Ognuno si fa luce

Domenico Brancale e Jonny Costantino nel segno di John Giorno



PAROLE SPALANCATE 2021 - GENOVA - PALAZZO DUCALE - Cortile Maggiore / TRIBUTO A JOHN GIORNO / GIOVEDÌ 10 GIUGNO h 19.30 JOHN GIORNO – WE GAVE A PARTY FOR THE GODS AND THE GODS ALL CAME

Letture di Domenico Brancale, Claudio Pozzani / Intervento musicale Subduing Demons in Genoa di Gabriele Marozzi aka SocksLove / Prima proiezione pubblica di filmati inediti del work in progress John Giorno. Into the Light di Jonny Costantino con John Giorno e Domenico Brancale / Si ringraziano John Giorno Foundation (New York) e Apalazzo gallery (Brescia)

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IN PROGRESS

John Giorno desiderava rivedere i cinghiali morti. Tra il 2005 e l’ottobre 2019, quando ha mollato gli ormeggi del mondo conosciuto, John mi ha chiesto a più battute di mostrargli «the dead wild boars of Castelmezzano», me l’ha chiesto di persona, tutte le volte che ci siamo incontrati durante le sue incursioni in Italia, e me l’ha ricordato attraverso Domenico Brancale, fratello comune.

Nell’ottobre del 2004 John, Domenico e io abbiamo fatto un viaggio on the road in Lucania, andando a rimestare nelle radici di sangue dell’italo-newyorkese, discendente dei Panevino di Aliano. Di quella settimana nel segno dell’avventura – iniziata a Napoli e terminata a Sant’Arcangelo, il paese natale di Domenico – restano dei tapes, circa sei ore di tapes finora mai rivisti, che avevano accumulato un dito di polvere sulle rispettive custodie.

Su questi materiali ho messo mano dopo la bellezza di diciassette anni. Era ora, commenterà a ragione qualcuno. Non senza difficoltà, li ho riversati in digitale. Sono le mie prime riprese video, le prime in assoluto, effettuate con una Panasonic semi-professionale che mi sono impratichito proprio indagando i due poeti e le loro interazioni, senza nemmeno il supporto di un microfono esterno. Posso dire di aver imparato a filmare a spese dei volti e dei corpi di John Giorno e Domenico Brancale. Un privilegio non da poco.

Quanta acqua, da allora, è passata sotto i ponti. John non c’è più ma la sua arte poliedrica è più viva che mai. Proprio ieri, a Bologna, ho visitato una mostra non solo di pittura che un’artista sarda, Silvia Argiolas, ha dedicato al poeta, presso la galleria Adiacenze, a cura di Domenico Russo. Il titolo di questa mostra spudorata e famelica è Promiscuità e compassione, un titolo che John avrebbe apprezzato. Chi lo ha conosciuto e lo ha letto sa fino a che punto Giorno fosse tanto promiscuo quanto compassionevole.

John non c’è più, perlomeno a portata di abbraccio, ma Domenico e io ci siamo e siamo rimasti fedeli ai ragazzacci funambolici che siamo stati, senza smussarci di una virgola, appuntendo gli spigoli vivi, radicalizzando. Quelli vissuti insieme in Lucania sono stati giorni importanti.

Alle prese con quelle registrazioni ormai quasi maggiorenni, superato lo schock della mia acerbità registica, riconciliatomi con un istinto visuale ancora da affilare e affinare, ho cominciato a vedere affiorare le epifanie di cui il mio corpo aveva memoria, quei brividi dell’inatteso agguantato che mi avevano fatto fremere con l’occhio appiccicato al mirino. Così mi sono messo all’opera. Sta venendo fuori un primo montaggio di una ventina minuti che mostrerò a Genova, insieme a Domenico Brancale, giovedì 10 giugno, nell’ambito del festival di poesia «Parole spalancate 2021». Preso l’impegno e inserito in programma, cacata la piazza, con un modo di dire parigino, per forza di cose qualcosa a Genova dovrò mostrarla, mi sono compromesso. Questi estratti confluiranno in un film il cui titolo di lavorazione è Ognuno si fa luce.

Ognuno si fa luce è anche il titolo cui Domenico e io assieme a John in principio avevamo pensato per il libro generato dal viaggio lucano. Mi riferisco al libro che poi sarebbe apparso nel 2006 con Stampa alternativa e un altro titolo: La saggezza delle streghe. Si tratta di una raccolta di poesie con la mia curatela, allora le ultime poesie di Giorno, scritte tra il 2004 e il 2014, tradotte da Domenico, introdotte da me e chiosate da una splendida (lo dico senza falsa modestia) conversazione a tre, di cui pubblico a seguire l’incipit.

Il pubblico di Genova sarà dunque il primo a vedere questi lampi del 2004. Vedrà i cinghiali morti che a John non ho mai mostrato, e questo è un problema tra me e la mia coscienza. Nonostante la mia crudezza alla camera e la rudimentalità del mezzo – e forse, in un certo senso, grazie a questi limiti – un barlume della potenza e dell’intensità di quelle indimenticabili giornate seminali è stato trattenuto dai residuati filmici dei quali, col cuore in gola, ho iniziato una vivisezione e una distillazione di cui è giunto il momento di condividere l’emozione.

(JC)

DEEP IN THE LIGHT

Dialogo con John Giorno e Domenico Brancale a cura di Jonny Costantino

Lunedì 18 ottobre ‘04, primo pomeriggio. Sotto l’ala dei demoni meridiani, ci rimettiamo in viaggio, lasciando alle spalle una Matera lunare, formicaio scavato nel tufo, disertato e scoperchiato affinché s’inzuppasse di sole. In macchina, davanti a me, ci sono due poeti, Domenico Brancale, alla guida, e John Giorno, navigatore. Il nostro viaggio è iniziato tre giorni fa, di venerdì, quando l’aereo di John è atterrato a Napoli. Da allora, ci sono state le scorrazzate potentine, le parentesi quasi oniriche di Lagopesole e Castelmezzano, l’assorto fluttuare per le viuzze dei Sassi.

La prossima destinazione è Aliano, il paese nel cuore dell’entroterra lucano dove si perdono le origini del poeta newyorkese. Seguiamo le orme di un suo antenato, Don Nicola Maria Panevino, che fu consigliere distrettuale per i Borboni e sindaco di Aliano nel 1807, nonché rockefeller vessatore in combutta coi briganti. Questa mattina, scartabellando nell’archivio comunale di Matera, tra atti di nascita e di morte, scopriamo l’esistenza di Matteo Panevino, un fratello maggiore deceduto nel 1768, cantore.

Mentre Domenico, nemico del cinemascope, viene assorbito da visioni tutte interiori, John scruta pensoso il paesaggio argilloso di questa Mancia nostrana ancora così refrattaria alla Storia, eppure smaliziata rispetto agli abusi dell’uomo. I suoi occhi sono gocce di corallo nero incassate in una maschera scolpita nella roccia, vivissimi. A tradire lo sguardo di chi sa donarsi senza riserve c’è sempre un velo d’inquietudine che sa di oltre.

Ieri, ancora caldi del radioso estenuarsi di John in vetta alla rocca di Castelmezzano, in una performance protrattasi sotto una pioggia sempre più fitta, riscesi in paese, ci siamo accostati a una piccola folla assiepata intorno a tre cinghiali morti, legati al cofano di una campagnola e con le teste allineate all’altezza del radiatore, per ritrovarci spettatori di una bizzarra performance: gasato dalle risate dei divertiti astanti, un cacciatore di mezz’età stava calciando nel grugno gli impotenti trofei ricoprendoli d’insulti e, dopo una breve pausa, giù ancora a infierire col turpiloquio e un’altra raffica di calci, ma con più foga, come aizzato dalla videocamera che intanto avevo sguainato. John è rimasto profondamente impressionato dalla scena.

In strada. Domenico ha finito per prendere confidenza col cambio automatico dell’Opel noleggiata all’aeroporto. L’asfalto pare farsi di velluto sotto gli pneumatici. Sottopelle, i demoni rimangono in agguato. La fronte scotta della febbre della controra. È l’ora della camàsce. Forzo il dormiveglia delle coscienze, rapite dal proprio battito, e mi tendo a ridosso dei sedili anteriori. Il click del registratore rompe il silenzio.

Rivolgo un ringraziamento speciale ad Antonietta Dicorato e Rita Deiola: loro sanno il perché.








pubblicato da j.costantino nella rubrica cinema il 6 giugno 2021