Banchi a rotelle

Valentina Ariza Moreno



Sono arrivati verso la seconda settimana di ottobre. Avevano già popolato l’immaginario degli italiani nelle calde settimane estive, in cui erano stati al centro di accesi dibattiti e polemiche su tutte le reti televisive, monopolizzando l’attenzione degli opinionisti e stuzzicando la fantasia dei creatori di memi sui social. Nel frattempo, si avvicinava inesorabilmente l’inizio dell’anno scolastico, con grossi problemi irrisolti: la mancanza di spazi, la carenza di personale docente e ausiliario, l’insufficienza dei trasporti pubblici, la difficile gestione dei tracciamenti del contagio. La gara pubblica europea indetta a inizio luglio aveva trovato undici ditte vincitrici. E dunque, esistevano davvero, i banchi a rotelle. Li avevamo davanti a noi, quel lunedì di ottobre, sistemati febbrilmente durante il fine settimana sulle diverse “linee di posizione”, e la campanella delle 8.05 stava per suonare.

È bastato l’arrivo degli alunni per comprendere che i nuovi oggetti di arredo scolastico vanificavano gli sforzi compiuti nelle prime settimane di scuola per far sì che ragazzi dagli undici ai tredici anni, che ritrovavano i compagni dopo mesi di lontananza e che avevano perso l’abitudine, anche fisica, all’ambiente scolastico, rispettassero il distanziamento. Rotelle sprovviste di freno, sedie e tavolini girevoli a 360°, in aule con una capienza al limite, misurata millimetricamente, in cui dovevamo garantire la massima staticità. Gli altri svantaggi iniziarono a emergere nei giorni seguenti: il braccetto laterale adibito ad appendere gli zaini si rivelava del tutto insufficiente a reggere il loro peso; le esigue dimensioni dei piani di lavoro impedivano un agevole impiego nelle discipline di applicazione pratica, con costanti cadute di materiali per terra; nei momenti di stasi, il contenitore sottostante alla seduta diventava un poggiapiedi, in cui andavano a confluire libri, astucci, mascherine usate, essendo l’unica superficie di appoggio del banco, oltre al tavolino. Per non parlare delle evidenti criticità in caso di emergenza.

Dopo cinque mesi di scuola, il paesaggio delle aule con i banchi a rotelle è ormai diventato ai nostri occhi familiare: con l’estenuante sforzo della voce soffocata dalle mascherine e con maniacale attenzione rivolta alla pratica didattica, alle regole anti-contagio e al mantenimento di un clima sereno e gioviale, siamo riusciti a fare scuola. Ma non per questo la presenza dei banchi mobili è diventata meno problematica. L’analisi del bando di gara rivela alcuni dati significativi. Tra le specifiche tecniche richieste per le “sedute didattiche attrezzate di tipo innovativo” vi sono la minima reazione al fuoco, la sostenibilità ambientale, la lavabilità. Si richiamano, inoltre, gli standard delle norme UNI-EN 13761:2003 relative ai mobili d’ufficio e alle sedie per visitatori (peraltro, sostituite dalle più recenti UNI EN 16139:2013) e non le norme UNI EN 1729-2:2016 relative alle sedie e tavoli per istituzioni scolastiche. Nel bando si chiarisce, infatti, che si tratta di prodotti “non ancora classificati, ai fini della normativa UNI EN, nella categoria dei banchi scolastici”. Si potrebbe obiettare che si tratta di oggetti innovativi, per i quali ancora non esistono specifiche norme di sicurezza, ma non è un dettaglio di poco conto. Anche supponendo che il tavolino sia resistente all’urto, la mobilità del banco renderebbe impraticabile il riparo degli alunni in caso di terremoto e un’agevole evacuazione in caso di incendio. Per quanto riguarda il “piano di lavoro mobile” l’unica indicazione è che le dimensioni non siano inferiori a 50 x 30 cm (poco più di un computer portatile), mentre per il ripiano porta libri o porta zaino si richiede sommariamente che sia di “adeguate dimensioni”. La vaghezza di queste indicazioni parla di un’operazione che ostenta venti di “svecchiamento”, ma ignora, e forse anche disprezza, la realtà delle scuole italiane, i bisogni concreti di alunni e docenti, le criticità che gravano su una quotidianità emergenziale non solo da marzo 2020, ma da anni. In tempi non pandemici, in una scuola con strutture in piena sicurezza e ambienti di apprendimento innovativi dotati di leggeri dispositivi elettronici, i banchi con le rotelle sarebbero stati un ausilio per apportare dinamismo alle pratiche didattiche. Non di certo nella scuola italiana del Covid: una scuola con strutture prevalentemente non a norma, logorata da pesanti tagli negli investimenti, dalla precarizzazione dei contratti di lavoro e dalla mancanza di programmaticità nei metodi di formazione e reclutamento dei docenti; una scuola dalla quale sono scomparsi da decenni i presidi sanitari, in cui i docenti hanno stipendi tra i più bassi di Europa e gli alunni, affollati in classi “pollaio”, si caricano sulle spalle 8 – 10 kg di libri al giorno.

Oltre ad essere inadeguato, il banco a rotelle risponde all’idea che rinnovando l’arredo scolastico si rinnovino gli ambienti di apprendimento. Senza nulla togliere alle potenzialità di un adeguato mobilio per le attività didattiche, questa visione ignora il fatto che, affinché sia fertile, sicuro, accogliente, l’ambiente di apprendimento non può prescindere dalla solidità delle condizioni infrastrutturali, dalla valorizzazione delle professionalità coinvolte, da un’adeguata entità numerica degli alunni, dalle risorse di supporto, dall’importanza del benessere fisico e psicologico di tutte le persone che vi partecipano. Invece la realtà è che, con qualche ritocco, qualche raro spazio trovato grazie alla buona volontà di dirigenti ed enti locali e con poche unità di docenti precari in più, entrati con il temporaneo “contratto Covid”, abbiamo iniziato questo nuovo anno scolastico. Sostanzialmente muri, professori, alunni sono rimasti gli stessi.

Ma vi è ancora un’altra grande svalutazione che trapela dalla gestione delle risorse destinate alla scuola in tempi di pandemia. Decidendo di investire negli oggetti di arredo e adottando soluzioni provvisorie e insufficienti alle diverse criticità del mondo scolastico, è stata tagliata, di fatto, la possibilità di fare didattica in presenza alle scuole secondarie superiori. Si è data la priorità alle scuole dell’infanzia, primarie e secondarie inferiori per garantire una soluzione al problema sociale dei bambini con genitori lavoratori, mentre gli studenti medi, non richiedenti sorveglianza adulta, sono stati relegati alla solitudine delle loro camerette. Ha prevalso, così, la visione della scuola del primo ciclo come parcheggio sociale, funzionale alle attività produttive del paese. Una visione estremamente povera del ruolo culturale e sociale della scuola, che ha ridotto i docenti a sorveglianti o baby-sitter. L’emergenza ha portato in primo piano il mondo scolastico, ma non come area critica su cui investire vigorosamente, riconoscendone la funzione di bacino delle forze creative, sociali e spirituali del paese, ma come problema momentaneo da gestire, in un ordine in cui realizzare investimenti in grado di contrastare la precarietà strutturale è ritenuto troppo oneroso.

Eppure, in questo parcheggio, i bambini e i ragazzi che ogni giorno si siedono sui banchi, con o senza le rotelle, per iniziare una nuova giornata di apprendimento, attraversano una delle fasi più delicate della loro vita, pongono le basi delle loro scelte formative future, vedono cambiare il loro corpo, si aprono progressivamente alla dimensione sociale e si interrogano, guardandoci, su che adulti hanno davanti e che adulti vogliono diventare.

Valentina Ariza Moreno è insegnante di spagnolo nelle scuole secondarie del primo ciclo e traduttrice.








pubblicato da g.giovannetti nella rubrica scuola il 9 marzo 2021