Parliamo di scuola

Andrea Appetito



La pagina che comincia ora vorrebbe diventare una voce della scuola che ascolta e racconta sé stessa dopo un anno di emergenza epidemiologica, per immaginare un futuro possibile mentre viaggiamo ancora dentro una crisi dai risvolti incerti, imprevedibili.

Interverranno su questa pagina studenti, insegnanti, persone che a vario titolo lavorano nella scuola e punti di vista “eccentrici” che guardano la scuola dall’esterno ma ne conoscono gli effetti, le criticità, le potenzialità. In verità, di scuola si parla abbastanza anche se in maniera intermittente e quasi sempre a partire da voci che non hanno esperienza diretta della realtà scolastica; ultimamente lo si è fatto con un’intensità maggiore che dobbiamo soprattutto all’impegno delle ragazze e dei ragazzi a scioperare e a occupare le scuole per mettere in evidenza lo stato di salute del presente e del loro futuro. Anche prima del Covid la scuola non era un luogo ideale ma certamente un luogo reale, con le sue contraddizioni e i suoi limiti. Una cosa sembra chiara: la scuola non sarà più come prima ma questo, forse, non lo abbiamo ancora elaborato o forse non abbiamo neppure cominciato a farlo. Lo abbiamo intuito, però, all’inizio dell’anno scolastico in corso quando per la prima volta è comparso l’acronimo DDI: Didattica Digitale Integrata.

Da mesi ormai continuiamo a sperimentare modalità diverse di fare scuola: didattica digitale a distanza, didattica in presenza a giorni alterni, didattica mista (metà della classe in presenza e metà a distanza). Avevamo già sperimentato prima del Covid il collasso della didattica, la sua assenza negli ordini del giorno dei Collegi dei docenti, ma a questo punto come sarà la didattica del “futuro”?

La crisi epidemiologica apre una nuova fase per la scuola, ma quale? Di solito lo straordinario delle emergenze diventa poi ordinario e già si intravede la scuola digitalizzata, “alleggerita” della realtà, molto funzionale nelle crisi del futuro, meno costosa della “fatiscente” scuola reale.

Prima dell’estate dai movimenti della scuola erano emerse alcune proposte per un ritorno in sicurezza dopo il lockdown: riduzione del numero degli studenti per classe, stabilizzazione dei precari per garantire continuità all’insegnamento, funzionamento efficiente del trasporto locale, adeguato tracciamento dei contatti per la prevenzione e il contenimento dell’epidemia, ma arrivati a gennaio i problemi della scuola erano ancora lì. Dopo la pausa natalizia la scuola primaria e la scuola secondaria di primo grado hanno ripreso la didattica in presenza, mai interrotta da settembre salvo alcune eccezioni, e le scuole secondarie di secondo grado hanno attivato la didattica “mista”. Nel frattempo, in attesa che tutti gli alunni svantaggiati possano dotarsi degli strumenti digitali idonei per l’apprendimento (è questo il futuro del diritto allo studio?), la dispersione scolastica aumenta, ansia insonnia rabbia e depressione si amplificano e il divario digitale accresce ulteriormente le disuguaglianze.

Come sappiamo, è in corso da mesi la pianificazione di investimenti strutturali (Recovery Plan) e ci chiediamo: quali saranno gli investimenti previsti per la scuola? Perché è chiaro che da questi dipende il suo futuro e su questi la scuola dovrebbe dire qualcosa e non rimanere in silenzio. Sarebbe infatti un silenzio irresponsabile e potremmo aggiungere anche “complice”. Per evitarlo, nelle prossime settimane pubblicheremo su questa pagina una serie di domande, dubbi, riflessioni; cercheremo di realizzare un caleidoscopio per azzardare, grazie alle varie prospettive, una visione della scuola. Prima di tutto, quindi, l’ascolto e l’elaborazione di quello che è accaduto in questi mesi, poi la ricerca di chiarezza sul tema degli investimenti strutturali e l’elaborazione di un discorso che nasca dalla scuola sulla crisi che stiamo attraversando e sulle possibili vie d’uscita. Tornando infine agli investimenti previsti, potremmo già dire che basterebbe inserire la riduzione del numero degli studenti per classe per innescare una serie di possibili effetti positivi. Diciamo “possibili” perché non è detto che la diminuzione degli studenti per classe comporti necessariamente un miglioramento qualitativo della scuola ma certamente creerebbe le condizioni per un rinnovamento profondo.

Navighiamo a vista dentro questa crisi ma non dobbiamo rinunciare per questo a un orizzonte. Non sentiamo nostalgia per il passato della scuola ma nemmeno vogliamo abbandonarci incondizionatamente alle “magnifiche sorti e progressive” offerte dalla scuola digitale che, nonostante tutti gli sforzi profusi in questi mesi da studenti e docenti, rimane un nonluogo. A soffrire maggiormente sono le bambine, i bambini, gli adolescenti, mentre noi adulti della scuola (come avviene del resto in generale) sembra che abbiamo abdicato alle nostre capacità critiche.

Ieri durante una lezione con didattica “mista” ho intercettato lo sguardo d’intesa di una ragazza che sorrideva all’amica posizionata accanto a lei sullo schermo. Come hanno fatto a guardarsi negli occhi?, mi sono chiesto. Non è stata una mia farneticazione, non so come abbiano fatto, forse per pura casualità, per una strana sincronicità, ma sono riuscite a creare un momento di complicità in un nonluogo come la scuola digitale. Come è nata la loro intesa clandestina su uno schermo diviso in una ventina di tessere giustapposte l’una all’altra in modo del tutto casuale e quasi “lapidario”? Qualche giorno fa un’amica mi ha raccontato della sua nipotina: mentre il padre leggeva un passo dell’Apocalisse lei lo ascoltava con attenzione finché a un certo punto lo ha interrotto e ha detto: «Papà, prima dell’Apocalisse vorrei vivere».

Il voler vivere della bambina è un punto di partenza per una riflessione sulla scuola, ora.

Andrea Appetito è insegnante di filosofia e storia nei licei e scrittore.








pubblicato da g.giovannetti nella rubrica scuola il 22 febbraio 2021