La letteratura ci salverà dall’estinzione

Carla Benedetti



Gli acrobati del tempo

Mettersi nei panni degli uomini che vivranno dopo di noi è un processo cognitivo e emotivo più complicato di quanto si potrebbe pensare. Solo pochi “acrobati del tempo” ci riescono. L’espressione è del filosofo ebreo-tedesco Gűnther Anders, che nel 1989 scriveva:

Oggi, a parte due o tre “acrobati del tempo”, non c’è nessuno che sia capace di mettersi nei panni di chi sarà domani (per non parlare di quelli che domani non ci saranno più), e di anticipare il loro sentimento verso il passato (e quindi anche verso il nostro oggi).

La frase potrà sembrare un po’ sibillina sul momento, ma diventa chiarissima non appena si pensa a quanto sta accadendo nei nostri anni. I danni irreversibili che i viventi di oggi stanno procurando all’ambiente e che verranno pagati dalle generazioni più giovani, e ancor più da quelle che devono ancora nascere, sono ormai noti. Eppure si continua a immettere quantità proibitive di CO2 nell’atmosfera, a usare combustibili fossili, a consumare indiscriminatamente risorse non rigenerabili. La prima convenzione quadro sui cambiamenti climatici proposta dalla Conferenza sull’Ambiente e sullo Sviluppo delle Nazioni Unite risale al 1992. Da più di due decenni le autorità di ogni paese, gli apparati militari e di sicurezza sono a conoscenza della gravità dei rischi ambientali a cui stiamo andando incontro, con grande anticipo sulla consapevolezza pubblica. Eppure chi avrebbe potuto prendere decisioni per fermare questo processo non lo ha fatto, e ancora oggi le contromisure possibili stentano a essere messe al primo posto nell’elenco delle priorità dei governi mondiali. Evidentemente gli uomini di oggi non sono in grado di farsi acrobati del tempo, di mettersi nei panni di chi si troverà, in un futuro assai prossimo, a vivere su un pianeta dal clima sconvolto, dove scarseggiano l’acqua, il cibo e l’energia - e forse anche avvelenato dalle armi chimiche o nucleari che non si faranno scrupolo di usare quelli che vorranno accaparrarsi il poco che rimane.

Gli uomini di oggi non sembrano capaci di proiettarsi empaticamente neppure nei figli dei propri figli, come ci ricorda il toccante discorso di Greta Thunberg alla Conferenza delle Parti di Katowice nel dicembre 2018:

Se avrò dei bambini, probabilmente un giorno mi faranno domande su di voi. Forse mi chiederanno come mai non avete fatto niente quando era ancora il tempo di agire. Voi dite di amare i vostri figli sopra ogni cosa, ma state rubando loro il futuro sotto gli occhi .

I viventi di oggi - o una parte di essi, poiché non siamo tutti responsabili in egual misura - stanno alterando la biosfera, intaccando le riserve del pianeta accumulate in miliardi di anni, stanno consumando i ghiacci polari, le foreste, il petrolio, sterminando la fauna, la flora, condannando così a una terribile agonia le generazioni future. La storia dell’umanità è disseminata di stermini e ferocie. Ma non era mai successo prima d’ora che la violenza genocida si esercitasse sui viventi di domani. Questa è in assoluto la novità più “disumana” del nostro tempo, che rende ancora più atroce e intollerabile l’inerzia di oggi, ciò che non viene fatto finché si sarebbe ancora in tempo. Non basterebbe forse questo pensiero a smuovere tutti i nostri simili e suscitare in loro il senso dell’intollerabilità di ciò che stanno provocando? Eppure non è così semplice. Qualcosa li blocca e impedisce loro di provare un sentimento empatico che pure sembrerebbe così primario.

Nel dibattito contemporaneo l’empatia è diventata il fulcro di numerose riflessioni sull’etica che prendono spunto anche dai nuovi risultati sperimentali delle neuroscienze . L’assunto che le accomuna è che l’empatia nell’uomo è un fenomeno primario, non solo culturale ma, secondo alcuni studiosi, anche inscritto nel nostro corredo genetico, che si può persino riscontrare in altre specie animali. L’empatia, che favorisce il legame sociale, viene esaltata per il suo indubbio ruolo benefico in una società democratica e multietnica, fondata sulla cooperazione e sul rispetto dell’altro . Secondo Jeremy Rifkin, noi non siamo già più “homo sapiens sapiens” ma “homo empathicus” . L’empatia è stata chiamata in causa anche per difendere l’utilità sociale delle humanities contro i tagli dei finanziamenti in questo settore dell’insegnamento e della formazione. Cosa infatti può maggiormente educare e sviluppare l’empatia se non la letteratura, la filosofia, la storia? Alcune teorie enfatizzano il ruolo dei romanzi e di altri generi letterari nel potenziare il sentimento empatico. Secondo la filosofa statunitense Marta Nussbaum, l’immaginazione narrativa è un’“immaginazione compassionevole”, componente importante di una posizione etica “altruistica” .

Ma in questi affascinanti ragionamenti sulla facoltà empatica dell’uomo l’altro a cui si pensa comprende anche i viventi non umani? E, soprattutto, abbraccia anche chi deve ancora nascere? O non si è invece portati, per un’abitudine irriflessa, a pensarlo esclusivamente come umano e a noi contemporaneo? Riusciamo a sentire empaticamente l’altro anche se non ci sta di fronte in questo stesso nostro tempo? Siamo in grado non solo di figurarci ma anche di ante-vivere la sofferenza futura di chi si troverà nel disastro ambientale che si annuncia? E quella di intere popolazioni costrette a emigrare per il surriscaldamento, per gli incendi, per la siccità, per la scarsità di cibo, per sfuggire al mare che sempre più sommergerà le città costiere, alle guerre, ai conflitti che si scateneranno tra la massa spropositata dei migranti e chi difenderà i propri territori ancora vivibili, ai massacri che ne seguiranno, alle epidemie. Quanti uomini riuscirebbero a provare un tale sentimento empatico senza passare subito all’azione? Se questo non succede è perché la loro capacità empatica non riesce a estendersi oltre i viventi di oggi, o non è abituata a farlo. [...

Ascolta l’intervista all’autrice, a Fahrenheit di Radio 3, lunedì 22 febbraio 2021








pubblicato da c.benedetti nella rubrica terrestri il 1 marzo 2021