LETTERINA

Antonio Moresco



a Massimiliano Parente

Caro Massimiliano,

ho letto il libro che mi hai mandato (Lettere dalla fine del mondo) e ti scrivo dopo tanto tempo questa letterina, come estremo gesto di amicizia.
Questo è un libro che affronta argomenti cruciali e la sua vivacità (passami questo termine che contiene in radice l’esecrabile parola “vivo”) viene anche dal gioco delle due voci: la tua claustrofobica, unidimensionale, ossessiva, elementare, infantile, saccente, ma capace anche di mostrare assurdità e paradossi umani; e quella del tuo imperturbabile interlocutore (lo scienziato Giorgio Vallortigara) calma, chiara, argomentata e - anche formalmente - ricca, elegante e bella.
Non credere che sia vicino solo a quest’ultimo approccio nei confronti di quelle cose che abbiamo chiamato verità e conoscenza, sono vicino anche alla tua furia, alla tua arroganza, alla tua ansia infantile di verità, alla tua sfrontatezza nel dire che l’imperatore è nudo. Ma ci sono altre cose e altri aspetti che vanificano questa spinta e ti fregano.
Mi concentro sulla tua parte del libro ed entro subito nel vivo.
Tu credi, spingendo fino all’astrazione e al teorema la tua idea di lotta contro la “natura” e la “vita”, di porti in una condizione di antagonismo e superiorità rispetto allo spirito generale del tempo. In realtà sei interno a molte delle sue più sostanziali manifestazioni e forme: la dimensione economica e digitale totalizzante con la sua interscambiabilità delle vite e dei corpi, il rassicurante culto della copia, l’idolatria sostitutiva, la disumanità esibita, il cinismo, l’indifferenza per chi verrà dopo di noi, il mito moderno del progresso inarrestabile e separato da tutto il resto, la separazione insanabile tra uomo e il resto della natura, l’idea lineare del tempo, la storicizzazione, la concettualizzazione, l’ipertrofia dell’intelligenza e della ragione separate che rendono caricaturale non solo il pensiero, non solo l’arte ma anche la scienza, che tu brandisci come una nuova annichilente religione e come un teorema mentre contiene al suo interno anche l’elemento dell’avventura, della contraddizione, della libertà, dell’azzardo, della sperimentazione, del rischio, dell’invenzione... la nientificazione della vita e del mondo, la morte in vita... Una riduzione ideologica sistematica, per cui tutto ciò che non coincide con questa identificazione con l’aggressore e con questa resa a quella che è stata chiamata pulsione di morte sarebbe a tuo parere “vitalismo”.
Forse non te ne rendi conto ma questa astratta pretesa di poter separare ciò che è inseparato è la stessa che viene attribuita a Dio nelle prime righe della Bibbia, quella di poter separare nettamente la luce dalle tenebre, e poi da Platone che pretende di separare nettamente la Verità dalla menzogna, separazioni che danno inizio alle successive separazioni, antinomie, dualismi che sono venuti a formare e a sostanziare l’edificio stesso della suicida cultura di questa folle specie degli uomini.
E poi avrei molte altre cose da dire su come leggi la letteratura, sul tuo contenutismo senza sbocchi, sul tuo strumentalismo, sulla tua scheletrizzazione di alcuni autori branditi come auctoritas e che invece sono molto più tragici, più laceranti, più contraddittori e più ricchi di come li leggi tu. Perché a me pare, leggendo Dostoevskij oppure Balzac o Manzoni, anche se non sono d’accordo su molte delle loro convinzioni o mi sembrano in qualche caso addirittura ripugnanti, oppure anche leggendo scrittori “negativi” come Céline, di ricevere in cambio molte e potenti e magari involontarie agnizioni rispetto alle quali non mi rendo sordo e cieco. Perché non è solo l’intelligenza normativa a dominare la nostra mente e la nostra vita, c’è anche qualcosa che la oltrepassa, come afferma anche il “tuo” Proust nelle prime righe del “Contro Sain-Beuve”.
E poi ancora la tua banalizzazione storicistica e progressiva dell’arte, la fotografia che renderebbe concettualmente superata l’arte pittorica, come se un ritratto di Rembrandt, di Goya, di Van Gogh oppure - per avvicinarci di più a noi - di Giacometti, di Bacon, di Lucien Freud o di Marlene Dumas fossero la stessa cosa di una fotografia e venissero messi fuori gioco dallo smartphone.
Eccetera eccetera.
Tutto in te viene inaridito e monotemizzato: la ragione, la letteratura, la scienza... E allora mi domando: solo a questo servirebbe la ragione e questa nostra supposta superiorità cerebrale rispetto agli altri animali? Ad avvelenare le fonti stesse della nostra pur tragica esistenza? A farci rimanere annichiliti con alcuni miliardi di anni di anticipo per la presunta fine di tutto? Niente da fare, tutto ciò che fuoriesce da questo schema in cui ti rinchiudi come in una rassicurante e identitaria prigione viene bollato da te come menzogna. Ripristini addirittura (leggendo non credevo ai miei occhi!) la parola e la categoria di ’”irrazionalismo”, cara ai regimi mentali totalitari, i quali temono sempre l’incontrollabilità della parola, del pensiero e della conoscenza spinte fuori e oltre rispetto ai confini stabiliti e concessi, mentre è successo molte volte in passato che posizioni bollate all’inizio come “irrazionali” si sono rivelate poi le più veritiere, le più profonde e anticipatrici. Prima ancora di Nietzsche, lo aveva capito anche Leopardi che “il rimedio è stato peggiore del male”. Il quale Leopardi diceva anche che niente è meno filosofico che il voler rendere filosofica tutta la vita. E poi sei sicuro che anche in forme anteriori di conoscenza e sapienza espresse attraverso immagini - come in quelle che sono dovute passare attraverso la cruna religiosa o del simbolo o delle narrazioni mitiche, leggendarie e fiabesche - non ci siano anche intuizioni di grande portata e valide ancora oggi? Sei sicuro che attraverso i codici culturali dei vari tempi non possa passare anche altro? Sei sicuro che il passato sia tutto da cancellare in base a categorie contingenti odierne, come tra l’altro propugnano i movimenti moralistici oggi in voga e che anche tu mostri di esecrare?
E ancora. La letteratura dovrebbe servire solo a ribadire in modo martellante questa unica, annichilente e totalizzante Verità? È solo questo il cantuccio in cui dovrebbe rinchiudersi come in una torre d’avorio o meglio di merda? Dovrebbe solo servire ad annichilirci con qualche miliardo di anni di anticipo per la presunta fine di tutto, rendendoci passivi rispetto al fatto che fra poche centinaia di anni potrebbe succedere qualcosa di enorme alle vite e alle persone di poche generazioni dopo la nostra? Tanto alla fine finisce tutto - dirai tu - chi se ne frega. Se questo fosse veramente tutto ciò che c’è da dire e tutto il resto fosse irrilevante, basterebbe mezza pagina e hai già esaurito il discorso. Perché dovrei perdere il mio tempo a leggere una letteratura ancella di un pensiero annichilente unico? Che cosa mi dà? Che cosa aggiunge al mondo? Che cosa fronteggia? Che cosa c’è di tragico, che cosa c’è di eroico in una simile paura della morte, e quindi della vita? E perché una persona - quindi anche uno scrittore - non dovrebbe avere anche delle passioni, delle illusioni, dei sogni, addirittura delle follie? Sarebbe questo cimitero l’eroismo gnoseologico che tu propugni? Non quello di fronteggiare ma questa resa senza condizioni. La resa di una letteratura storicizzata e già morta in partenza. Ma guarda che in letteratura è avvenuto qualcosa di grande quando dentro la stessa persona c’è stata una compresenza inconciliata tra vari piani della coscienza, tra il pensatore e il poeta. E’ stato questo a dare una simile forza emotiva, moltiplicatoria e tragica a certe opere. Così è successo con Shakespeare, con Cervantes, con Leopardi, con Dostoevskij, con Melville, con Proust, con Kafka, sì, anche con Beckett... Hanno operato uno sfondamento, ci hanno aperto una verità più grande e magari più tragica, ma non ci hanno annichiliti, non ci hanno chiuso in una piccola prigione concettuale. Perché in loro non c’era solo il pensatore, c’era anche il poeta e le due figure confliggevano e l’una non era meno forte e veritiera dell’altra.
E poi c’è quella tua idea della lotta contro la natura intesa come blocco unico e malefico. Così dovrei combattere anche contro un albero, un lombrico, un passero, un corpo amato...? Io non difendo la “vita” in quanto tale. Non ti sto dicendo che la vita è bella, come se fosse un blocco unico, come fai tu. Lo so bene che la vita è questa spaventosa macchina di creazione e di distruzione, è anche il bambino con un tumore al cervello, è la persona asfissiata nelle camere a gas, è l’insetto che muore lentamente nella tela del ragno, è anche il dolore, la malattia, la morte... Ma può recare certe volte con sé, come un terremoto, anche irruzioni che portano contraddizione e lacerazione, illusioni, apparizioni, visioni... e anche queste fanno parte della “vita” e della “natura”. Le cose non sono divise, come pretenderebbe il gesto religioso e filosofico fondativo, sono interconnesse ed è questo che rende così tragica e inconciliabile la nostra condizione.
Lo so, nel vostro dialogo tu parli anche direttamente, in modo disarmato, della tua depressione, e questa cosa mi tocca e mi fa sentire vicino a te, perché nella mia vita, più di una volta, ho convissuto con questa terribile compagna e so quanto può essere devastante e pietrificante, e a quali segrete e inconcepibili forze bisogna attingere per riuscire a fronteggiarla e per non passare la vita sotto il suo tallone. E non c’era bisogno di Nietzsche per comprendere che la componente autobiografica e psichica è fortemente presente e agente nell’opera di uno scrittore e anche di un filosofo. Per cui non ti dico tutto questo perché avrei intenti edificanti positivi da contrapporre alla tua edificazione negativa, te lo dico solo perché questo blocco ti intrappola, ti spinge a fare di necessità virtù, ti inaridisce e ti frega anche come scrittore.
E poi - visto che questo sta diventando un incontro ravvicinato - avrei molte cose da dire anche sulla tua imbarazzante ansia autopromozionale e autopubblicitaria, sul tuo ossessivo ripetere che saresti il più grande scrittore della galassia dopo Proust e l’unico che dice la Verità ecc ecc, cosa che non dicevano di sé neanche i grandi scrittori del passato, non avevano bisogno di dirlo, non passava loro neanche per la testa. È una cosa che ti immiserisce, ti macchiettizza, e questo non per una questione di bon ton ma perché esprime invece una paura fottuta, una paura fottuta della morte e anche della tua morte di scrittore, una paura fottuta di non essere quello che avresti voluto essere e che hai cercato di raggiungere attraverso una scorciatoia ideologica, come il bambino che crede di rendere vera una cosa solo perché la ripete all’infinito. E poi tutto questo non è vero neppure in termini relativi, perché ci sono in giro altri scrittori - anche di successo internazionale e molto vezzeggiati dai media - che fanno dell’esibizione della propria disumanità e cinismo la loro cifra, il loro status e il loro piccolo logo autoriale. E ci sono persino associazioni “militanti” che auspicano e propugnano comportamenti che favoriscano una più rapida estinzione della vita della nostra specie.
Ma adesso, per finire, non posso passare sotto silenzio qualcosa di più personale.
È da un bel po’ di tempo che - dopo anni di recensioni entusiastiche - mi sottoponi a un continuo, martellante e speculare dileggio giornalistico. Libri ridicolizzati con una battutina, forse neppure letti per intero e tanto meno compresi a causa dei tuoi paraocchi ideologici e inquisitori. Non appena ti pare di scorgere la presenza di qualche crepa nello specchio, di qualche taglio e di qualche pericolosa cruna, scateni dal tuo pulpito giornalistico i tuoi sarcasmi e i tuoi anatemi. Mi hai dato del “prete” (lo fai anche all’interno di questo dialogo appena uscito), del “boy scout”, hai parlato di “progressiva marzullizzazione di Moresco”, ecc ecc. Questo e nient’altro sai dare ai tuoi lettori, solo questa caricatura, solo questa deformazione depistante e appiattente, ma forse loro si aspettano proprio questo da te, come ci si aspetta che una marionetta faccia sempre e solo lo stesso numero. Per me invece queste sono cose gravi, sono cose su cui non si può transigere, anche se nella mia vita ho ricevuto ben altri pugni e sono ancora in piedi.
Però questa storia del “prete” è curiosa (sei il terzo che crede di ridicolizzarmi così, non sapete neanche inventarvi parole nuove). Chissà perché proprio un “prete”? mi domando. Forse perché ho l’imperdonabile difetto di credere in quello che faccio e di vivere con radicalità e dedizione il mio essere scrittore? A me, in realtà, sembra che il prete sia tu, che brandisci le tue aride convinzioni come un dogma sulla base del quale poter giudicare tutti gli altri, che credi che tutto il resto sia da combattere come eresia, inganno ed errore, che in un’opera letteraria sai solo vedere e sanzionare ciò che fuoriesce dal tuo schema mentre ti sfugge tutto il resto. Un Torquemada il cui moto perpetuo consiste nello smascherare le eresie di cui sarebbero pieni la letteratura e il mondo e di cui solo lui è mondo.
Un po’ di anni fa abbiamo fatto e pubblicato una lunga conversazione (Conversazione al buio) che è il punto più significativo del nostro incontro e anche il suo punto di non ritorno. Tu allora, più di una volta, mi avevi detto in privato che mi regalavi la tua parte, che quella conversazione potevo considerarla mia e che in futuro potevo farne quello che volevo. Ti prendo in parola: se anche su questo non hai cambiato idea, prima o poi mi piacerebbe pubblicarla di nuovo, in qualche forma, all’interno della ripubblicazione in corso di tutte le mie opere, con un bel taglio di Fontana in copertina.
Caro Massimiliano, ti ho detto fuori dai denti quello che penso. Non ci può essere amicizia, non ci può essere alcun rapporto, di nessun genere e tipo, se c’è un simile continuo dileggio e squadrismo giornalistico che niente hanno a che vedere con il confronto profondo delle idee, e la cosa mi dispiace, perché mi ostino a provare affetto per te.
Lo so che tutto quello che ti sono andato dicendo non servirà a niente, perché sei catafratto. Ma - per dirtela in modo pop - mi sono rotto le palle.

Antonio








pubblicato da a.moresco nella rubrica scatola il 28 maggio 2021