L’anno che verrà

Dario Voltolini



Questo testo è la trascrizione di un intervento per TEDx Torino organizzato da TEORESI Group il 10 dicembre 2020.


Questo periodo che abbiamo vissuto e che stiamo vivendo ci permette e ci chiede di ripensare molte delle nostre idee.

Ci troviamo in una situazione per certi aspetti molto preziosa: non capita mai che sostanzialmente tutti quanti noi siamo concentrati sullo stesso tema, sullo stesso problema.

Ciascuno di noi vede il proprio impulso a immaginare il futuro affiancato dall’impulso degli altri. Siamo come allineati tutti quanti a riflettere sulla stessa agenda.

L’anno che verrà è quindi investito dai timori, dalle speranze, dai pensieri, dai ragionamenti, dalle ipotesi, dalle convinzioni, dalle illusioni, dai dubbi e dalle certezze di miliardi di persone insieme, potremmo dire contemporaneamente e concentricamente sul tema centrale della salute individuale e di specie.

Penso che ciascuno di noi abbia una parte di sé stesso perennemente dedicata a immaginare “come sarà”, “come andrà”.

Di questo vorrei parlare oggi: della nostra immaginazione.
Però vorrei parlarne in questo modo: non tanto dicendo anche io la mia su come immagino che sarà l’anno che verrà o su come immagino che andranno le cose, sebbene io come tutti abbia delle immagini prodotte appunto dalla mia immaginazione.
Vorrei piuttosto fare una specie di capriola immaginativa, vorrei provare a immaginare quale tipo di immaginazione ci sia richiesta per fronteggiare questa situazione nella sua portata planetaria e nella sua discontinuità con il passato recentissimo.
Vorrei provare a immaginare quali caratteristiche la nostra immaginazione dovrebbe avere per immaginare l’anno che verrà, inteso come metafora per dire “il futuro”, il nostro futuro.

Quindi propongo di immaginare le caratteristiche che la nostra immaginazione dovrebbe avere. In altre parole, propongo di usare questo momento particolarissimo cogliendone la novità, sebbene drammatica, e accettando di conseguenza il compito di dotarci di atteggiamenti altrettanto innervati di novità. Naturalmente questo è un suggerimento che riguarda qualcosa da fare collettivamente, un compito in classe e non un’interrogazione alla lavagna di singoli individui. Un compito in classe di gruppo, se così possiamo dire, con una classe per la prima volta nella storia così formidabilmente numerosa.

Dunque la mia proposta è: immaginiamo come vorremmo che fosse la nostra immaginazione per riuscire meglio a immaginare il nostro futuro.
Cioè immaginare quali miglioramenti possiamo apportare a questa nostra meravigliosa facoltà – l’immaginazione – e a come vorremmo che fosse la sua evoluzione, inevitabilmente accelerata dalla congiuntura singolarissima che stiamo tutti vivendo.

Vorrei suggerire di immaginare i miglioramenti e l’evoluzione della nostra immaginazione seguendo tre “dorsali”, cioè tre linee che spiccano nel nostro immaginario territorio dell’immaginazione, come se fossero tre catene montuose che la percorrono tutta, oppure al contrario tre faglie che la muovono tutta nelle sue profondità.

Proviamo a immaginare allora queste tre dorsali, queste tre linee di evoluzione, dalle quali magari far emergere anche una prospettiva:

La prima la chiamerei la “dorsale associativa”.
La seconda la chiamerei “la dorsale radicale”.
La terza la chiamerei “la dorsale dei tempi liquidi”.

La dorsale associativa

Una meravigliosa caratteristica dell’immaginazione umana, forse la sua caratteristica fondamentale, è quella di sapersi allontanare dalla realtà per dare vita ad altri mondi, sebbene come direbbe Leopardi questi siano mondi illusori. Ma è proprio nella lontananza dalla realtà e nell’illusione che la nostra altra facoltà meravigliosa, vale a dire la ragione, trova materiale da pensare, da erodere, anche da demolire e da distruggere. Tuttavia, senza questi mondi da affrontare e persino da demolire, la nostra stessa ragione finirebbe per trovarsi inaridita, inutile, per così dire sterile e a lungo andare potrebbe persino spegnersi. In questo movimento che può apparire paradossale, la funzione dell’immaginazione è fondamentale non solo per sé stessa, ma anche per l’altra facoltà, cioè per la ragione.

Chiamerei questa caratteristica dell’immaginazione “capacità dissociativa”. Cioè la capacità di sganciarsi dal mondo reale per creare versioni diverse e molteplici di altri mondi.

Proprio a questa “capacità dissociativa” io immagino che sarebbe importantissimo affiancare una “capacità associativa” complementare, che possa completarla e farla evolvere. Proviamo a immaginare questa capacità. Io immagino la capacità associativa dell’immaginazione come una capacità di portare dentro il mondo reale i frutti partoriti altrove dalla sua capacità dissociativa. Non solo di darli in pasto alle facoltà razionali affinché progrediscano demolendoli, no: proprio applicando una forza centripeta alle proprie invenzioni, una forza di gravità che le riporti sullo scabro territorio del reale. Che le impasti nella realtà, che richieda alla realtà di collaudarle e che dia a loro la concretezza per collaudare la realtà. Immagino un movimento doppio dell’immaginazione, che prima si allontana dalla realtà e che poi vi fa ritorno, come un pescatore che lancia la rete dalla sua vuota imbarcazione e poi la richiama indietro riempiendo la barca di pesci.

La “dorsale associativa” la penso così, come un miglioramento della nostra immaginazione che si dota della capacità, dopo essere andata lontano, di tornare indietro carica di contenuti con cui arricchire la realtà.

La dorsale radicale

Noi parliamo di “immaginazione” al singolare per riferirci a una facoltà umana, ma quando poi andiamo a vedere come tale facoltà si manifesta nella nostra vita di specie vediamo che i suoi frutti crescono su rami diversissimi: arte, sport, letteratura, tecnologia, musica, danza, chimica, scienza, medicina, finanza, informatica… ogni aspetto dell’attività umana, e non solo di quella culturale in senso lato, presenta frutti della cosiddetta “immaginazione”. I rami di cui qui parliamo metaforicamente si sono via via nel tempo sempre più ramificati, appunto, cioè le nostre aree di intervento nel mondo si sono sempre più “specializzate” e all’interno stesso di ciascuna disciplina le ramificazioni si sono moltiplicate e la nostra distanza dal cosiddetto “uomo leonardesco”, cioè la figura di un uomo in grado di eccellere simultaneamente tanto nell’ingegneria quanto nella pittura, tanto nella musica quanto nell’urbanistica eccetera, appare ormai incolmabile. Abbiamo dovuto diversificarci, specializzarci, diventare sempre più sottili, per penetrare dentro la realtà sempre più a fondo. In ogni ambito la funzione dell’immaginazione si fa più specifica e immaginare per esempio nuovi servizi finanziari non è immaginare nuove applicazioni informatiche e non è immaginare nuove particelle subatomiche né nuovi romanzi polizieschi e così via. Il prezzo da pagare all’estremizzarsi delle nostre specializzazioni è una parcellizzazione crescente del sapere, e per quello che concerne il tema di cui stiamo trattando, una parcellizzazione crescente della nostra immaginazione. Potremmo chiamare “capacità floreale” questo aspetto della nostra immaginazione, che riesce a fiorire e a fruttificare al culmine di ramificazioni sempre più sottili e sempre più lontane fra di loro, come le estremità della chioma di un albero gigantesco che continua a crescere. Diciamo che, immaginata così, questa caratteristica della nostra immaginazione non sembra aver nulla di incompleto da evolvere. Ma tutti questi fiori, tutti questi frutti che fioriscono e maturano negli estremi, sono sempre più lontani gli uni dagli altri.

Pertanto proprio a questa “capacità floreale” della nostra immaginazione io immagino che sarebbe importantissimo affiancare una “capacità radicale” complementare, che possa completarla e farla evolvere. Proviamo a immaginare questa capacità. La capacità radicale dell’immaginazione secondo me dovrebbe ristabilire un nesso vitale che rischia di perdersi. Ma non si tratta e non può trattarsi di un nesso che raduni insieme i frutti e i fiori della nostra metafora arborea: li soffocherebbe, li impasterebbe in una marmellata sterile. Io immagino che nella “dorsale radicale” trovi posto un movimento che da ciascun fiore e da ciascun frutto della nostra immaginazione dispiegata ritorni giù verso il tronco e poi ancora più giù verso le radici di questo albero. Un movimento che riconosca e che renda effettivamente riconoscibile l’origine comune di tutte le nostre immaginazioni, un movimento che sappia ritornare all’oscuro terreno da dove tutto nasce, alle zone comuni di una materia opaca trasformata incessantemente in nutrimento. La “dorsale radicale” secondo me è la direzione seguendo la quale dotiamo la nostra immaginazione floreale di un movimento a ritroso che la completa e la evolve. Se ciascuna delle nostre specializzazioni deve svilupparsi in una sua propria direzione e quindi distanziarsi dalle altre, la “dorsale radicale” deve togliere l’angoscia della solitudine ai fiori e ai frutti delle immaginazioni settoriali e specialistiche riportando ciascuna in un quadro più complesso e ricco nel quale l’unità fra tutte è sempre già garantita dalle radici comuni, e non via via sempre più perduta: questa “dorsale radicale”, di cui vorremmo dotare la nostra immaginazione per renderla più in grado di immaginare “l’anno che verrà”, mi rendo conto che non è semplice immaginarla. Penso tuttavia che sia importante farlo perché il contromovimento “radicale” potrebbe abbassare l’angoscia della solitudine di ogni prodotto dell’immaginazione meramente “floreale”.

La dorsale dei tempi liquidi

Una caratteristica della nostra immaginazione è quella di immaginare il futuro. La dimostrazione è che oggi siamo qui a immaginare “l’anno che verrà”. Questa caratteristica è uno dei presupposti su cui si fonda anche la caratteristica “dissociativa” di cui abbiamo parlato. Quale mondo che non sia questo mondo possiamo immaginare? Be’ in primo luogo il mondo che sarà. Non c’è, ma possiamo immaginarlo. Possiamo immaginarlo, probabilmente dobbiamo immaginarlo, proprio perché non c’è. Io chiamerei questa capacità dell’immaginazione “la dorsale dei tempi solidi”. Come immagine potremmo pensarla come il movimento di costruzione che pietra su pietra erige una torre: ogni pietra presente diventa la pietra passata su cui si fonda la pietra futura che così diventa presente e poi a sua volta passata e così via. Nella “dorsale dei tempi solidi” la nostra immaginazione è costruttiva, indirizzata, addizionale e potremmo vederla anche come “progressiva”. In questo senso credo che sia proprio la “dorsale dei tempi solidi” a necessitare profondamente di un completamento che ne sia anche l’evoluzione. Chiamerei questo completamento e questa evoluzione la “dorsale dei tempi liquidi” lungo la quale penso dovremmo cominciare a immaginare la nostra immaginazione, una dorsale che le permetta di porsi nei confronti dell’anno che verrà con più robustezza, con più forza e al tempo stesso con più agilità.

Proprio la nostra immaginazione ha immaginato che il tempo non sia poi così semplicemente quella freccia lineare che dal passato va verso il futuro infilando il presente come un pollo allo spiedo. È proprio la nostra immaginazione ad aver nutrito le più sofisticate visioni di tempi non lineari, sia nelle scienze sia nelle arti sia soprattutto – e qui mi permetto un piccolo moto di orgoglio professionale – nella letteratura. È necessario qui che l’immaginazione faccia la capriola forse più importante di tutte, quella di immaginarsi svincolata dalla metafora del tempo lineare, di immaginarsi libera non solo di immaginare il futuro, ma di immaginarsi il passato. Può sembrare un paradosso, e forse lo è e forse deve esserlo. Immaginare il passato. Pensiamoci su. Immaginiamo come si possa fare. E poi non solo: immaginare il presente. Sembra addirittura una frase senza significato. Bene, proprio per questo è richiesta un’immaginazione che dia significato a una frase così bislacca. Immaginare il presente. Questo è il senso della “dorsale dei tempi liquidi”, immaginarsi un movimento della nostra stessa immaginazione che affianchi, completi e faccia evolvere l’immaginazione “dei tempi solidi”, della quale, peraltro, è il prodotto più raffinato. È importante secondo me vedere che la “dorsale dei tempi liquidi” e quella dei “tempi solidi” non sono in opposizione. È importante vedere come la prima nasca dalla seconda, un po’ come la meccanica quantistica nasce da quella classica, ma in un movimento complessivo enormemente più ricco e maestoso. Se è oggi che possiamo immaginare una “dorsale dei tempi liquidi” per la nostra immaginazione, lo dobbiamo a secoli di immaginazioni che si sono stratificate una sull’altra in un movimento di “tempi solidi”. La “dorsale dei tempi liquidi” potrebbe aiutarci a immaginare un’immaginazione che sfida il futuro, non che ne raccoglie le sfide. Immaginiamo di dotarci di un’immaginazione che oltre a immaginare il futuro immagini il passato e immagini il presente e così facendo prenda di petto anche la non linearità del tempo e che si trovi a suo agio nei paradossi temporali e che da qui parta a immaginare anche spazi diversi, non solo cartesiani, non solo non-cartesiani ma appunto finora inimmaginabili. Un’immaginazione che colonizzi l’immaginabile, che ne sposti gli equilibri con quello che ora è immaginato.

Conclusione che non è una conclusione

In conclusione, dotiamoci di questa immaginazione evoluta, non aspettiamo che “l’anno che verrà” ci lanci sfide a cui reagire, sfidiamolo noi per primi. Immaginiamolo immaginando con lui anche gli anni passati, immaginiamo con loro anche l’anno presente. Immaginiamo che la nostra stessa immaginazione si è evoluta. Immaginiamola lungo queste tre dorsali, immaginiamola lungo innumerevoli altre dorsali di cui non sappiamo ancora nulla e proprio perché non ne sappiamo nulla possiamo e forse dobbiamo immaginarcele.

I doppi movimenti delle tre dorsali

L’immaginazione così immaginata, immaginandola lungo queste tre dorsali, cioè:
la “dorsale associativa” che ne completa ed evolve la capacità “dissociativa,”
la “dorsale radicale” che ne completa ed evolve la capacità “floreale” e
la “dorsale dei tempi liquidi” che ne completa ed evolve la capacità “dei tempi solidi”,
mi sembra che si arricchisca in maniera adeguata per immaginare appunto l’anno che verrà, inteso come il primo e prossimo pezzo di futuro con cui avremo a che fare.

Questa immaginazione dunque ha tre movimenti che si aggiungono a quelli soliti, completandoli. Li completano, mi sembra, rendendo l’immaginazione non una facoltà più astratta o complicata, ma al contrario rendendola direi più concreta, fisica, addirittura corporale. Sono movimenti di diastole che completa la sistole, di inspirazione che completa l’espirazione, di sonno che completa la veglia. Me la immagino pulsare, questa immaginazione, la vedo vivere dentro un ritmo, vibrante e in movimento.

Me la immagino come uno luogo multidimensionale e in parte misterioso, dove accadono eventi che non sappiamo descrivere bene. Faccio solo questo esempio: l’immaginazione è quello spazio dove in Tesla i confini tra invenzione e scoperta si scioglievano, svanivano.

Così, con questa pulsazione, con questo respiro della nostra immaginazione vivente, in questo spazio multidimensionale, immagineremo l’anno che verrà.

Infine

Non vorrei però sottrarmi alla consegna di immaginare l’anno che verrà, non vorrei che questo gioco di immaginare l’immaginazione lasciasse totalmente priva di contenuti l’immaginazione del tempo che sta arrivando.

Allora vorrei semplicemente dire quali secondo me sono tre fra gli innumerevoli temi, o argomenti, o capitoli – chiamiamoli come vogliamo – su cui dovremo sicuramente fare un importante, nuovo e profondo lavoro immaginativo, qualunque sarà l’immaginazione di cui disporremo.
La mia è una piccola lista del tutto personale.
Due sono:
il potere
e
il denaro.
Il terzo, che non riguarda certo solo l’anno che verrà o gli anni che verranno, ma appunto forse tutti gli anni, è:
la libertà.

TEDx 10 dicembre 2020.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica dal vivo il 13 aprile 2021