungere il cielo notturno. Come in certi quadri di Chagall...








pubblicato da g.giovannetti nella rubrica libri il 10 giugno 2021