Problemi di connessione

Francesco Bucci e Francesco Finotti



Un anno è ormai passato dall’inizio della pandemia. Un anno è passato da quelle promesse vane di una sospensione didattica di al massimo un paio di settimane, che non avrebbe influito sulla preparazione né sulla vita degli studenti. Eppure eccoci qui, noi studenti, un anno dopo tutto questo, con gli occhi consumati dagli schermi pixelati dei nostri dispositivi, coi dolori alle ossa per il troppo stare seduti, con una stanchezza che è penetrata ormai fino al midollo. Ci siamo dimenticati come salutare gli amici, le amiche, i fidanzati, le fidanzate, i nonni, le nonne. Noi studenti stiamo perdendo la nostra gioventù, la nostra spensieratezza, gravati dal peso di migliaia di morti e di contagi, che pure troppo spesso ci vengono imputati. E come studenti siamo qui a scrivere di scuola, perché in questo momento di caos, di confusione, essa avrebbe potuto essere un porto sicuro, un luogo riparato dalle intemperie, dove sentirsi a casa, senza paura né timore. Perché la scuola è la nostra quotidianità, il luogo delle nostre gioie e dei nostri dolori, dei successi e dei fallimenti. Ma questa scuola non c’è più. La pandemia ha messo in luce problemi ancestrali dell’apparato scolastico italiano, a partire dall’insufficienza delle infrastrutture, passando per l’arretratezza delle tecnologie a disposizione degli istituti, per arrivare alla proverbiale incompetenza di coloro che dirigono il comparto scuola. Problemi, questi, che non sono sorti durante l’ultimo anno, ma in questo periodo sono esplosi, dimostrando che la scuola italiana è una nave piena di falle, la quale va avanti più per buona volontà che per effettiva pianificazione, imbarcando acqua da tutte le parti, con le vele logore e le assi fatiscenti. Abbiamo quindi deciso di scrivere questo intervento per dire qual è stato il nostro anno pandemico in relazione alla scuola, utilizzando le nostre esperienze individuali come esempio di una realtà che, avendo noi parlato con amici e compagni, sappiamo essere concreta e condivisa da molti. Dopo questa sezione introduttiva, troverete segnati con la lettera F. gli interventi di Francesco Finotti, e con la B. quelli di Francesco Bucci. Questa scelta deriva da una necessità di rendere chiaro che le nostre due esperienze, seppur simili, sono diverse, così come sono diverse le esperienze di ogni studente italiano.

B. Che la didattica a distanza come oggi intesa fosse un mezzo inadeguato lo si era capito sin dai primi giorni del lockdown, quando ancora si pensava che si trattasse di una misura a brevissimo termine. Il divario tra le esigenze di studenti e professori e il sistema messo in piedi nella fretta e nel caos era enorme: tra utenti con problemi di connessione, scarsa conoscenza delle piattaforme e una generale diffidenza nei confronti della nuova modalità, più che imparare sembrava si evitasse di sprecare il tempo. Quando le settimane sono diventate mesi, i problemi contingenti erano stati ormai risolti, e tutti bene o male riuscivano a seguire le lezioni con videocamera e computer; iniziavano però a sentirsi gli effetti psicologici di giornate sempre uguali, di un periodo la cui fine sembrava slittare continuamente, facendo precipitare gli studenti nell’apatia e nell’indifferenza. Ad ogni annuncio di prolungamento del lockdown rispondeva una rassegnazione diffusa, e lo scoramento si rifletteva direttamente nel comportamento di noi studenti, portando con sé un silenzio tombale rotto da qualche timido intervento. La prospettiva di vivere un altro Giorno della marmotta appiattiva ogni mia volontà di prendere lo studio scolastico con la serietà necessaria, facendo sì che l’impegno nelle materie che mi interessano di meno fosse quantomeno altalenante. Fare solo una parte delle ore convenzionali sicuramente ha dei vantaggi, ma per mesi non ho visto alcuni dei professori, determinando lacune enormi che, soprattutto in vista dell’esame di quest’anno, rischiano di pesare molto.

Bisogna però avere chiaro che la dimensione sociale che manca alla didattica a distanza non è stata del tutto ripristinata in questo nuovo anno di presenza a intermittenza: da protocollo è vietato incontrarsi vicino alla scuola prima dell’ingresso o dopo l’uscita, e il distanziamento sociale diminuisce drasticamente le opportunità di aggregazione a ricreazione o al cambio dell’ora, cancellando la figura fondamentale del compagno di banco, senza contare che il concetto di bolla restringe ogni contatto umano al contesto ristretto della classe, annullando il senso di comunità scolastica. L’effetto più subdolo della nuova didattica in presenza è quindi una totale a-dialetticità della scuola, che insegna sì nozioni ma è costretta a tralasciare le dinamiche di gruppo; rimane quindi da chiedersi quanto questa presenza mutilata sia sostenibile a medio-lungo termine, dato che sicuramente il resto di quest’anno scolastico e probabilmente anche parte del prossimo saranno svolti secondo questa modalità.

Il senso di vuoto che si è creato a partire dal marzo scorso, l’atomismo che sta stretto a professori e studenti, non se n’è mai andato, e tuttora ci troviamo a fare due passi avanti per farne cento indietro. A rendere questa mia riflessione ancora più amara è quanto io sia stato fortunato: a differenza di molti altri ragazzi, non ho mai passato un periodo in isolamento per presunta o effettiva positività di qualcuno interno alla classe, eppure le settimane che ho passato in presenza faticano ad arrivare alla doppia cifra, riflettendo la profonda incertezza che si respira quando si entra a scuola, coscienti del fatto che ogni proiezione duratura della presenza è puramente velleitaria.

F. Ormai tutto ruota intorno allo schermo, al microfono, alla tastiera, alla videocamera. La nostra realtà quotidiana è condensata in un piccolo oggetto rettangolare, grande nemmeno quaranta centimetri. L’evoluzione tecnologica che andava correndo con l’introduzione di smartphone e dispositivi sempre più potenti, sta conoscendo in questo periodo il suo picco più alto, perché non più stimolata dalla frenetica corsa alla novità, bensì dalla necessità. Infatti, se già prima molti tipi di relazioni si erano ridotte ad uno scambio di messaggi, con la situazione attuale è tutta la nostra vita, sia lavorativa che sociale, ad averlo fatto, e di conseguenza sono necessari strumenti tecnologici all’avanguardia per non perdere la connessione col mondo. E questo è evidentemente un problema. Certo, abbiamo i microfoni, le telecamere, e possiamo vedere le altre persone e parlare con loro come se fossimo al bar o in piazza. Alcuni addirittura sostengono che a noi giovani tutta questa situazione piaccia, e che alla fin fine ci giovi anche. Dicono che grazie alla pandemia possiamo continuare ad essere pigri, dicono che per noi non ci sarà nessun problema nel passare settimane a casa, “tanto hanno i cellulari”, dicono.

La verità è che io sono saturo di tutto questo. Io, normalissimo ragazzo diciottenne, che non dipende dalla tecnologia ma nemmeno la respinge, sono veramente stanco. Ho visto la mia vita spostata su uno schermo, ogni cosa registrata, ogni cosa composta da pixel, e all’inizio ci sono stato. Un anno fa ho accettato la situazione ignaro di cosa sarebbe successo, in attesa di un miglioramento che pensavo sarebbe stato raggiunto rapidamente, per ritrovarmi ancora qua, un anno dopo, chiuso in casa, con gli occhi distrutti e la schiena a pezzi, con lo sguardo sempre basso e il volto sempre triste. La scuola poteva arginare questo crollo fisico e psicologico di ognuno di noi. Sarebbe bastata un’organizzazione più efficiente, un lavoro svolto dettagliatamente, che partisse dal confronto con gli studenti e con i docenti, una maggiore disponibilità, anche economica, fornita alla scuola. Saremmo rientrati nelle aule in sicurezza, senza preoccupazioni di alcun genere, se solo questo fosse stato fatto. Eppure per un’estate intera si è andati avanti con il paraocchi, volutamente negligenti verso i reali bisogni della scuola (e del Paese intero aggiungerei), pensando solo al bilancio, ai giochi della politica e chissà a cos’altro. Ci abbiamo provato, noi studenti, a far presente tutta questa assurda situazione, attraverso mobilitazioni di ogni sorta, scrivendo documenti su documenti, comunicati su comunicati, cercando soluzioni reali nel breve termine che potessero cambiare le cose, ma non siamo stati ascoltati.

La nostra voglia di normalità, la nostra voglia di uscire la mattina, vedere i compagni, ridere, scherzare e fare lezione tutti insieme è, se possibile, aumentata. Conosco ragazzi ai quali la scuola non piaceva proprio per nulla che adesso pagherebbero oro per riaverla indietro, come ai vecchi tempi. Il mio appello è questo: ridateci la scuola.

B. Il primo “sintomo da lockdown” per me è stata l’insonnia, con conseguenze sia fisiche che psicologiche molto importanti, derivante dalle peculiarità della didattica a distanza: da una parte la dipendenza dello studio interamente dallo schermo del computer, dall’altra la totale incapacità di incanalare le mie energie in qualcosa di produttivo nelle prime settimane della quarantena. Il tema delle energie frustrate è secondo me centrale quando si tratta l’esperienza dei giovani in questa situazione: parlando con i miei compagni, un numero spaventosamente alto di noi si sente come un “leone in gabbia”, senza ambizioni su cui concentrarsi o sfoghi, anche una volta superato il primo, drastico lockdown, e questa frustrazione spesso sfocia o nell’immobilismo o nell’isteria. Il primo mese e mezzo di quarantena nazionale è stato per me un abisso: persa la concezione del tempo, passavo le serate senza sonno e le giornate senza una direzione, dando vita ad un nervosismo senza sfoghi. A ciò si aggiungeva un profondo senso di isolamento e straniamento, aumentato dalla vertiginosa distanza dagli amici, malcelata da videochiamate e messaggi che servono tuttora a ben poco e, come un po’ tutte quelle cose che si tentavano per dare una parvenza di normalità, ben presto sono decadute in forme vuote. Passeggiando per il mio cortile condominiale stranamente silenzioso, non potevo che sentirmi uno spettatore passivo e allo stesso tempo provare una fortissima sensazione di assurdo.

Il pericolo più comune e sottovalutato che riguarda noi studenti è sicuramente la perdita della routine che ruotava intorno alla scuola, e per quanto mi possa far comodo risparmiare quotidianamente due ore sui mezzi pubblici, scambierei volentieri il mio tempo con il contatto umano e l’ambiente collaborativo-competitivo che solo la didattica in presenza è in grado di stabilire, per non parlare dei benefici della sopracitata routine. In effetti, solo quando mi sono imposto una regolarità, dandomi orari precisi per pasti, studio ed esercizio fisico, sono riuscito a tirarmi fuori dal circolo vizioso di abulia e frustrazione derivante dallo stare chiuso a casa costantemente, costruendo abitudini migliori anche di quelle pre-emergenziali.

Non si può valutare quest’ultimo anno in termini puramente negativi infatti, dato che in ogni caso il maggiore tempo a disposizione, se si è in grado di gestirlo, è indubbiamente positivo. Parlando della mia esperienza personale, quello che è stato necessario per uscire dall’abisso del lockdown è stato anche utile al mio futuro, dato che ho trovato nello studio extrascolastico e in quello per l’ammissione all’università e nell’esercizio fisico rispettivamente un passatempo e un canale di sfogo, dai quali ho tratto molte soddisfazioni. Per me, la chiave è evitare a tutti i costi il lasciarsi andare, lo svegliarsi poco prima delle lezioni, il passare il tempo sul divano o sul letto dietro alle serie TV, tutte cose che in moderazione e in un altro contesto non sarebbero affatto dannose, ma inserite in un anno di simil-confino altro non possono fare che avere un impatto negativo sulla salute psico-fisica dei ragazzi, rischiando di rendere la ripresa delle abitudini normali una vera sfida. Risulta quindi evidente che, più che ogni altra cosa, il lockdown ha messo alla prova l’autodisciplina degli studenti, premiando coloro che sono maggiormente capaci di rigore e organizzazione del proprio tempo e aumentando il divario rispetto a coloro che per i motivi più vari non ne sono in grado, distinzione purtroppo spesso dettata più dalla situazione contingente che dall’impegno in sé.

Bisogna quindi riconoscere un aspetto fondamentale di come la pandemia viene vissuta dai ragazzi, ossia la mancanza dell’elemento livellante della scuola. Se prima cinque o sei ore della nostra vita venivano passate nell’ambiente di sostanziale uguaglianza che è l’aula scolastica, tutti con gli stessi diritti e le stesse opportunità, il passare il tempo in casa è profondamente diverso da persona a persona, portando al limite le situazioni preesistenti. Una famiglia che non supporta le ambizioni e le necessità del ragazzo, se prima rappresentava un elemento frenante, mitigato dal ruolo fondamentale della comunità scolastica, è ora l’interezza del contesto in cui questo si muove; la casa diventa così una stanza degli specchi che non fa altro che amplificare e esagerare le proprie caratteristiche e problematiche particolari, lasciando poco spazio al ruolo delle relazioni interpersonali nella crescita.

F.Nel computo generale di quest’ultimo anno, la componente della scuola della quale mi sento maggiormente privato è la socialità. La scuola per me non è solo imparare storia, scienze, latino e matematica, ma è altro, è molto altro. La scuola sono le risate col compagno di banco per una battuta stupida, le storie incredibili che ci si racconta all’intervallo, l’abbraccio affettuoso dell’amico nel momento della gioia e in quello della difficoltà. La scuola è condividere esperienze costantemente, senza timore di sbagliare. La scuola è imparare le lezioni più difficili, quelle che non stanno scritte sui libri, attraverso l’esperienza diretta ed il continuo confronto con gli altri. Da tempo ormai questo non c’è più. Le lezioni in presenza sono una pallida copia di quelle che erano un tempo: il compagno di banco è stato sostituito dal compagno di fila, così come è svanito l’intervallo con le sue storie da Mille e una notte, e con lui il contatto con gli amici. Senza contare poi il fatto che per alcuni la scuola è molto di più. Conosco infatti molti, troppi ragazzi per i quali la scuola è un posto sicuro dove dimenticarsi, per poche ore al giorno, delle situazioni familiari insostenibili, dei pochi soldi che ci sono a casa, e di tanti altri problemi che hanno e che vivono quotidianamente, problemi che troppo spesso vengono taciuti e che con i vari lockdown si sono amplificati mostruosamente. Un posto dove possono nutrirsi dei loro sogni e delle certezze date dall’affetto dei compagni, degli amici e dei professori, una bolla dove per un attimo tutto quel che c’era fuori svanisce. Ma quello che stiamo facendo adesso, la DaD, la DDI, lo scaglionamento delle entrate, i turni presenza/distanza, hanno distrutto tutto questo.

Perciò sono stanco dei “se” e dei “ma”, delle frasi al vento, delle promesse non mantenute, sono stanco delle condizioni impietose in cui è stata progressivamente ridotta la scuola e chi ci lavora dentro, dai docenti agli studenti a tutta la comunità scolastica. Urge un cambiamento di rotta immediato, perché io, normalissimo ragazzo diciottenne, rivoglio indietro il mio corpo, i miei amici, la mia vita, la mia scuola.

Francesco Bucci e Francesco Finotti sono due studenti dell’ultimo anno del Liceo Classico e Scientifico Statale “Socrate” di Roma.








pubblicato da g.giovannetti nella rubrica scuola il 30 marzo 2021