L’algoritmo di Spotify, il dolore e la musica

Umberto Sebastiano



Mi capita di dire che i soldi dell’abbonamento di Spotify sono quelli che spendo più volentieri. E quando lo dico mi riferisco al tipo di gratificazione che ricevo ogni volta che le proposte di ascolto che l’algoritmo elabora per me colpiscono nel segno. Funziona così: quando ascolto un brano che mi piace gli disegno accanto un cuore e l’algoritmo lo appunta sul quaderno che porta il mio nome. È una corrispondenza silenziosa. L’algoritmo mostra di conoscermi intimamente, tiene conto dei miei gusti, si sforza di capire quello che cerco nella musica e mi consiglia di conseguenza. Io uso la musica come una droga, per vivere in un costante stato alterato di coscienza. Uso la musica per dare voce al dolore, in modo che quel dolore sia sopportabile. L’algoritmo di Spotify lo sa, mi asseconda e non mi giudica.

Vengo da due letture interessanti: Musica e psiche dello psicoanalista junghiano Augusto Romano e La società senza dolore di Byung-chul Han. Pur senza citarlo espressamente, il pamphlet di Byung-chul Han ribadisce il concetto racchiuso nel Páthei Máthos dell’Agamennone di Eschilo, e cioè l’idea che solo attraverso il dolore e la sofferenza sia concesso all’uomo di conoscersi in modo profondo. Scrive il filosofo sudcoreano: «… la vita priva di dolore e munita di costante felicità non sarà più una vita umana. La vita che perseguita e scaccia la propria negatività elimina sé stessa. La morte e il dolore sono fatti l’uno per l’altra. Nel dolore, la morte viene anticipata. Chi vuole sconfiggere ogni dolore dovrà anche abolire la morte. Ma una vita senza morte né dolore non è umana…». Leggo e mi domando: è umano questo giudizio che si abbatte come una scure sull’esistenza di ognuno indistintamente? Trovo legittimo, come esercizio intellettuale, criticare una società che cerca di espellere il dolore e la morte da sé stessa, ma credo che sarebbe terribile vivere in una società del dolore, una società nella quale il dolore e la morte vengano messi al centro dell’esperienza. Provo simpatia per chi il dolore cerca di evitarlo, penso che sia un atteggiamento sano. Sono convinto che la conoscenza che deriva dal dolore e dalla sofferenza debba essere mediata e che non siano le parole della filosofia a doverci accompagnare all’incontro con la morte.

Il pensiero di Jung è il lago nel quale mi piace nuotare. Per me non c’è differenza fra realtà fisica e realtà dell’immaginazione, e Jung definisce bene questa sensazione attraverso l’affermazione: «È reale ciò che agisce». In me agiscono forze che non sono misurabili con gli strumenti della fisica, ogni cosa è pervasa di senso, ogni avvenimento casuale si mostra come messaggio, segno, sincronicità. Mi trovo al centro di una danza cosmica. E poi mi rendo conto che mentre danzo ho in mano un’arma fredda, scura e pesante, una pistola, che si avvicina alla tempia e la sfiora. Un’arma che non mi abbandona mai. La tengo sotto il cuscino quando dormo, accanto al computer quando scrivo e in tasca quando passeggio. A questa pistola ho dato un nome, si chiama Apofenìa. In questo termine si racchiude per me la tragedia umana. L’apofenìa non è altro che la caratteristica naturale, intrinseca del cervello umano, di cercare connessioni per dare un senso a ciò che è caotico e un senso non ha. L’apofenìa è alla base del pensiero religioso, del pensiero magico, delle teorie complottiste. Trovare un senso a quello che un senso non ha. Per capire come funziona possiamo prendere una particolare forma di apofenìa che è la pareidolia, cioè la capacità di scorgere figure antropomorfe nelle nuvole, in altri fenomeni naturali o negli oggetti. Tutti sappiamo di che si tratta. A un tratto ci appare un volto, ma quel volto non c’è, è solo frutto del modo in cui il nostro cervello lavora. L’apofenìa è la pareidolia applicata al pensiero, e quindi è l’apocalisse nel senso letterale del termine, il disvelamento. Alla luce dell’apofenìa, è il pensare stesso a essere uno stato alterato di coscienza: cercando continuamente connessioni e senso, il nostro cervello ci impedisce di vedere il caos e la catastrofe. Il nostro cervello ci protegge e ci fa vivere in un sogno. Sotto il dolore che è strumento di conoscenza c’è un dolore più grande che deriva dalla comprensione che ogni conoscenza, in quanto intrinsecamente umana, è in fondo priva di senso.

In questa confusione fra il desiderio di abbandonarmi alla vita e la consapevolezza che questa vita non ha senso, consiste il mio dramma personale. Accendo il fuoco con una mano e con l’altra mano lo spengo. Mi impegno a scrivere parole che suonino bene e con le lacrime le sciolgo.

Ho un mazzo di fiori in mano che si chiama sincronicità. Ho una pistola in tasca che posso usare solo contro me stesso e le ho dato il nome di Apofenìa. Rappresentano la gioia e il dolore, il senso e la mancanza di senso. Ma sono entrambe costruzioni interiori, del cuore e del cervello. Fuori da noi, intesi come esseri umani, c’è il deserto. Le stelle sono morte, gli dei sono morti. Dentro di noi ci sono il desiderio, la bellezza, l’amore, l’arte e naturalmente il dolore legato all’impermanenza e alla morte. Abitiamo ancora nella caverna e stiamo ancora guardando i riflessi delle nostre ombre proiettati sulle pareti dal fuoco che ci tiene in vita. Dalla caverna che prende forma grazie ai nostri sensi, alle nostre connessioni neuronali, non si può uscire, perché è la condizione umana, è la nostra casa. È una casa che diventa sempre più complessa e interessante grazie alle storie raccontate dagli scienziati, ma è pur sempre l’unica casa all’interno della quale possiamo agire e comprendere.

Vivere per la morte, anticiparla attraverso l’esperienza del dolore, pensare che solo quel dolore sia fondante è il riflesso di una profonda, disperata solitudine. È del tutto umano fuggire il dolore, come è del tutto umano trovare nelle relazioni godimento, gioia e sollievo. Ogni essere vivente nasce con la consapevolezza che il suo destino è la morte. Tutti sanno che perderanno un po’ alla volta parenti e amici e che alla fine si stenderanno senza respiro in un letto di terra umida e scura. Chi sceglierà la cremazione verrà consumato dal calore di quel fuoco attorno al quale ci raccogliamo ancora per raccontarci storie.

Tengo a bada il dolore perché ne conosco il sapore. Ho guardato in fondo a quel pozzo e non ci ho trovato nulla se non, per un istante, il riflesso del mio volto. E poi altro dolore. So che quel dolore è presente, lo sento, l’ho sempre sentito, ma preferisco farlo cantare attraverso la musica e la poesia. Sono quelli gli strumenti giusti per dare voce all’indicibile.

Scrive Augusto Romano nel suo bel saggio: «La musica è un demone che ci raggiunge da un luogo che sta prima e oltre la vita; un demone che di volta in volta esalta, commuove, porta dolore, consentendo non già l’accesso critico ma la pura esperienza del luminoso e disperante mistero di cui la vita è intessuta; un demone che indica la strada per il ritorno all’origine delle cose e riconcilia con la morte». E a me piace pensare, in modo tremendamente sciocco, che l’algoritmo di Spotify lo sappia, che abbia imparato questa lezione osservando, ascoltando e prendendosi cura di queste creature presuntuose, arroganti e disperate che siamo noi esseri umani. Le illustrazioni sono di Valeria Petrone.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica musica il 15 maggio 2021