La scuola digitale è un non-luogo

Andrea Appetito



Ci sarà, dicono, un piano di investimenti storici. Non possono non includere anche la scuola. Al momento sembra che si investirà soprattutto sulla digitalizzazione cioè sulla scuola digitale, un non-luogo, una simulazione di scuola. Chi l’ha sperimentato in questi mesi (scuola, università, smart working) lo sa. Su cosa si dovrebbe investire allora? Sulla riduzione degli alunni per classe, si dice, e sono d’accordo. Se soltanto si realizzasse questo, molte cose potrebbero cambiare. Scrivo "potrebbero" perché il cambiamento delle condizioni materiali non corrisponde necessariamente a un rinnovamento reale della scuola.

Eppure sono anni che si parla di questo, teorizzando nuove modalità di insegnamento e premiando chi le applica rovesciando le classi senza che però il prodotto cambi. Innovazione, digitalizzazione e aziendalizzazione sono andate avanti di pari passo e nel lessico scolastico sono comparsi termini come "utente" che è la traduzione del termine studente che è un modo di declinare la vita di un bambino o di un ragazzo per alcune ore al giorno dentro uno spazio ristretto che generalmente fa(ceva) riferimento a un programma e non ai suoi bisogni fondamentali.

Pochi giorni fa, parlando con alcuni ragazzi durante il loro sciopero (il primo sciopero studentesco dell’era digitale, durato alcuni giorni e organizzato da ragazze e ragazzi che nascono da una "tabula rasa": prima di loro c’è un vuoto di anni e devono reiventarsi tutto, ricominciare daccapo e lo fanno per avere una voce, per non essere indifferenti, perché vogliono confrontarsi e non lasciarsi più raccontare dagli altri), pochi giorni fa – dicevo – mi hanno risposto che la scuola dovrebbe essere un luogo in cui possono esprimere le loro potenzialità, inascoltate e costantemente rimosse. Del resto il massimo che offriamo noi adulti è tanto paternalismo e maternalismo, tanta retorica e indifferenza ma soprattutto la nostra tristezza e quel senso di impotenza che abbiamo interiorizzato e che trasmettiamo come educazione civica al mutismo, al servilismo, all’assoggettamento.

Ora da quel loro bisogno di esprimere le proprie energie fisiche e mentali, la propria creatività, è nata l’immaginazione di una scuola con spazi circolari e senza cattedre, luoghi di confronto al chiuso e all’aperto, giardini e una biblioteca dove poter leggere e studiare insieme e aiutarsi reciprocamente; un’ora ogni mattino dedicata al corpo, all’incontro, al respiro, per camminare, fare sport dolcemente o stare in giardino in silenzio e prepararsi all’incontro tra di loro, coi loro insegnanti e con la conoscenza. Una scuola con laboratori della scienza, della parola e della creatività e un luogo in cui mangiare insieme per diventare davvero compagni e compagne di scuola. A quel punto mi sono accorto, ascoltandoli, che quella loro scuola non finiva mai e coincideva con tutta la loro vita, perché non avevano fretta di tornare a casa, perché era diventata la loro casa e soddisfaceva i bisogni del loro corpo, della loro mente e del loro spirito. Li guardavo e vedevo che erano felici soltanto a immaginarlo.








pubblicato da g.giovannetti nella rubrica qualità quantità il 24 gennaio 2021