Sfregi sbandi epifanie: l’arte di Nicola Samorì

Jonny Costantino



Giovedì 8 aprile, se fosse stato in vita, avrebbe compiuto 110 anni uno dei massimi sfregiatori novecenteschi del pensiero, il rumeno Emil Cioran, autore di libri capitali come Sommario di decomposizione e Squartamento. Lo stesso giorno Palazzo Fava – il Palazzo delle Esposizioni di Bologna – avrebbe dovuto aprire al pubblico le sue mirifiche sale. L’occasione è una di quelle dove all’anima è chiesto d’indossare lo smoking e ai piedi di calzare scarponi dentati che frenino la caduta negli abissi di cui l’ufficio marketing non può parlare. L’occasione è una delle più importanti mostre non solo italiane degli ultimi anni, la prima grande antologica di Nicola Samorì pittore e scultore: Sfregi.

Un’ottantina di lavori dell’artista che vive a Bagnacavallo interagiscono coi fregi del piano nobile e con opere della collezione come le Cieche di Annibale Carracci e la Maddalena penitente di Antonio Canova, giusto per farsi un’idea del livello dei cortocircuiti che questa avventura promette. A volere fortissimamente la mostra è stato Fabio Alberto Roversi Monaco, il presidente di “Genus Bononiae. Musei nella Città”, che per me resta il Magnifico Rettore la cui firma sta sulla mia laurea in Giurisprudenza del 2000. Siccome va dato a Cesare quel che è di Cesare, bisogna riconoscere al Magnifico l’essere stato il primo, la bellezza di vent’anni fa, ad accorgersi della portata dell’arte di Samorì divenendone un appassionato propugnatore, peraltro in un momento in cui il rumore di fondo era quasi assordante, in cui non era facile riconoscere in questo artista sui generis l’assoluto fuoriclasse che i lustri a venire avrebbero rivelato al mondo, in un momento cui ci voleva davvero il proverbiale occhio di lince.

Il curatori della mostra sono Chiara Stefani e Alberto Zanchetta e anche qui – sempre in virtù del principio cesareo – va detto che Zanchetta è stato il primo studioso a valorizzare il lavoro di Nicola in completa controtendenza, quando cioè le mode del giorno e gli orientamenti curatoriali dal fiato corto andavano in tutt’altra direzione. Di una buona parte degli artisti che facevano il bello e il cattivo tempo allora, in quell’inizio Duemila, è rimasto poco più o poco meno di cenere, mentre la stella di Samorì, l’inattuale Samorì, splende più abbacinante che mai. Il fatto che oggi Zanchetta sia uno dei due curatori di questa canonizzazione (parafrasando l’ottimo Federico Ferrari) – e lo sia per volontà di Samorì – la dice lunga anche su che tipo di uomo questo mirabile artista sia.

Poiché l’autocritica non fa mai male, trovo doveroso ammettere di non essere un’estimatore della prima ora, come i succitati presidente e curatore, per quanto sarei stato non poco orgoglioso di fregiarmi di tale attestato di supervista. Sono arrivato tardivamente a Samorì. Sono caduto dal cavallo nel 2014, grazie alla personale vicentina La pittura è cosa mortale, dove m’ero recato in pellegrinaggio su impulso dell’amico pittore Flavio de Marco. Da allora però ho cercato di recuperare, senza farmi mancare trasferte a Londra Amsterdam Lipsia Berlino, al fine esclusivo di stare davanti alle carni della pittura e della scultura di colui che è diventato una delle mie magnifiche ossessioni.

Ho avuto la chance di visitare in anteprima la mostra e vi dico che è pazzesca. Essa stabilirà un prima e un dopo nella vita non solo dei vostri occhi. Sfregi è sbaragliante, sbandante: imprescindibile. Imprescindibile per chiunque abbia occhi per vedere e si rapporti voluttuosamente, e problematicamente, al vedere. Imprescindibile, a maggior ragione, per artisti o aspiranti tali. No, non solo pittori e scultori. Imprescindibile per compositori e musicisti, scrittori e cineasti. Imprescindibile per la maestria e la capacità di rigenerazione di un linguaggio espressivo armeggiando con una tradizione elettiva. Una tradizione che ne esce fuori, a sua volta, riaccesa. Samorì assoggetta quel che tocca a un processo suicidale il cui effetto è vivificare la cosa e con essa chi guarda. Stop, mi fermo. Voleva essere soltanto una segnalazione, questa mia.

In attesa che la pestilenza e coloro che la gestiscono consentano una ripresa della vita attivamente contemplativa, il fantastico staff del museo ha organizzato e organizzerà visite guidate e altre modalità di fruizione online. Cosa buona e giusta: informatevi, sparatevele, godetene. Ma organizzatevi al contempo per un incontro dal vivo, per un corpo a corpo con quest’arte che live è davvero un’altra cosa. Se venite da un’altra città o regione, iniziate a falsificare l’autocertificazione. Se vi muovete da un altro paese o continente, tamponatevi, vaccinatevi, eludete le regole, fate insomma quello che occorre per arrivare a destinazione.

Giusto perché siete voi, confidando di far cosa gradita, vi servo in anteprima qualche piccolo lampo dal capitolo “Nicola Samorì e il male” contenuto nel mio libro in uscita con l’editore Rubbettino La mano bruciata. Scrittori, pittori, elezioni.

Nicola Samorì è un trageda della carne che abita il cuore di tenebra della visione.

Mostrare l’inenarrabile, in generale, significa rendere visibile quel che la parola non riesce a narrare. Mostrare l’inenarrabile, nel caso di Samorì, implica una serie di pratiche. Attivare un movimento divoratorio all’interno della figurazione. Fare a fette la rappresentazione. Eviscerare la plasmabile alterità che sta sotto la montatura dell’identità. Mostrare l’altro come polo d’attrazione e attrizione, come attrito interiore. Insediarsi in pianta stabile nelle latrine della creatura. Materializzare il nulla, il vuoto dentro il nulla, la mancanza, la presenza dell’assenza, la spirale che aspira, il ritiro dello spirito, il fondo del doppio, il divenire buco della figura. Mettere sottosopra la figura.

L’arte di Samorì muove dal presupposto che la Verità è un orrido e che Dio è un bluff. Un’arte che – nella sua sovrana inutilità – rivendica lo status di più sensata forma possibile del nonsenso generatore. Un’arte che abbraccia senza riserve la potenza dell’illusione indossando con cura la maschera antropomorfa della figura. Un’arte che, compiuto il rito della figurazione, con la brutalità di un assassino che non tentenna, strozza l’illusione sbregando la maschera. E chi troviamo a puntarci dall’altra parte dello sbrego? Il signor Abisso.

La donna è la colonna portante dell’arte di Nicola Samorì. È dagli anfratti della donna che l’artista estrae il necessario per vivere e per creare. Taglio sessuale e incaglio mortale, vita deflagrata e abisso verticale, origine e fine del mondo: la donna. Con le sue contrazioni e le sue deiezioni, i contagi e le usurpazioni, l’arte di Nicola Samorì è una vulva emorragica e una peste venerea.

L’arte di Samorì è un antidoto contro il deserto della Vanitas demente che cancella il passato, divora il futuro, avvelena il presente.

Info
Titolo mostra: Sfregi
Artista: Nicola Samorì
Curatori: Alberto Zanchetta, Chiara Stefani
Durata: fino al 25 luglio 2021
Spazio espositivo: Palazzo Fava, via Manzoni 2, Bologna
Promotore: Genus Bononiae. Musei nella Città
Catalogo: Electa
Progetto grafico: Leonardo Sonnoli
Sponsor: Biomax
L’artista ringrazia: Monitor, Roma / Lisbon / Pereto; Galerie EIGEN+ART, Berlin / Leipzig
Informazioni: www.genusbononiae.it | 051 19936343| esposizioni@genusbononiae.it

Immagini, a scendere: tre vedute della mostra realizzate dal fotografo Paolo Righi con Maddalena penitente (1793-96) di Antonio Canova circondata da Samorì; A corde (2019) e Pittura (2018, dettaglio cerchiato) dell’artista antologizzato.








pubblicato da j.costantino nella rubrica arte il 10 aprile 2021