Compagni di vita

Stefano Foglia



È mattina, Lui ha fatto una lunga e intensa passeggiata.
Ha guardato il verde degli alberi di quei paesaggi intorno al suo cammino.
Il passo svelto lo ha riscaldato dal freddo pungente, che gli ha reso il viso rosso.
Sente il calore che dalla bocca esce ed appare come nebbia davanti ai suoi occhi, rende il paesaggio intorno ancora più bucolico e intrigante, degno di una foto da condividere.
Mi fa raccontare quel momento: «Che bello camminare!».
Io riesco solo a schematizzare quel momento, non lo vedo, ma devo raccontarlo.
Intuisco meccanicamente che le gambe camminano sempre più veloci e comunicano al cervello di attivare il meccanismo della corsa. Un impulso elettrico che si avvia.
Come schiacciare un pulsante per arrivare ad un cambiamento fisico e di stato.
Lui mi descrive la sensazione che prova: «Sto correndo, sento il mio cuore battere più intensamente, sento il sudore che inizia a scendere sulla mia fronte e che viene assorbito dai capi che indosso». Dice di aver corso intensamente per 15 minuti, godendosi ogni singolo istante dello sforzo fatto.
Continua a dirmelo, ed io ad annotare e conclude: «Quando finisco, sento il fiatone e le gambe pesanti e stanche, ma soddisfatte. Mi sento più forte».

Quello che entrambi sappiamo è che la maggiore difficoltà è stata correre con la mente. Vi chiederete perché.

Io racconto di Lui, o meglio, tutto quello che mi chiede di rivelare.

Solo io e Lui, oltre a quelle poche persone che lo conoscono davvero, sanno la verità. Ciò che accade veramente, non quello che Lui racconta, a volte in modo fantasioso.

Ma ora è arrivato il momento di dire la verità.

Sento l’obbligo di liberarmi da questo peso e da questa schiavitù. Non lo faccio per me, lo faccio per Lui.

Tutto quello che vi ho fin qui raccontato è falso.

È un mondo non reale, è un mondo di menzogne. Bugiardo come me, che non racconto ciò che è, ma quello che si vuol far credere. É arrivato il momento di raccontarvi cosa ha fatto veramente Lui stamane.

Lui non ha corso, non è stato e non ha visto alcun posto. Ha solo immaginato di farlo, ha creato una falsa rappresentazione del suo sogno che io ho raccontato.

La verità è un’altra.

Non è un uomo libero e forse fino ad oggi non ero libero neanche io. Ma è arrivato il momento di cambiare, Lui lo sa.

Le parole non dette, che rimangono sospese nella sua mente, che trattiene nelle sue lunghe riflessioni sono un regalo che Lei gli ha fatto. Sono poi io a raccoglierle e a diffonderle. Strano a dirsi ma senza Lei, probabilmente, io non sarei qui a raccontarvi la loro storia.

É arrivato il momento che vi parli di Lei.

In fondo io e Lui ci siamo conosciuti grazie a Lei, in questo sono stato fortunato.
Lui era molto giovane quando si incontrarono, non ricordo infatti di aver mai raccontato la vita di Lui senza di Lei.
Loro hanno uno strano rapporto, il più delle volte Lui è limitato da Lei, ma delle volte ne è anche protetto.
Lei lo ha plasmato, lo ha fatto crescere in questi anni a sua immagine e somiglianza.
Anzi, lo ha fatto diventare esattamente ciò che voleva.
A volte, da quello che Lui mi racconta, sembra che sia ancora sedotto da
Lei o comunque ne subisca perennemente il fascino.
Dopo tutti questi anni nulla tra loro è mutato.
Lei sa essere una vera trasformista, cambia pelle e approccio con una velocità ed una furbizia che spesso è difficile da intuire o prevedere.
Si fa fatica a starle dietro, mutevole com’è.
Se ci si ferma a guardare Lei e Lui insieme, non si può non notare quell’aspetto da fanciulla dolce e della porta accanto con gli occhi da cerbiatta. Con quello sguardo scalfirebbe il cuore di chiunque.
Vedendoli così non si potrebbe far altro che provare tenerezza e immedesimarsi in quella coppia.
Ma io ne ho viste e raccontate tante di quelle cose private tra loro.
Invero, tutte quelle che Lui ha deciso di condividere con me.
Vedo il loro rapporto in modo diverso, sono un osservatore privilegiato.

A volte penso che siamo andati oltre la loro coppia e siamo diventati Lui, Lei e l’Altro. Forse è stata Lei che ha fatto entrare anche me in questo gioco perverso tra loro. Se c’è qualcun altro non mi è dato saperlo.

Lei sa essere una matrigna arcigna, col volto di angelo.
Vestita come una mistress, che lo fustiga ogni volta che Lui pensa di poter fare qualcosa in sua assenza.
Una vera dominatrice sembrerebbe una verginella rispetto a lei.
É crudele, oltre che sadica, continuamente fa venire a Lui voglie sussurrandogliele all’orecchio, con quel sorriso da troia.
Gli mostra delle donne, gli suggerisce cose che Lui potrebbe fare con loro, tutti quanti insieme, rendendo anche altri partecipi, a cominciare da me.
Ma poi lo tiene legato impedendogli di poterle fare. Lo lascia guardare mentre le soddisfano altri.
Lo fa vivere segregato e riempie la sua vita di negazioni.
Lui è da Lei incatenato, non solo fisicamente, sarebbe per loro un gioco ormai banale, ma soprattutto psicologicamente.
Lui non può andare a correre, né può fare una passeggiata da solo, o godersi liberamente la stanchezza di uno sforzo fisico.
Deve essere Lei a gestire la sua vita, sempre e comunque.
É Lei che dice «Si, questo puoi farlo» molto più spesso «No, questo non puoi farlo».
Molto spesso Lei lo annulla completamente.
Credo che Lei goda profondamente a fare così, come se fosse nata per comandare e per impartire ordini e divieti.
Lui invece non riesce a sottrarsi a questo loro rapporto che credo ormai abbia accettato.
Spesso prova a resistere, ma è sopraffatto da Lei.

Lei ha il volto dolce e benevolo di una nonna, che ti rimpingua così tanto di cibo da impedirti di muoverti, di alzarti dal tavolo o dal divano. Ti fa le coccole chiedendoti di fermarti a fare un riposino, e appena lo fai e ti addormenti, scappa via a fare qualcos’altro, cambiando quell’espressione dolce in un ghigno compiaciuto.
Lui mi raccontava: «A volte provo a far finta di vivere una vita in cui Lei non c’è, ma non ci riesco neanche, non riesco ormai a pensare ad un Io senza Lei, mi piace vivere così, con Lei».

Dal mio punto di vista Lei è come se fosse un’amica fraterna, che è sempre con Lui, che prova a fargli vivere sfide nuove e che ha quella cattiveria, tipica della verità, di cui sono capaci i veri amici. Gli sbatte in faccia tutti i suoi limiti e le difficoltà che puntualmente sottolinea con crudezza.

Mentre vi racconto queste mie parole, a Lui arriva un messaggio sul telefono, è il padre che gli dice di prepararsi, tra mezz’ora passerà a prenderlo.

Spero di riuscire a finire di raccontarvi questa storia.

Anche suo padre conosce Lei da molto tempo, da quando ha preso il sopravvento ed è entrata prepotentemente nella vita del figlio. Per suo padre probabilmente Lei è una croce da portare sulle spalle, la tollera unicamente perché, come ogni padre, ama il proprio figlio.
Capita che il padre dica a voce alta «perché una come Lei è dovuta capitare proprio a mio figlio?» o semplicemente se la prende col destino che li ha fatti incontrare.
Altre volte è Lui ad immaginare che suo padre possa pensare di essere sfortunato ad avere avuto proprio Lui come figlio.
Non ci credeva il babbo che, nonostante tutti quei condizionamenti, Lui avrebbe avuto la forza di prendersi quella laurea, di voler andare a vivere da solo con Lei, di avere non uno ma ben due lavori.
Io ho visto e raccontato la gioia del padre e le sue lacrime alla proclamazione della laurea: è stata una delle rare volte in cui suo padre e Lei erano in armonia.

Lui li ha stupiti entrambi, d’altronde l’addestramento che Lei ha fatto su di Lui in tutti questi anni, hanno reso più forti la sua mente e il suo spirito. É come se ad ogni frustata ricevuta, ad ogni divieto impartito dopo l’umiliazione o il dolore nasca in Lui una fortificazione.
Il piccolo solco nella pelle, esito della frustata ricevuta, o il dispiacere di un divieto, non gli procura solo del male fisico. Lui va oltre questo aspetto superficiale, scava in profondità e vi trova piacere. Si chiede perché Lei lo punisca continuamente. L’addestramento continuo lo porta a riflettere, lo fa crescere, lo soddisfa, lo rende resiliente.

Lui non si accorge così di essere segregato in casa, pressoché immobile, chiuso nei suoi pensieri.
Pensieri che spesso io racconto, e che spesso nascono solo perché io li possa raccontare.
Per questa ragione penso di vivere un triangolo amoroso.
In alcune cose io e Lui siamo assolutamente identici.
Me ne sono convinto quando Lui ha scritto, volendo che io lo raccontassi: «Sono come un cristallo di vetro, fragile, fermo, riempito da altri. Ma senza di me qualcuno potrebbe stare meglio, altri peggio».
Mi ha chiesto poi di cancellare questo frammento di verità che gli era scappato.
Non so come, ma Lui riesce sempre a emozionarmi.
Non può correre, non può camminare liberamente. Lo fa con la mente. Poi mi chiede di raccontarlo e di descriverlo in tutti i suoi particolari. É portato in giro solo se c’è la volontà altrui.
Da piccolo sognava nel sonno, mentre adesso sogna da sveglio, con lo sforzo della mente e dello spirito.
Io racconto tutto questo, e ne sono inebriato.

Oggi vorrebbe allenarsi come i ragazzi della sua età, ma lo fa solo con l’immaginazione, con il pensiero.
Lei glielo impedisce. Dice che non ce n’è bisogno.
A Lei Lui piace così com’è.
E ci crede.
Lui ha le sue difficoltà nel comunicare col mondo. Per quello ha scelto che sia io a farlo.
Lei non si è opposta, forse perché traeva convenienza o trovava qualche forma di sadismo a coinvolgermi nel loro rapporto.
Forse gli ha suggerito Lei di rivolgersi a me.
Delle volte ho anche questo dubbio, ma non importa.

Solo in pochi riescono a comprendere quei suoni gutturali e cupi che sono le parole che Lui emette. Sono tra i pochi a poter tradurre con certezza le parole che vorrebbe far uscire dalla sua bocca. Per fortuna riesco a dar forma nell’etere alle sue parole, tutte quelle da lui non dette, come un messaggio chiuso dentro una bottiglia che galleggia in mare, in attesa che qualcuno possa coglierlo. Le pronuncio sotto forma di inchiostro o di parole visibili su di un monitor. Lui si impegna a comunicarmele spingendo quei tasti digitati con un dito, uno alla volta, con fatica, in maniera scoordinata, su questa tastiera che rappresenta le sue corde vocali e l’inizio del mio lavoro.

Dicevo che il padre verrà a prenderlo, Lui così ha finalmente deciso che io possa raccontarvi il finale di questa storia.
Mi sembra giusto a questo punto raccontarvi anche un po’ di me e di quello che faccio per Lui.
É una delle rare volte in cui lui mi nomina, in cui mi rende visibile nella loro storia e vale la pena raccontarlo direttamente con le sue parole.
E con queste mi congedo venendo allo scoperto, uscendo dall’oscurità del nostro rapporto:

«A breve dovrò salutarti. Mio padre passa a prendermi per andare a pranzo da lui, oggi è domenica.
Lascio a te, mio Caro, tutto ciò che voglio dire.
Tanto so che i miei virtuali, sparsi e variegati amici, mi leggeranno da ogni dove e quando vorranno.
Lascio qui, in questo posto le mie parole e i miei pensieri sospesi.
Ho deciso di scrivere qui, sul mio Caro Diario, la mia storia con Lei.
Sul solo strumento che mi fa vivere il differimento con cui riesco a comunicare con voi con serenità.
Vi chiederete se Lei verrà con me.
Lei viene sempre con me, siamo legati l’un l’altro, finché ci saremo.
È Lei che comanda, anche se mi chiamo Augusto e ho un nome da imperatore.
O meglio lo sono, con la mia immaginazione.
Lei è la mia compagna di vita che non potrei lasciare mai, la mia disabilità.
Sì, sono un disabile, e grazie a Lei sono una forza della natura».

Il messaggio è stato pubblicato.
Comunico a Lui in tempo reale i primi riscontri e con questi finisco di svolgere, almeno per oggi, la mia opera: Augusto ha 5 nuovi Mi piace.

Colonna sonora

Avicii, Wake Me Up
U2, Beautiful Day
Goldfrapp, Ooh La La
Max Gazzè, La favola di Adamo ed Eva
Lou Reed, Walk on the Wild Side
Ben Harper, Diamonds on the Inside
Zucchero, Dune mosse

Immagine: Les Amants (1928) di René Magritte








pubblicato da j.costantino nella rubrica racconti il 30 gennaio 2021