Autoritratto con carne e ananas

_ t _ w _ i _ g _





Io non dormo. Non sogno, non vivo. Non delimito, non competo, non assolvo. Io corrompo, io degenero, io trabocco. Io non sono nel momento, nell’istante, io non sono nel bacio e nella carezza, non sono nel candore e non sono nella purezza. Io defletto, io scompagino, io sprogetto.
D’ampio petto, e possente spirito, io sono. Di spalle larghe e basse, di schiena ricurva. Di carne scura, di sangue apuano, io sono. Ho gli occhi tristi dei miei antenati, ho il sangue grigio delle mie montagne. Di gambe storte e arcuate, di braccia lunghe, troppo lunghe, io sono. Di animo gentile, io sono. Di scatti rabbiosi, di grande orgoglio, di acume fiero e prepotente, io sono, io sono. Di voce bassa, e roca, e rotta, io sono. Nelle notti insonni, io sono, nella gioia rotta, io sono. Nella vita magra, io sono.
Il freddo è insopportabile. Giro per casa con la coperta e il cappello di lana, ma non serve a niente. I cadaveri delle anatre sono incastonati nel lago ghiacciato, freddi e celesti. Il tuo corpo non ha più bisogno del mio. Quant’è triste la vita, amore mio, mia rovina. Sarebbe sopportabile invecchiare se gli altri smettessero di nascere. L’eternità è una giovenca dai fianchi larghi, il tempo è ormai adulto e la pietra arde per millenni: siamo gli unici a morire. L’eternità non conosce il tempo e solo ciò che è vivo muore.
Mi ascolto mentre la voce esce dall’ombra della gola, le parole sono cattive, anneriscono la lingua e scardinano i denti. C’era così poca vita nella tua camera. Tutto profumava di mondo a venire, l’intonaco umido, le foto chiare, i colori deserti. Ho detto che sarei disposto a morire, per te. Ho mentito. Io sono nell’incompiuto, nell’imperfezione sistematica. Io sono nel poltrire disagonico, nella prosa senza vertebra. Non potevi saperlo: io desisto, sono nella sconfitta, nell’ozio, nel lamento.
Per arrivare a domani ordino a domicilio un maiale in agrodolce dai cinesi sotto casa, gentili e servizievoli come sempre. Il maiale fa schifo, me ne nutro con disgusto e con disgusto me ne libero. E così io sono, tenero e crudele, e per quello che conta _ già morto.
Il corpo non sopravvive mai alla giovinezza. Sento le zanne ammalarsi di fatica e salivare sulla ferita.
Non guardo più il cielo.
Rimango solo nella stanza, nel fetore di carne e ananas, sotto l’intonaco bianco.


Fotografia di Giulia Gamberini








pubblicato da t.w.iacconi gabbriellini nella rubrica racconti il 21 gennaio 2021