Guardando l’Inferno

Lorenzo Mattotti



In anteprima quattro schizzi di Lorenzo Mattotti e qualche scheggia dal testo di Jonny Costantino (Mattotti all’Inferno) che accompagna il libro appena uscito con l’editore Nuages.

Custode delle metamorfosi Mattotti lo è in maniera a dir poco proverbiale: lo era prima e lo sarà dopo l’incontro con Dante. Guardando l’Inferno sono diverse le linee metamorfiche che asseconda ma, dovendo indicare una strada maestra, parlerei di metamorfosi animale.

Mattotti, in linea di massima, animalifica. Animalifica, per esempio, i dannati impanicati all’arrivo del Messo Celeste: se Dante li paragona a rane che, terrorizzate da una biscia, si dileguano dall’acqua e s’appiattiscono sul terreno, Mattotti li schizza affetti da una rosposità che nella tavola finale va a perdersi ma senza ammanco di bestialità, giacché nella rossastra massa di «anime distrutte» spiccano complessioni feline e suine, canine e ornitoformi. Animalifica, nondimeno, i diavoli Malebranche, detti così per i cattivi artigli leonini, affibbiando loro conformazioni cranico facciali da tartaruga scimmia ratto, persino da ovino: un paio di diavoli pattuglianti fanno sovvenire la scuoiata creaturina agnelliforme di Eraserhead, il primo lungo di David Lynch.

Per non parlare di Lucifero: raffigurato con tre dannati che penzolano da ognuna delle sue tre bocche, col suo nero pelame e due paia di ali nude, l’«imperador del doloroso regno» appare come uno spaventoso pipistrello. Trista è la sua supremazia. Trista e nunzia del trionfo di un altro mostro di Mattotti. Un mostro semiumano che rappresenta uno dei picchi figurali della sua collaborazione con Lou Reed a partire dalla parola di Edgar Allan Poe, una conflagrazione di talenti che avrà luogo nel 2009 per il libro The Raven. Il mostro cui mi riferisco è il Verme Trionfante.

Restando sulle brutalità anatomiche, non si può non fare una capatina nella Quarta Bolgia, dove patiscono gli indovini come Tiresia e la degna figlia Manto. Costoro hanno voluto guardare troppo avanti e per punizione Dante e Mattotti li costringono a guardare indietro: torcono loro il collo affinché facciano «petto delle spalle». Stavolta, più che le frollature e gli sfiguramenti di Bacon, sovvengono le lussazioni e gli strapazzamenti che Hans Bellmer ha inferto alle sue anatomie fantastiche. E non scordiamoci di Goya! I giganti Anteo, Fialte e Briareo torreggiano sulla carta quale orgogliosa progenie del celebre Colosso che si staglia imponente sopra un inferno terrestre la cui causa sembra essere la sua avanzata terremotante.

Come inchioda Ugolino alla propria ferocia azzannatoria, così Lorenzo fotografa Francesca nell’atto di allungare il braccio, a rischio di strappo muscolare, in cerca di un contatto con Dante. Tenuta per la vita da Paolo, la ravennate fatale è colta nel momento di massimo avvicinamento al Poeta che alza le mani per pararsi dal tocco della donna, prima di venir meno come «morisse», prima di cadere «come corpo morto cade». Non so voi, ma io mi sono sempre chiesto: non è una reazione un tantino sproporzionata cadere come corpo morto al cospetto di una fanciulla che gli appare quale colomba «dal disio» chiamata, considerato il luogo dove ci troviamo e i figuri decisamente più atterrenti nei quali Dante s’imbatte?

Lorenzo Mattotti, Guardando l’Inferno, con un testo di Jonny Costantino, Nuages, Milano 2021, 1200 esemplari numerati, 28 euro.

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pubblicato da j.costantino nella rubrica arte il 12 maggio 2021