La scuola primaria oltre le distanze di sicurezza

Elisabetta Serafini



Mi accingo a scrivere queste righe a un anno esatto dall’annuncio del primo lockdown, in prossimità di nuovi provvedimenti restrittivi per molte regioni. Allora come oggi eravamo nel mezzo di una primavera anticipata: tuttavia, mentre un anno fa rimpiangevo un inverno che non era mai arrivato, quest’anno mi ritrovo a desiderare con tutta me stessa una stagione di tepore e libertà che ci allontani, almeno per un po’, dalle preoccupazioni e dai vincoli nei quali ci troviamo a vivere.

Sono una docente di scuola primaria e lo scorso anno insegnavo in una classe quinta che ho seguito per l’intero quinquennio. Ignara di tutto quello che, come società, avremmo dovuto affrontare di lì a poco, la mattina del primo giorno di chiusura delle scuole – giovedì 5 marzo 2020 – mi chiedevo come poter entrare in contatto con la mia classe, con quei bambini e quelle bambine che da qualche tempo cercavo faticosamente di abituarmi a chiamare ragazzi e ragazze, anche solo per parlare della situazione inedita e repentina con la quale dovevamo, io e loro, misurarci. Per una serie di circostanze, da prima del lockdown avevamo iniziato a sperimentare una piattaforma digitale, con gli scopi di condividere materiali a sostegno del lavoro da svolgere a casa e di promuovere un uso costruttivo e creativo degli strumenti digitali. Di lì a poco quella piattaforma sarebbe diventata uno dei canali principali attraverso cui tenere in piedi le nostre relazioni e alimentarle quotidianamente. Con il passare dei giorni e delle settimane, cadenzati dalla lunga serie di DPCM, si faceva sempre più forte la consapevolezza che, molto probabilmente, non avremmo concluso insieme l’anno scolastico e, cosa ancor più dura da digerire, l’esperienza nella scuola primaria, con tutti i momenti speciali che caratterizzano gli ultimi mesi dell’anno: le uscite sul territorio, i viaggi di istruzione, lo spettacolo teatrale, oltre ai molti progetti lasciati in sospeso. In quel momento non era lo spettro del programma da terminare – uno spettro che continua ad aleggiare sulle vite di noi docenti sebbene di programmi non si parli più da molto tempo – a tenermi sveglia la notte, quanto la necessità di entrare in contatto con tutte e tutti e alimentare le relazioni all’interno del gruppo. In quella fase le tecnologie, alle quali – come docenti e come scuole – abbiamo dovuto far ricorso senza una definita progettualità ma arrangiandoci e aiutandoci come potevamo, se da un lato mettevano in luce quanto povera potesse essere la relazione educativa senza la presenza dei corpi e senza la condivisione degli spazi, dall’altro ci permettevano di accorciare le distanze e superare le barriere.

Quella ragnatela invisibile ma forte ed estesa mi dava, giorno dopo giorno, modo di osservare e valutare quanto quel gruppo fosse divenuto nel tempo una comunità che non svaniva perché privata dei suoi luoghi fisici di aggregazione, che resisteva nonostante avesse perduto il suo solido e consueto equilibrio, che si affermava nella ricerca di nuove forme di esistenza. A qualunque punto del loro percorso scolastico fossero, studenti di ogni ordine e grado hanno dovuto improvvisamente assumersi un carico di responsabilità maggiore, e diverso, rispetto a quello consueto. E noi, docenti e genitori, abbiamo avuto forse una possibilità, nuova, di osservare quanto e come abbiamo saputo lavorare nella costruzione di quella rete che ci permetteva di non precipitare.

Prima ancora che venissero emanate le disposizioni ministeriali per la valutazione (O.M. n. 11 del 16/05/2020), abbiamo potuto osservare e valutare l’efficacia del nostro lavoro di costruzione di cittadinanza nell’oggi piuttosto che in un domani indefinito; la nostra capacità di insegnare a prendersi cura delle relazioni, di promuovere una convivenza civile e democratica sulla quale si impiantino i contenuti e le discipline; il nostro impegno nell’incoraggiare l’assunzione di responsabilità, in relazione al sé e al gruppo, nel costruire autonomia. Aspetti sui quali sarebbe stato importante riflettere come consigli di interclasse, di classe, come scuole, piuttosto che indugiare eccessivamente sulla valutazione di competenze digitali sulle quali mai si era lavorato a scuola nei termini oggi richiesti e sulle quali anche noi docenti continuiamo ad avere le nostre lacune.

Quel lungo confinamento tra le mura domestiche non impediva di considerare un orizzonte più ampio di quello della propria realtà, nella quale il ritrovarsi a lavorare con un gruppo coeso di ragazze e ragazzi abbastanza grandi, autonomi e in grado di utilizzare le potenzialità del digitale, rendeva le giornate sì impegnative ma molto meno faticose che in altre congiunture.

Anche nel mio caso, fin da subito apparivano evidenti gli ostacoli posti dalla diversa possibilità di accedere alle tecnologie da parte dei ragazzi e delle ragazze, di avvalersi del sostegno delle famiglie (che mai come in quei momenti sono state attivamente coinvolte nella gestione della didattica) e dalle difficoltà, da parte nostra, nel personalizzare e individualizzare la progettazione didattica. Non solo. Quella situazione, se da un lato metteva in evidenza la capacità di adattamento e di rimboccarsi le maniche del personale scolastico, dall’altra esasperava la già critica condizione di una scuola incapace di offrire un livello adeguato di formazione a ogni ordine e grado dell’istruzione e a ogni latitudine. A scanso di equivoci, non si intende evocare un’omogeneità fatta di interventi standardizzati, ma la certezza che a tutte e a tutti venga garantita una proposta formativa valida, a prescindere dall’appartenenza regionale, dalla scuola frequentata e dalla fortuna di imbattersi nell’insegnante capace.

Dopo un’estate trascorsa coltivando l’illusione che il virus si stesse allontanando dalle nostre vite, confortata da dati rassicuranti, durante la quale i singoli istituti hanno continuato a diversificare le loro risposte all’emergenza sanitaria in una collaborazione più o meno proficua con gli enti locali, la scuola è tornata a occupare un posto centrale nel discorso pubblico. Ma non come avrebbe dovuto. Il dibattito sulla presenza e sulla distanza, soprattutto in relazione al primo ciclo di istruzione, è stato dominato dal rapporto con la ripresa delle attività economiche. Non che non siano condivisibili le preoccupazioni di famiglie piegate dalla crisi, le quali si sono ritrovate a far fronte alle problematiche della gestione del lavoro a distanza o del lavoro perso, alle consuete faccende domestiche, all’istruzione dei propri figli, affaticate in molti casi da una minore disponibilità economica. Tuttavia, rimettere la scuola al centro avrebbe dovuto significare occuparsi di rilanciarla come protagonista della vita e del cambiamento della società e dotarla di strumenti atti a sostenere la nuova e complicata situazione.

Con l’inizio dell’attuale anno scolastico (2020/21) sono personalmente rimbalzata da una condizione tutto sommato privilegiata al suo estremo opposto: un percorso tutto da costruire con una classe prima, sì in presenza, ma con tutte le problematicità date dalle misure di sicurezza. Prima tra tutte la difficoltà a imporre le mascherine a bambine e bambini così piccoli, per tempi che nel corso dei mesi sono diventati lunghissimi, soprattutto considerando la permanenza a scuola di otto ore al giorno per il tempo pieno; in secondo luogo il disciplinamento di tutti i momenti della vita scolastica, dalla lezione ai tempi ricreativi, in connubio con l’impossibilità di avvalersi di metodologie e pratiche cooperative; per non parlare della complessità della gestione della didattica a distanza o integrata con bambini e bambine di questa età. La vita scolastica è dominata dall’inconciliabilità tra la necessità di prendersi – anche fisicamente – cura di loro e la paura del contagio. Nel mio caso la prima ha spesso la meglio sulla seconda, nella consapevolezza sempre più forte di una profonda inadeguatezza di misure di sicurezza indistinte per tutta la scuola primaria, che non considera la grande differenza di bisogni che intercorre tra le bambine e i bambini di sei anni e quelli prossimi all’adolescenza.

Ho da sempre ritenuto che fosse necessario, almeno per la scuola primaria, essere in presenza perché in questo importante ambito scolastico si costruiscono la socialità e le relazioni, ci si incontra e si sperimenta la vita democratica, ci si avvicina al sapere attraverso il corpo e il fare. Il costo della realizzazione di tutto ciò è stato però pagato prevalentemente dalle docenti (uso il femminile, essendo le docenti della scuola primaria donne per il 95% circa), oltre che dalle bimbe e dai bimbi. Il ritorno in presenza senza adeguati strumenti di supporto – l’unica grande novità per la scuola primaria è stato l’arrivo dei banchi singoli – ha messo in maggiore evidenza le carenze che da tempo affannano la scuola: in primo luogo l’inadeguatezza degli spazi, che non servano soltanto a mettere distanze ma a consentire il muoversi e il fare; in generale la mancanza di personale, ma soprattutto di personale qualificato, che sia pronto ad accogliere la complessità del mondo che viviamo e a renderla esperibile per bambini e bambine di una fascia d’età così delicata e in un momento determinante per la costruzione del rapporto con la scuola; i ritardi delle nomine sui posti vacanti, per i quali sistematicamente ogni anno ci si ritrova ad avere un organico completo e stabile soltanto ad anno avviato. A ciò si aggiunge l’urgenza di considerare questioni di carattere più generale ma altrettanto centrali, come il bisogno di mettere al centro del progetto educativo una pedagogia radicale e trasformativa, che ci offra la possibilità di generare ambienti democratici nei quali tutte e tutti abbiano la possibilità, sentano la responsabilità e il desiderio di partecipare, oltre che la necessità di avviare una riflessione profonda e sistematica sulla valorizzazione delle diversità, di genere, classe, etnia, abilità, che non può prescindere dal lavoro in rete con il territorio e dal mettere la scuola al centro di una comunità educante.

L’imponenza dello sforzo necessario alla costruzione di una scuola nuova necessita di energie che probabilmente adesso fatichiamo a trovare. Sappiamo come le novità avviate in questo anno scolastico, come l’introduzione in diversa forma dell’educazione civica (L. 92/2019) – con le sue criticità – e di un nuovo sistema di valutazione per la scuola primaria (O.M. n. 172 del 4/12/2020) che si attendeva da molto tempo, vengono accolte con un po’ di spavento non per il cambiamento che portano ma per la difficoltà di realizzarlo in questo momento; un momento in cui non si ha la possibilità di mettere in atto le strategie per rendere tali cambiamenti realmente significativi. Ora possiamo però fare rete – docenti, studenti, educatrici, educatori, famiglie, dirigenti – e ragionare insieme su una scuola nuova, che abbia al suo centro ciò di cui è stata privata nell’ultimo anno: la partecipazione agita, la collaborazione, la condivisione. Una scuola nella quale gli investimenti non siano indirizzati esclusivamente alle tecnologie ma alla diffusa qualità della formazione.

Guardo i bambini e le bambine della mia classe che, nonostante le limitazioni e le interruzioni della didattica, a pochi mesi dall’inizio delle attività e dalla conoscenza reciproca sono già un gruppo, sono complici, amano la scuola, affrontano ogni giornata con entusiasmo. E penso che, come comunità, abbiamo il dovere e la responsabilità di alimentare questo potenziale. Elisabetta Serafini insegna nella scuola primaria, è docente a contratto di Didattica della storia presso l’Università di Roma ‘Tor Vergata’ ed è nel direttivo della Società Italiana delle Storiche.








pubblicato da g.giovannetti nella rubrica scuola il 15 marzo 2021