Dire fare ascoltare

Maria Cecilia Iannilli



Nel mio lavoro incontro bambini e ragazzi.  L’incontro reale avviene, si può dire, in un non-luogo. Nel crocevia di una sofferenza psichica il più delle volte inconsapevole ma spesso visibile al corpo, il quale parla di emozioni molto intense che hanno bisogno di essere nominate e integrate. Sono una psicoterapeuta e l’essenza del mio mestiere è l’ascolto.

Come adulti, è importante accogliere le emozioni dei bambini e dei ragazzi e anche quelle che suscitano in noi, tenendo a mente la nostra storia per capire e non proiettare giudizi, aspettative, difficoltà, frustrazioni. Solo così si può aiutarli a raccontare la loro esperienza fatta anche di errori, illusioni, incomprensioni e incertezze, e trovare modi per attraversare la vita insieme a idee nuove per viverla, per immaginarla e per desiderarla.

I bambini e i ragazzi vengono guardati, riconosciuti? Vengono ascoltati? Cosa stanno cercando di dire agli adulti? Perché lo devono gridare? Perché lo mostrano con la violenza verso se stessi o verso gli altri? Quali spazi di incontro reale hanno per loro, oltre la scuola (ammesso che lo sia)?

L’umanità a questa età sa tutto di sé e degli altri perché più prossima a un sentire primordiale, che è più emotivo e privo di sovrastrutture mentali. Ma proprio per questa mancanza, i bambini e i ragazzi hanno la necessità di rispecchiarsi e di riflettere per conoscere, per capire e per crescere. Il bisogno vitale è quello di essere presenti nella mente dell’altro per poter elaborare la propria identità e il riconoscimento dell’altro-da-sé.

Soprattutto gli adolescenti avvertono gli adulti come quelli che li giudicano, con la consapevolezza che non abbiano nemmeno l’autorità morale per farlo. Diciamo loro cosa devono fare e contemporaneamente chiediamo loro cosa dobbiamo fare noi, dimostrando la grande fragilità di adulti che improvvisamente hanno bisogno di sentirsi autorevoli e, nella difficoltà di entrare in relazione, anche autoritari. Non è un caso che il discorso pubblico sui giovani riguardi quasi esclusivamente il controllo. Tuttavia, il controllo genera ancor più provocazioni e rivolte. La mancanza di ascolto, con la quale i bambini e i ragazzi crescono, suscita un vero tradimento e a furia di sentirsi traditi, si induriscono e si chiudono in se stessi.  C’è bisogno di adulti che li sappiano ascoltare e a cui guardare, che sappiano tanto «stare» quanto «essere». È importante sentire di avere qualcuno accanto a cui chiedere aiuto quando si manifestano emozioni tanto intense da esserne sopraffatti; che condivida il silenzio; che possa incoraggiare a esprimersi liberamente, senza pregiudizi; che non abbia paura di mostrare le proprie debolezze e i propri limiti; che incarni l’esempio di chi attraversa la vita con fatica, ma anche con gioia. Adulti che parlino con loro e non di loro. Lo chiedono in tutti i modi possibili, nella famiglia come nella scuola.

La scuola, per molti, non è vissuta come uno spazio di dialogo e confronto, e durante il periodo in DAD questa distanza si è acutizzata e resa ancor più manifesta.  Perché è raro l’ascolto nella scuola? Tutte le ragazze e tutti i ragazzi con cui parlo mi chiedono perché i professori non vengono selezionati con maggiore attenzione alla loro competenza, motivazione, salute mentale e predisposizione a cambiare metodo di insegnamento in base a chi hanno davanti e ai tempi che si attraversano. Ma soprattutto chiedono perché non sono chiamati in causa per creare il luogo educativo di cui sono i fruitori e non solo consumatori di nozioni, per una partecipazione che sia attiva e condivisa, che possa sostenere i processi di co-costruzione dei saperi e degli apprendimenti.   Durante lo sviluppo della persona, nei primi anni di vita e poi in adolescenza, è elevatissima la capacità di trasformarsi sulla base dell’esperienza. Attraverso quest’ultima, si sostiene lo sviluppo di competenze cognitive molto elevate, come la capacità di risolvere i problemi, di fare delle pianificazioni e delle previsioni, di raggiungere degli obiettivi, di ragionare in modo flessibile, di prevedere le conseguenze. Ma l’esperienza incoraggia anche il confronto con le proprie emozioni e con quelle degli altri, e la condivisione svolge un allenamento necessario per elaborare un’idea di se stessi e del mondo.

Come si può cambiare la scuola in uno spazio di esperienza trasformativa? In primo luogo, a mio avviso, la scuola dovrebbe restituire un senso di comunità, aggregazione e interazione, uno spazio dove educare principalmente all’affettività e alle relazioni, così come all’errore. La scuola vissuta come luogo inclusivo per tutti e non unicamente di competizione.  Sarebbe auspicabile, sin da piccoli, allenare i bambini alle scelte che attraversano tutta la vita. Quelle che permettono di sbagliare, cioè di fare errori, mettendoli di fronte alle responsabilità e alle conseguenze delle proprie azioni. Le scelte distinguono le persone e parlarne aiuta i ragazzi ad avere suggerimenti dagli adulti; per questo motivo si devono offrire molte possibilità dove sperimentarsi, anche nel fallimento.

Le manifestazioni e le discussioni suscitate dalla pandemia mostrano come i ragazzi abbiano iniziato a farsi carico concretamente di un possibile reale cambiamento che ha il sapore di un’assunzione di responsabilità rispetto alle decisioni che generalmente provengono dall’alto. Non hanno paura di esprimere le proprie idee che uniscono al desiderio di trovare lo spazio per essere ascoltati davvero. Diamo loro questi spazi dove prendere la parola, esprimere la propria creatività, fare esperienza di convivenza.

In queste riflessioni e domande si racchiude il desiderio di bambine e bambini, ragazze e ragazzi di avere a che fare con adulti competenti in grado di indicare loro la strada per arrivare al futuro. Occorre riuscire a mantenere la buona, vecchia promessa dei nonni e bisnonni: ritrovare il futuro come il tempo del proprio desiderio e della propria vocazione.

Maria Cecilia Iannilli psicologa e psicoterapeuta dell’infanzia e dell’adolescenza








pubblicato da g.giovannetti nella rubrica scuola il 8 aprile 2021