Memorie dal sottobosco

Tommaso Lisa



Scrivere di coleotteri

In un noto passo delle Ricerche filosofiche, il capitolo 293, Ludwig Wittgenstein mette in atto l’esperimento in cui suppone che ciascuno abbia una scatola dentro la quale è contenuto qualcosa chiamato “coleottero”. Nessuno può guardare nella scatola dell’altro e ognuno dice di sapere che cos’è un coleottero solo guardando il suo. L’oggetto contenuto nella scatola potrebbe cambiare di volta in volta, essere diverso, e la scatola infine essere perfino vuota. Il fatto che nessun altro possa avere accesso a tale “coleottero” toglie senso a ogni enunciato del tipo “il coleottero che solo io posso vedere”.
Quando ho iniziato queste pagine sul Diaperis, un coleottero dei funghi, e sui suoi costumi, ero in cerca di una scrittura che fosse la trasposizione obiettiva del mio personale legame con lui. La scienza ha spostato la frontiera d’indagine tanto in avanti, con strumenti così sofisticati, da escludere la possibilità di osservare qualcosa di nuovo. Se nella dimensione pubblica del linguaggio tutto sembrava quindi essere stato già detto, nel rapporto privato tra me e l’insetto c’era una vasta zona oscura da indagare, sul perché avessi scelto di studiare questa specie: come fosse nata, appunto, la “relazione”.
Ho deciso che la mia ricerca sarebbe stata nel cercare il limite fin dove il linguaggio può spingersi verso il “privato” prima di perdere senso, scivolando nel delirio.
Pagina dopo pagina, tessera dopo tessera, da manuale sui Tenebrionidi il dettato scientifico divulgativo si sarebbe avvicinato alla dimensione privata fino al delirio psicotico, al limite del dicibile, memore delle testimonianze rese da Daniel Paul Schreber nel 1893 in Memorie di un malato di nervi, ma in forma più misurata: una testimonianza di “psicanalisi entomologica”, una specie di “caso Diaperis”, ciò che si potrebbe definire “Memorie di un malato di insetti”.
L’occasione (o meglio, il “piccolo fatto vero”) si è presentata un tardo pomeriggio di fine autunno del 2019 allorché, estratto il coleottero dalla sua scatola, sono piombato nel ricordo del mio incontro iniziatico con il Diaperis, il 19 aprile 1986, quando avevo pensato che «dovesse essere davvero molto bello essere questo coleottero». A partire da quest’apparentemente kafkiano desiderio di metamorfosi s’è articolato un discorso su vari piani: entomologico, etologico, antropologico e psicanalitico. Mi sono impegnato a individuare il limite del “vedere-come” il Diaperis in maniera oggettiva, senza rendere il coleottero un simbolo o una metafora. Volevo mettermi al suo pari, regredendo nella giungla – “Cuore di Tenebrionide” – ma in fondo al nero della materia non ho scorto “l’orrore”. Il Diaperis non portava alcun significato “altro”, aveva già iscritto in sé il senso, in modo compiuto. Stava a me, al mio occhio entomologico, leggere in lui il racconto del quale è naturalmente portatore, in un movimento al limite tra il familiare e l’irrompere dell’estraneo, l’emergere dello straordinario nell’ordinario.
I segni di cui è portatore questo coleottero – che diventa così un “meme naturale” – non sono arbitrari, ma motivati dalla contingenza, dalla “necessità di esistere” della specie. Al centro dell’epifania era infatti la convinzione di trovarmi vicino alla rivelazione che, da qualunque parte la si osservi, la vita pare non avere altro senso che quello di preservare sé stessa, in cicli concentrici, una spirale se non vichiana, almeno patafisica. Questo sembrava sussurrare confidenzialmente il Diaperis a me, chiuso nella mia scatola percettiva.
La normalità quotidiana divenne una cornice nella quale inquadrare istantanee di frammenti e di ricordi prelevati dalla selva psichica. In queste “memorie dal sottobosco” non so se ho testimoniato oppure indotto un “disturbo della contiguità”, la perdita di una percezione soggettiva soppiantata dall’aderenza all’osservazione dettagliata delle cose, i caratteri ancestrali che guidano il subconscio nella formazione del mondo. Lo psicotico infatti è l’empirista radicale, che vive letteralmente sprofondato nella realtà. Certo, il sottobosco mi parla – parla a me – ma io sono anche parlato dal sottobosco, grazie al profumo emanato dall’insetto, alla colorazione vibrante sulle elitre come pure al fungo in cui vive – regredendo in un alternativo “paese delle meraviglie”.

Diaperis boleti

Quest’insetto dell’ordine dei Coleotteri, famiglia dei Tenebrionidi, torna periodicamente a farmi visita. Stasera ne rivedo alcuni esemplari nella collezione della mia adolescenza, custodita a casa dei miei genitori.
Quando ho iniziato a studiarli avevo l’età di mio figlio, poi la raccolta è stata proseguita da mio padre, nel suo appartamento all’ottavo piano alla periferia di Firenze. Sono circa cento cassette di varia grandezza riposte nelle librerie ai quattro angoli della casa, piene di Coleotteri e Lepidotteri in file e suddivisi per famiglie e sottofamiglie, eredità accumulata in maniera compulsiva e seriale negli anni a forza di cacce, escursioni, scambi, acquisti e corrispondenze intrattenute con entomologi di ogni parte del mondo.
Scrivo da questo luogo, in un freddo pomeriggio invernale. Le luci si riflettono a scacchiera dalle facciate dei palazzi sulle vetrine dei negozi che stanno per chiudere. Nuovi lampioni a led si sono appena accesi sulle vetture parcheggiate per strada. Sfilo la scatola entomologica da uno scaffale, tralasciando altre teche più promettenti, quelle che sulla costola leggermente ruvida di derma lavabile color noce riportano la scritta Carabus o Curculionidi tropicali; vi passo sopra la mano, esitante, ma il nome sfiora la cosa senza afferrarla. Provo un sussulto, un contraccolpo affettivo.
Si delinea una precisa volontà nell’apparentemente distratto allungare il braccio, la cui ombra protesa nella luce del tardo pomeriggio indica come una meridiana. Scelgo i bistrattati e bigi Tenebrionidi. Mentre mio figlio gioca nell’altra stanza, dietro il vetro lievemente opacizzato dalla polvere e dai vapori di canfora emanati dal cilindretto antitarme, riposto nell’angolo inferiore destro della teca, appare la forma inconfondibile del mio coleottero.
La serie è costituita da quattro esemplari preparati e incollati su cartoncino bianco fustellato con tre righe alla base e sottostante cartellino con luogo di cattura: “Pistoia, Padule di Fucecchio” (ma no, non sono questi i primi esemplari che ho trovato da ragazzo).
Giacciono riposti in una scatola entomologica in legno di dimensioni 20x30, fondo in plastazote dello spessore di un centimetro, chiusura ermetica con battuta. Nella raccolta, ordinata secondo criteri di sistematica, sono circondati da altri Tenebrionidi affini ma anche di altri generi. L’apparizione della sua forma rievoca un ecosistema di segni, una foresta di simboli.

Tassonomia

Siedo alla scrivania dello studio sorseggiando un caffè, il quinto della giornata. Ho immaginato di prendere in mano, soppesandolo, un antico cannocchiale telescopico in ottone. Tolto dall’astuccio foderato di velluto, esteso nei suoi sette elementi, ho immaginato di avvicinare la prima lente all’occhio, puntando verso un’isola all’orizzonte. Quest’isola, o questo promontorio, che m’appresto a scrutare, ha una strana forma: la sagoma di un insetto.
Provo una sensazione di vertigine ogni volta che apro l’allegoria di Google Earth e osservo il globo terracqueo ripreso da distanze siderali o da un satellite fermo in una qualche orbita geostazionaria. Con qualche clic del mouse e un’accelerazione che deforma i profili, piombo come un meteorite al suolo: può essere un bosco del Canada sulle rive del lago Ontario o le colline toscane tra Fucecchio e San Miniato, e da lì, arbitrariamente, inizio a guardarmi intorno. È la stessa vertigine di quando mi abbandono alla discesa tassonomica dall’universale Regno degli Animali che ci contiene tutti giù fino ai singolari Diaperis e a uno in particolare: il Diaperis boleti.








pubblicato da s.nelli nella rubrica annunci il 7 aprile 2021