Università, la comunità dimenticata

Ludovica Picchi e Marika Moreschi



Noi studenti e studentesse dell’Università abbiamo passato quest’anno rinchiusi silenziosamente nelle nostre camerette. Fuori dai riflettori del dibattito politico-propagandistico sull’istruzione, il nostro destino è stato delegato alla libera scelta degli atenei. Le riaperture ci sono state, al 25% o al 50% o anche al 100%, ma gli spazi universitari sono rimasti appannaggio dei soli professori. Gli studenti non riescono ancora a tornare in aula. Le nostre vite hanno ora una nuova ciclicità ed una nuova dimensione - quella della casa - che ha portato a sorgere nuove esigenze. Alcuni lamentano sistemi di tracciamento ancora inefficienti e sentono forte la responsabilità di non portare il virus a casa, altri non possono più sostenere economicamente la vita da fuorisede e sono quindi rimasti nelle case di famiglia, altri ancora riescono ad equilibrare meglio università e lavoro usufruendo delle videolezioni.

In questi mesi, analizzando statistiche e facendo sondaggi, è stato rilevato un aumento nella percentuale di studenti frequentanti e di studenti in attivo (cioè di studenti che danno gli esami). Questa modalità sembrerebbe quindi aver aumentato la nostra produttività e accelerato le nostre carriere accademiche, con il risultato che mediamente si può dire abbia avuto un impatto positivo. Ma se ogni beneficio ha un costo, quale prezzo stanno pagando studenti e studentesse?

La verità è che l’impatto positivo della DAD (didattica a distanza) sui rendimenti accademici non è una cosa di cui sorprendersi. In un’Università che funziona sempre più come una fabbrica destinata a produrre il futuro capitale umano del paese, quello che la modalità telematica ha portato con sé, e cioè la rinuncia a ogni spazio sociale e relazionale che possa rubare tempo allo studio, non ha potuto che aumentare la produttività. Come studenti il nostro compito è infatti quello di accumulare crediti formativi, ognuno dei quali corrisponde alla somma delle ore di lezione frontale con quelle di studio individuale necessarie a superare l’esame. La digitalizzazione in cui tutta la nostra vita è precipitata ci ha ovviamente permesso di tagliare il tempo che non usavamo per produrre la nostra formazione (il viaggio per arrivare in Università, i momenti di pausa sul prato con i compagni di corso, nonché tutti i nostri spazi di socializzazione, indistintamente classificati come “movida”), e questo ha in automatico portato ad un aumento dei crediti conseguiti.

Eravamo già abituati ad essere individui che lavorano per l’Università, accrescendone il prestigio nei ranking ed ottenendo in cambio la spendibilità lavorativa. Oggi si parla di noi solo come “risorse” del futuro, in termini di sviluppo e crescita economica, e si richiede agli atenei di elaborare percorsi formativi che siano “al passo con i tempi”, lamentando la fuga dei neolaureati come un fattore che determinerebbe una perdita di PIL.

Saremo probabilmente formati, competenti e all’avanguardia, ma prigionieri di quelle passioni tristi di cui parlava Spinoza. Non solo abbiamo sacrificato lo stare insieme, e l’idea stessa di condivisione ci appare inutile e superata, ma ci stiamo anche rassegnando alla privatizzazione delle nostre esistenze, eredità dei nostri genitori. Portiamo sulle spalle il peso di crescere tra le rovine e la disillusione verso il futuro, e reagiamo con rabbia e cinismo ad una società che ci vede solo come pigri e lagnosi.. La sensazione, quanto mai angosciante, è che in questo presente ci sia spazio solo per l’ego, l’io che si impone come fosse una entità fissa e rigida, come unità monolitica, e non invece come campo di forze differenti, coacervo di impulsi contrastanti tra loro, conflitti intricati, talvolta irrisolvibili. Liberarsi da tutto questo è possibile solo rientrando in contatto con l’altro, tornando a condividere il tempo, i corpi e le voci. Che ne è del pensare e dell’agire insieme? Dove è finito l’essere-in-comune? Questo è l’interrogativo, o meglio uno degli interrogativi su cui dovremmo fermarci a riflettere, per problematizzarlo. Lo sgretolamento della dimensione comunitaria non è di certo un fatto recente, ma la pandemia che da un anno a questa parte grava sulle nostre esistenze ha influito, affatto leggermente, su questa frantumazione già da tempo in atto. La mancanza di una visione sociale, insieme all’isolamento forzato e prolungato, hanno fatto sì che lo spazio esterno andasse via via riducendosi, lasciando il posto a uno spazio interno, sempre più ristretto, in cui ripiegarsi. Dicendo questo non si vuole certo screditare l’interiorità, che anzi è componente di fondamentale importanza, quanto più tentare di prestare attenzione alla perdita del rapporto con l’altro. Cos’è l’io senza l’altro? Come si costituisce, se non in relazione ad esso? Lévinas pensava che l’altro da sempre precede l’io, che si configura a sua volta proprio in risposta ad un appello, impossibile da declinare. L’altro ci chiama, il suo volto chiede attenzione. Ecco allora l’urgenza della messa in discussione del mito dell’identità, la necessità dell’apertura all’alterità, l’esigenza dell’esodo, continua uscita da sé alla ricerca dell’altro e risposta, mai acritica, ad un appello ineludibile. Comunità non è affatto sinonimo di collettività né di Stato, eccede l’ordine statocentrico, sta stretta se relegata all’interno di confini coercitivi determinati. Per Landauer, è “l’unione in liberi gruppi di interesse, senza la costrizione dell’autorità e senza l’autorità della costrizione”, è un legame volontario, frutto di una scelta libera e consapevole, una alleanza che si fonda sulla solidarietà, sulla responsabilità, la cooperazione e il mutuo appoggio come unici punti cardine. La comunità a cui pensiamo non può non essere completamente inclusiva, accogliente, libera, aperta ad abbracciare tutte le personalità, senza correre il rischio che qualcuno rimanga “fuori”. Questo pericolo, seppur presente, deve essere aggirato ed evitato e può contribuire a ricordarci quale direzione non perseguire. Nell’università la tendenza individualistica imperversa e signoreggia silenziosamente, senza destare neppure troppo stupore: studentesse e studenti perseguono la propria “carriera universitaria” a suon di CFU (crediti formativi universitari) in una dimensione totalmente privata e privatizzata, e sembrano incarnare sempre più la figura del consumatore/fruitore di un prodotto che, in quanto tale, si consuma dove è più comodo, nella propria zona di comfort (basti pensare alla DAD). Crediamo sia da imputare anche a questa ragione la flebile risposta universitaria dinanzi alle continue chiusure, rispetto invece a quella più netta proveniente dal mondo delle studentesse e degli studenti delle scuole superiori, che sono riusciti ad aggrapparsi a quell’ultimo brandello di comunità rappresentato dal gruppo classe o dalla scuola stessa, riuscendo a sentirsi parte di una lotta di più ampio respiro. Sta a noi, ora, evitare di sprofondare nel nichilismo, tentando di sfruttare e valorizzare la crisi che stiamo attraversando. Nel farlo, può essere d’aiuto l’etimologia stessa della parola “crisi”, che proviene dal verbo greco “krino” e vuol dire separare, discernere, dunque valutare, giudicare, scegliere. Sta a noi scegliere se tornare a ripiegarci nelle nostre singolarità, o se riconoscere che la comunità è condizione imprescindibile del vivere insieme, che non può essere sostituita né relegata a questione di poco conto, vista come secondaria rispetto alle cosiddette “priorità”. Per farlo, non è affatto tardi perché, come scriveva Walter Benjamin, “non c’è un solo attimo che non porti con sé la sua chance rivoluzionaria”.

Ludovica Picchi è laureata in Filosofia e studentessa di laurea magistrale in Filosofia all’Università degli Studi di Roma La Sapienza; Marika Moreschi è laureanda di Scienze Politiche e Relazioni Internazionali all’Università degli Studi di Roma La Sapienza.








pubblicato da g.giovannetti nella rubrica scuola il 9 giugno 2021