Dal deserto al libro

Edmond Jabès (con Marcel Cohen)



Da più di un mese è in libreria per le Edizioni degli Animali il libro Edmond Jabès Dal deserto al libro. Conversazione con Marcel Cohen. Il libro è arricchito da una prefazione di Antonio Prete e tre saggi di Gianni Scalia, tra i primi nel nostro paese a richiamare l’attenzione su questo poeta. Cinque immagini dell’artista Teresa Iaria accompagnano il testo.

Dall’introduzione di Marcel Cohen

Certo non dobbiamo farci troppe illusioni sulla forma di questo libro. Trattandosi in origine di un’intervista, il magnetofono era lo strumento meno indicato: ciò che conserva è troppo sciatto per poterlo utilizzare così com’è. Bisogna dunque ridurre, togliere le ripetizioni e le inevitabili scorie della lingua parlata. Malgrado questi accorgimenti il testo rimane, se non superficiale, almeno al di qua del testo scritto e pare sempre un po’ incerto.
Avremmo accettato questi inconvenienti se Edmond Jabès non avesse mostrato una reticenza più profonda: non si riconosceva interamente nel suo discorso. «Per quello che mi riguarda in particolare, scrive Francis Ponge, nel Grand Recueil, ho pensato a lungo che, se avessi deciso di scrivere, sarebbe stato contro la parola orale, contro le stupidità che dicevo in una conversazione inespressiva e in parte forzata».
È proprio quello che Edmond Jabès non osava del tutto confessare perché, spinto dall’amicizia con Claude Bonnefoy, aveva accettato il principio dell’intervista ma, quando gli ricordai quel passo, lo fece suo così spontaneamente che il ricorso al magnetofono fu definitivamente escluso. Proposi allora a Edmond Jabès di prendere appunti, di sistemarli e di sottoporgli il testo perché lo perfezionasse a suo modo.

Da Lo scritto, il racconto

– Si vede tutto ciò che la separa dai mots-valise di Lewis Carroll, ma anche da Joyce - penso a Finnegans Wake - e, anche se più vicino a lei, dallo stesso Max Jacob, di cui ha già parlato. Credo, d’altronde, che il suo testo, lacerato da Max Jacob, comportasse tutto un lavoro sulla parola.

– Sì, la libertà con cui Max Jacob affrontava il linguaggio, e da esso si lasciava trascinare, mi meravigliava. Io pensavo, sulle sue orme - è ciò che volevo dimostrare in quel testo -, che si poteva quasi all’infinito far nascere nuove immagini disorganizzando la frase per il tramite dell’assonanza, cioè del calembour.
In Joyce, evidentemente, il cammino è molto più ambizioso ed elaborato. E anche insuperabile. Consisteva a grandi linee nella creazione di una lingua nuova. Personalmente, il mio lavoro sulla parola non può avvenire al di fuori del suo contesto.
Se prendo l’esempio della parola «commentaire», che io scrivo «Comment taire?», mi colpisce vedere che le mie maggiori preoccupazioni profonde sono già palesi. In effetti, commentare equivale a far tacere la percezione che abbiamo del testo, per lasciargli l’opportunità di parlare da solo.
Se mi è capitato anche di scrivere Dieu: «D’yeux» [Di occhi], è stato per sottolineare quanto sia grande la tentazione di cercare Dio con gli occhi. Perché Dio è l’esigenza ultima dello sguardo.
È chiaro che l’etimologia non ha niente a che vedere con tutto questo; e capisco benissimo che un grammatico possa anche distrarsene. È ugualmente chiaro che la lettura di certe parole è in me personalissima e il suo senso, lo ripeto, è solo nel contesto di ciò che tento di dire. Forse, alla fine, non faccio che rivivere la primitiva ebbrezza dinanzi al linguaggio, quella del bambino che istintivamente trae dalla parola ciò che gli pare eterno.

Immagine: Teresa Iaria, Pour Edmond Jabès, inchiostro e acquarello su carta, 2020.








pubblicato da j.costantino nella rubrica libri il 25 maggio 2021