Lettera aperta a Linus: che fine ha fatto Mattotti nello Speciale Lou Reed?

Jonny Costantino



Cara Linus,

per prima cosa: grazie! Ti dico grazie, da loureediano cronico, per lo speciale dedicato a Lou Reed nel numero di febbraio. Ho avvistato la rivista a caccia in un Libraccio bolognese e non ho esitato: un paio di ore dopo mi ero già pappato il succulento speciale: Lou e i VU, Lou e la letteratura, Lou e il cinema underground, Lou e la Factory, Lou e NY, Lou e Laurie, Lou e Harari, Lou e i Metallica, Lou e Schnabel, Lou e il tai chi, Lou e MMM, eccetera eccetera. Buoni i testi, non scontata la scelta delle penne, encomiabili le illustrazioni e i fumetti a tema, fin dall’immagine di copertina con Lou in versione Transformer, occhiali da sole a goccia, smalto nero, manicotti, sigaretta fumante tra l’indice e il medio, polso molle da vamp, impassibile come una tartaruga. Il tutto spalmato su 45 pagine, più le due d’editoriale, delle 120 complessive. Insomma, da farci la scarpetta.

Meno male che questo numero è uscito adesso, ho pensato sfogliandolo. Se fosse apparso a dicembre temo mi avrebbe complicato un poco la vita, visto che a fine anno ho consegnato all’editore un libro sospeso tra arte e vita dove – tra gli artisti attraversati – c’è pure Lou Reed. Conoscendomi, mi sarebbe stato difficile non dare seguito ad alcuni stimoli provenienti dalle tue pagine, col rischio di fare slittare ulteriormente una consegna definitiva che mi vedeva già ritardatario e che ha avuto luogo in extremis esattamente la vigilia di Natale. Il capitolo del libro nel quale mi addentro nel Nostro ha per titolo Lorenzo Mattotti e la metamorfosi. Avrai già capito: il cuore dello scritto è The Raven.

Che progetto pazzesco! Il corvo e altri testi di Edgar Allan Poe sono stati il crocevia dove il poeta rocker e il proteiforme artista bresciano si sono incontrati e hanno messo le rispettive esperienze dell’abisso in condizione di fare faville. The Raven è un libro illustrato apparso nel 2009 in Francia con le Éditions du Seuil di Parigi, nel 2012 negli States con Fantagraphics di Seattle e nel 2013 in Italia con Einaudi. Le parole sono di Edgar Allan Poe e Lou Reed, le immagini di Lorenzo Mattotti. Il libro è la trasposizione cartacea dell’omonimo concept album realizzato da Lou nel 2003. Ho detto concept album ma si può tranquillamente parlare di rock opera per questo viaggio musical letterario ispirato dal genio di Poe, scrittore cui Reed guarda come al nonno di William Burroughs e Hubert Selby Jr., dunque come al proprio bisavolo.

Mattotti entra in gioco nel 2008, quando all’animale del rock viene lo sghiribizzo di trasformare The Raven in un libro illustrato e l’amico Art Spiegelman (il fumettista che nel 1980 ha dato vita a Maus) gli suggerisce un nome, uno soltanto, quello appunto di Lorenzo Mattotti. Come ignorare una dritta proferita da cotanto pulpito? Diligente, il musicista si procura Jekyll & Hyde (la “versione” mattottiana del 2002), ne resta folgorato e la folgorazione impone una telefonata intercontinentale a Lorenzo. Quel fulmine di Lou capisce in un baleno di aver trovato l’uomo giusto per The Raven.

Reed aveva trovato un artista in grado di tradurre in immagini esponenziali le sue inquietudini. Lou aveva trovato il completamento visionario del sentitissimo progetto poesco in uno che – ironia della sorte – non è nemmeno un suo fan (non lo è come lo sono io: sfegatato), uno che per intendersi gli preferisce Robert Wyatt e Brian Eno. L’aveva trovato eccome: Lou è rimasto così entusiasta del lavoro di Lorenzo da scegliere diverse immagini della serie The Raven (tra cui Guilty I e II) per la promozione del suo Summer Tour 2012. Lou Reed sarebbe morto l’anno dopo e Mattotti è stato l’ultimo artista col quale egli ha cercato una «fusione di sensibilità» nel «connubio tra parola e immagine».

Ecco come, fieramente, ce la racconta Lou stesso: «Rielaborare Poe su suggerimento di Robert Wilson è stata una delle più grandi opportunità ed esperienze che abbia mai vissuto. […] Poi è arrivata l’idea finale. Ho visto la maestria del grande Lorenzo Mattotti. Non potevo avere le scene di Bob, ma perché non illustrare queste pagine con l’aggraziata energia e la passione di Lorenzo? Il connubio tra parola e immagine è difficile come ogni unione. La fusione di sensibilità diverse è stata in incubazione da Roma a Parigi ad Amburgo, fino a trovare dimora nelle pagine e tra le illustrazioni di questo libro».

Negli ultimi anni, per inciso, non solo il libro ha fatto il giro del mondo, pure gli originali di The Raven hanno viaggiato per essere esposti in diversi musei e gallerie internazionali. Penso in particolare a tre corpose personali: Mattotti/Infini (2015) a Landernau in Bretagna, Sconfini (2016) nella friulana Villa Manin e Lorenzo Mattotti. Immagini tra arte, letteratura e musica, mostra che ha avuto luogo nel 2018 presso il Palazzo Blu di Pisa a cura di Giorgio Bacci che ha dedicato a The Raven un’intera sezione del percorso espositivo. Non mi dilungo oltre. Se vorrai saperne di più della vertiginosa triangolazione (Poe Reed Mattotti) dove mi sono impelagato, sarò felice di farti mandare in primavera una copia del mio libro appena sfornato.

Vengo al motivo per cui ti scrivo, cara Linus, e il motivo è una domanda semplice semplice: visto che sei innanzitutto una rivista di fumetti, perché nello Speciale Lou Reed non c’è la minima traccia della collaborazione di Mister New York con uno dei maggiori non-solo-fumettisti italiani? Nemmeno al volo. Né un’immagine, né un riferimento, neanche marginale, neanche liquidatorio. Converrai che l’assenza di Mattotti è piuttosto strana, per non dire ingombrante. Mi viene in mente una formula impiegata da Baudelaire nella Capitale delle Scimmie: come l’amore in Belgio, Mattotti nel numero di febbraio «brilla per la sua assenza».

Mi raccomando, cara Linus, non irrigidirti, non leggere questa missiva digitale quale forma di vendetta per un torto subito da un artista ammirato, che se ne sta per i fattacci suoi a Parigi, indisturbato, né per un’obliqua forma di partigianeria, tanto più che ti trovo una rivista preziosa e nutro un sincero apprezzamento per il tuo direttore editoriale, Igor Tuveri in arte Igort, una cui immagine campeggia, nientemeno, sul frigorifero di casa mia. Si tratta di uno stilizzato ritratto in bianco e viola di Antonio Moresco con colbacco, un’illustrazione realizzata da Igort in occasione del convegno internazionale che la Sorbonne ha dedicato allo scrittore mantovano nel 2015. Il colloque parigino (dove mi trovavo coinvolto in veste di relatore) è durato due giorni, il 19 e il 20 ottobre, culminati in una perfect night (col titolo di un live londinese di Lou) tra amici e scrittori e artisti quali (l’elenco è parziale) Voltolini Scarpa Riccardi Manganaro Lombard Benedetti Cristiano Amerio Iacconi Luglio Borsari nonché l’indimenticabile Susi Pietri, l’insorbonificabile autore degli Increati e Igort.

Tornando a noi, e quindi? Perché una simile damnatio memoriae all’interno di quello che sarebbe stato il contesto più appropriato per una brillante riflessione sul significativo incontro? Forse non convieni sull’importanza che la buonanima di Lou Reed e io, per dirne due, attribuiamo a questo summit creativo? Se fosse così, cosa non ti sfagiola? Che t’ha fatto Mattotti? Illuminami, sono tutto orecchie. Forse ci sono: non è che per caso il problema era a monte, con l’album di Lou? Un doppio, The Raven, che col doppio Lulu dei Metallica e Lou, compone a mio avviso uno dei più splendenti e tenebrosi polittici della storia del rock, ma che d’altro canto può risultare un’esperienza spiazzante se non sgradevole per chi sia cresciuto a pane e Berlin trovando indigesto il Reed più dissonante.

Dimmi la verità: hai voluto eludere una riflessione oltremodo ostica sui legami – gli evidenti e i sotterranei – tra Mattotti, Reed e Poe? In tal caso non c’è niente di cui vergognarsi. Già pochi − tra critici e musicologi, almeno che io sappia − erano scesi nelle viscere dell’operazione compiuta dal rocker sempre più blues sull’arte dello scrittore col quale condivide un Demone (quello della Perversità) e il secondo nome (Allan). Figuriamoci entrare nello specifico di quanto Mattotti, proverbiale sconfinatore, ha fatto con l’immaginario di Poe trapassando la leggenda allora vivente del Lucifero del Rock: Lucifero nel senso della Luce e di un Male che sotto sotto è un Bene capovolto.

Se è andata così, se non ti sei raccapezzata, se hai preferito non armeggiare con una materia così delicata rischiando di apparire greve o inadeguata, non ti biasimo. Meglio tenersi alla larga che pasticciare nel tentativo non appassionato di decodificare gli embricati livelli di un’avventura che coinvolge musica, letteratura e pittura, roba da far tremare le ginocchia agli specialisti e minacciare i compartimenti stagni dove certi discorsi vengono di norma relegati e impoveriti. Ma passare l’intera avventura sotto silenzio... Suvvia, che modi sono! Tanto più che tu quoque sei tutto il contrario di una rivista settorialista: «Rivista di fumetti e altro», il tuo fiore all’occhiello è proprio l’ibridazione esplorativa, ovvero l’altro.

Forse sto concettualizzando troppo: magari Mattotti te lo sei scordato e basta. Se così fosse, amen, capita nelle migliori famiglie, non sta a me farti il predicozzo, sapessi le cose che mi sono scordato io nelle riviste che ho diretto e fondato! O forse c’è qualcosa che sto ignorando? Quale valutazione mi sfugge, aiutami, quale pezzo mi manca? Hai chiesto a Mattotti qualche immagine corvina e lui te l’ha rifiutata? Ti sfido, Linus: scommetto il mio fottuto euro che non l’avrebbe mai fatto. Se invece il malandrino ha fatto il tirchio, vedrai, sono pronto a scriverla a lui, una lettera aperta.

Te lo prometto: mi accontento di qualsiasi risposta purché sia intellettualmente onesta, non mi accanisco. So che con te non c’è bisogno, ma ci tengo a fugare un possibile equivoco: tutto vorrei fuorché provocare un affare di stato o dare il la a una faida psyco-dialettica. Non sono fatto per queste cose, non posseggo le specifiche qualità fisiche e retoriche, mi sfibra il solo pensiero. Se vuoi giocare, hai già vinto tu, getto la spugna in partenza. Ti chiedo solamente di farmi capire senza divincolarti con una formula ruffiana del tipo: Lou Reed è un continente così sterminato che non potevamo ricordarci di tutti i paesi… Siffatta scappatoia non la riterrei da par tuo. Ti chiedo perciò di dirmi con schiettezza, così la smetto di arrovellarmi e posso tornare a dedicarmi alle mie cose, te lo chiedo anche a nome di Lou che ogni tanto viene a farmi una visitina dall’aldilà: perché?

Con stima e simpatia, JC

Immagini: le opere di Lorenzo Mattotti vengono dal libro The Raven e sono (in ordine discendente): The Conqueror Worm, Guilty I e II, The Bed e The Raven II; la fotografia di Lou Reed in coda è uno scatto della serie realizzata da Bruno Levy a Parigi il 17 novembre 2009; la foto con Mattotti e Reed nella home e in testa è un dettaglio di uno scatto realizzato lo stesso giorno presso la Galerie Martel da Michel Ginie ©.








pubblicato da j.costantino nella rubrica scatola il 23 febbraio 2021