Leonardo in love

Giovanni Giovannetti



Scrive Massimo Gramellini sul "Corriere": «Si può mandare in carcere un personaggio storico che non c’è mai stato, con l’accusa di avere ucciso una modella che non è mai esistita?» Il “personaggio storico” è Leonardo da Vinci, così come lo propone lo sceneggiato tv a lui dedicato in onda su Rai 1; e la modella è una fantomatica Caterina da Cremona, per l’appunto mai esistita, artatamente dipinta come il grande amore della sua vita.

E dire che la vita di Leonardo, vita reale, avrebbe saputo offrire agli incauti sceneggiatori spunti anche più intriganti; sanno gli autori di questa fiction che l’enigmatico sorriso di Monna Lisa forse appartiene a Isabella d’Aragona, nipote di Ludovico il Moro e moglie di Gian Galeazzo Sforza? Lo comproverebbero i simboli della casata Sforza, ben visibili sull’abito e sino ad ora elusi; sanno che l’intesa fra l’artista e l’infelice Isabella forse era più che intellettuale?

Al Castello di Pavia Gian Galeazzo Sforza e la giovanissima Isabella erano pressoché prigionieri. Un «ozio tranquillo e mondano», anche troppo tranquillo per Isabella, giovane sposa infelice che descrisse il marito «freddo come una serpe sorpresa dal gelo». Pare infatti che il matrimonio sia stato consumato soltanto un anno dopo le nozze e su pressione del Moro, preoccupato di perdere la cospicua dote di 20.000 ducati di nonno Ferdinando I re di Napoli, detto il Ferrante, alla nipote: dal sud si erano fatti sentire «dicendoli che non solamente se restituiria la dota hauta, ma che forsi anche se bisognaria restituire la dona», come riferì l’ambasciatore estense Giacomo Trotti al suo duca il 31 dicembre 1489. E tuttavia nel Castello pavese i due furono tenuti in stato di povertà, se non di miseria, «solo loro permettendosi la caccia nel parco», ha scritto Edmondo Solmi; altra cura di Ludovico, scrive ancora Solmi, fu infatti quella di «impadronirsi delle ricchezze del nipote. Di già si era procurata una chiave del tesoro di Pavia, che il Comines [lo storico Philippe de Commynes, nelle Mémoires] chiama il maggiore di quanti a quel tempo fossero nella cristianità: indi pose mano ai balzelli, riscotendo persino 700.000 ducati d’entrata senza badare ai mezzi. La dote di Isabella fu posta nel tesoro del castello pavese, ove per altro il Moro non voleva più accumulare quantità alcuna di danaro, come aveva fatto nei castelli di Trezzo, di Cremona e di Porta Giovia [...] Perché far tanta incetta di danaro? Il veleno lento del sospetto cominciò a penetrare nell’anima di Gian Galeazzo e d’Isabella, non forse tutte quelle somme fossero accumulate a lor danno, come qualcuno andava mormorando? Quante notti agitate nelle severe sale del Castello di Pavia!»

Gian Galeazzo morì misteriosamente a Pavia il 20 ottobre 1494, quattro anni dopo le nozze, a soli 25 anni. A Ludovico il Moro l’investitura imperiale, 5 settembre 1494, costerà l’incredibile cifra di 400.000 fiorini, pari a 300.000 ducati (equivalenti a centinaia di milioni di euro) in forma di dote alla nipote Bianca Maria Sforza, andata in sposa all’imperatore Massimiliano d’Asburgo, insieme a un corredo valutabile in 70.000 ducati. Pagando il “dovuto”, Ludovico Sforza ottenne la ratifica imperiale: duca, ma solo alla morte di Gian Galeazzo. Ciò avverrà un mese e mezzo dopo l’accordo. Si disse che lo zio Ludovico l’avesse «fatto avvelenare dall’astrologo di Corte» scrive Serge Bramly: «è quel che sostiene il medico Teodoro da Pavia; e tutti ne sono convinti». Insomma, piluccando dalla realtà ecco lievitare una più che intrigante storia di corna, mistero e veleni di palazzo.

Tornando a Gramellini, è «curioso il legame che lega i contemporanei alla storia. Non ci facciamo scrupolo di rimuovere le cose vere, appena ci sembra che possano urtare la suscettibilità di qualcuno. In compenso introduciamo nei racconti popolari le balle più assurde. E lo scopo è sempre lo stesso: ricostruire il passato sulla misura dei nostri pregiudizi e dei nostri comodi».

L’immagine della Isleworth Mona Lisa/Isabella d’Aragona che accompagna questa nota è ripresa dal mio Indagine su Leonardo, Effigie, 2015.








pubblicato da g.giovannetti nella rubrica arte il 1 aprile 2021