Tanti auguri, caro Mino

Giovanni Giovannetti



1928. Alexander Fleming scopre la penicillina. E se quell’anno a Rosario in Argentina viene al mondo Ernesto Guevara detto il “Che”, a Pavia, alle ore dieci di un nevoso tre febbraio, nasce Guglielmo Milani detto Mino, il più grande narratore di avventura e di mistero del Novecento italiano (dopo Salgari, s’intende). Lo vediamo qui ripreso nella sua prima foto: «Ecco, mi presentavo così nell’inverno del 1928, paffuto e morbido», ci racconta Mino; «una mia morosa dei primi anni d’Università, ricordo, la vide e se ne innamorò; non finiva mai di guardarla, quella foto, se la stringeva al petto, diceva che sembravo un “piccolo Buddha”, e la baciava». Guglielmo dunque, come il nonno materno Guglielmo Castelli da Siziano, uno dei più affermati imprenditori edili italiani. Gli anni passano come si conviene in una benestante famiglia lombarda. È anche il tempo delle prime letture, come Cuore del De Amicis, «fino a quando non arrivò Salgari, e le cose cambiarono». Il primo libro del ciclo di Mompracem glielo regala il padre «e, sfogliandolo, le illustrazioni mi sconcertarono: non v’era un solo personaggio (tranne Kammamuri, mi pare) senza la barba, inequivoco e sgradevole segno d’età avanzata, e feci una certa fatica ad accettarlo». Lo scrittore di Verona scaraventerà il ragazzo Mino «nell’intrico delle foreste dove tutto è emozione, dove ogni passo può essere l’ultimo,per via di un serpente o di un mostruoso insetto che ti prende alle spalle, il maledetto, e ti strangola». Salgari introduce Milani all’avventura, ma quelle storie travolgenti sono ormai superate dalla realtà: la guerra incombe «e si ascoltavano, dette a mezza voce, storie di uomini che nei deserti della Libia o nel fango dell’Albania affrontavano avventure, non cercate, non volute, e con ben altro compenso che la conquista di Mompracem». Sono tempi di fascismo e Mino era balilla (dagli otto ai quattordici anni, bambini e ragazzi prendevano il nome di “balilla”, dai quindici ai diciotto quello di “avanguardista”): calzoncini grigioverde, camicia e fez neri, fazzoletto azzurro come in una foto di Mino ragazzetto scattata il 6 maggio 1936; quel giorno, racconta, «le sirene delle fabbriche suonarono fuori orario; i nostri soldati erano entrati ad Addis Abeba. Da allora, un accidente, le guerre non hanno smesso di accompagnarmi». In tempo di guerra eccolo studente al liceo Foscolo di Pavia nonché fiero componente della squadra liceale di palla al cesto. Siamo nel 1944, nella foto di rito Mino è il secondo da sinistra. I suoi compagni sono Guido Gnocchi, Lallo Rusconi, il futuro cardiologo Carlo Montemartini, Domenico Magnino (poi insegnante di greco e latino al “Foscolo” e all’Università), Manlio Cipolla (fratello del più noto Carlo Maria) e Clemente Ferrario, che all’attività forense affiancherà quella di studioso del movimento operaio pavese. I futuri avvocati Gnocchi e Ferrario sono già segretamente iscritti al Partito comunista e svolgono attività clandestina antifascista. Concluso il liceo, nel 1946 Mino entra in Università, facoltà di Medicina. Reggerà poco più di un anno, con delusione misto a stupore di padre, madre e zii medici. Passa così a Lettere, laureandosi il 28 giugno 1950 con una tesi sul pavese Gaetano Sacchi che, giovanissimo, era stato con Garibaldi in Uruguay. «Mio padre non aveva approvato il cambio di facoltà e però venne in Università, camicia bianca e abito blu, e quello sì che fu un regalo». Il suo primo racconto, La quercia più alta, viene pubblicato il 18 maggio 1946 sul “Ticino”, il settimanale della diocesi. Ma in provincia e in una famiglia come la sua, di salde tradizioni e tanto lavoro, «pubblicismo e giornalismo erano considerate strade impercorribili, riservate a pochi esseri superiori che, anche loro, chissà come ci erano arrivati. Nemmeno il caso di pensarci. Al più si poteva tentare un raccontino o un articoluccio sui giornali di città, che erano allora un quotidiano e un settimanale. Fu su questo, cattolico, che feci le prime prove. Non mi pare nemmeno d’essere stato emozionato nel vedere la mia firma sotto quei pezzi, tanto sapevo che nessuno li avrebbe letti: e anche l’avessero fatto? Era questo che volevo?» Sì, questo voleva. Eccolo autore di racconti e sceneggiature per il “Corriere dei Piccoli”, eccolo pubblicare Il cuore sulla mano, suo libro d’esordio, venti racconti usciti nel 1957 da Cino del Duca editore. Eccolo inaugurare sul “Corrierino” la saga di Tommy River, poi raccolta in otto volumi di enorme successo... Impossibile riassumere nello spazio di un articolo la poliedrica e luminosa carriera letteraria di Mino Milani (l’Opac, l’Istituto centrale per il catalogo unico, segnala più di settecento titoli di Milani, dal 1952 a ora). Autore di romanzi, libri di storia e sceneggiature per fumetti (questi ultimi in collaborazione con disegnatori del calibro di Hugo Pratt, Milo Manara, Sergio Toppi, Grazia Nidasio, Dino Battaglia, Aldo Di Gennaro, Mario Uggeri, Enric Sió, Juan Arancio, Arturo del Castillo e molti, molti altri ancora), i suoi avvincenti racconti hanno corroborato l’immaginario di più di una generazione, tanto da farne un “classico” della letteratura italiana del nostro tempo. E allora, buon compleanno caro Mino, grazie per il tanto che ci hai dato. Consapevoli, lo ha detto Gianni Rodari, che i protagonisti di Milani non sono e non si presentano mai come compagni di gioco, ma come compagni di vita.

Gli ultimi lavori

Di Mino Milani è ora in libreria Fortebraccio, un grande fumetto, un romanzo per immagini scritto da Milani e disegnato da un peso massimo dell’illustrazione italiana come Aldo Di Gennaro. È difficile sottrarsi al fascino di questa storia, perché siamo di fronte a un effettivo capolavoro. Fortebraccio non è un fumetto dedicato esclusivamente a un pubblico infantile, o di ragazzi, sia per il carattere psicologicamente complesso dei personaggi sia per le suggestive tematiche affrontate. Fortebraccio, semmai, può essere accostato soltanto al magnifico Wheeling di Hugo Pratt, insieme al quale rappresenta, il vero apice della narrativa italiana a fumetti di tipo storico-avventuroso. Milani sceglie uno sfondo storico poco frequentato dagli autori di fumetti: la guerra svoltasi alla fine del Seicento, tra le armate dell’imperatore d’Austria, al comando del principe Eugenio Di Savoia, e i Turchi, che da tempo avevano occupato l’Ungheria. La campagna per la liberazione di questo Paese dal dominio ottomano si concluse con la grande vittoria del principe Eugenio a Zentha, nel 1697, una battaglia che segnò l’inizio della decadenza del potere turco, inarrestabile fino alla vigilia del XX secolo. Milani e Di Gennaro riescono a sposare in Fortebraccio il gusto per l’ambientazione storica con il fascino dell’avventura, dimostrando quali felici spunti narrativi e grafici possano offrire ai fumetti i costumi, gli scenari e le situazioni del passato. A queste componenti si aggiunge poi l’aspetto “magico” o para-normale di alcune vicende, che testimonia l’abilità di Milani nel contaminare il romanzo storico con il tema del mistero, secondo una tradizione che risale al Giuseppe Balsamo Conte di Cagliostro di Alexandre Dumas. Non è tutto. Per il 2021 le edizioni Effigie annunciano l’uscita di Timber Lee, la storia di un ufficiale in congedo dell’esercito sudista, un grandioso fumetto sul mito della frontiera americana. Sceneggiato da Mino Milani e disegnato dall’argentino Juan Arancio, le quasi dimenticate seicento tavole di Timber Lee (in Italia era uscito a puntate su “Skorpio” tra gli anni Settanta e Ottanta) sono una eccezionale pietra angolare nella storia del fumetto. Timber Lee è l’unico sopravvissuto del 34° reggimento di cavalleria volontari della Georgia, un un soldato coraggioso e disciplinato, e come altri antieroi di Milani sa cosa significa provare paura. Tornato a casa, senza motivo gli abitanti di Prinsville lo accuseranno di codardia – e tra loro inopinatamente c’è Brenda, la donna che Timber ama – come se l’essere sopravvissuto alla carneficina fosse una colpa. Il reduce dimostrerà che semmai è vero il contrario e Brenda si ricrede; ma lui, ferito nell’orgoglio, parte solitario per la California, allora la terra promessa. La guerra è finita, ma resta il ricordo di tanta inutile violenza e dei relativi tormenti. E qui, tra continui colpi di scena, comincia un’altra storia.








pubblicato da g.giovannetti nella rubrica LA NOSTRA STORIA il 1 febbraio 2021