L’ora splendente

di Maria Cerino



Quella di uscire di casa stretti è ora un’abitudine, come a doversi difendere da una folla, con Michele che le fa da scudo e tiene aperta la giacca manco fosse dicembre, e il freddo alla nuca con le teste piegate per non farsi vedere. Clara gli chiede di spostarsi un po’ che rischia di rovinargli la piega, l’ultima volta ha passato l’intera serata con mezza acconciatura schiacciata, come se si fosse appena svegliata dopo un lungo riposo tutto su un lato e nessuno che glielo avesse detto, se ne stava là tra gli orribili quadri della sua amica Cecilia a sorridere ai fotografi ed è così che lo ha poi scoperto, in una foto pubblicata da StarconStar, una settimana dopo. Uno scatto a piena pagina, il vestito okay, le scarpe okay, gli smeraldi enormi che – queste le esatte parole pronunciate dal più grande regista allora vivente durante la serata conclusiva di un’edizione trapassata del Festival di Venezia, quando era un vero festival con veri film (ma queste sono parole che ha aggiunto Clara con gli anni, raccontando l’aneddoto) – sembravano coralli attaccati alla pelle di una sirena mentre riemerge dall’oceano. Quella sera si era ritirata in camera con il regista ed era rimasta nuda ma ancora con gli orecchini, dono di un uomo ricchissimo che sarebbe presto diventato il suo secondo marito, a lasciar intendere che al suo sguardo restava devota, fuori dal set, prima che le presentasse un nuovo copione, negli intervalli di tempo in cui avrebbe pagato pur di togliersi le scarpe con il tacco che stringevano i piedi gonfi di stanchezza, gli restava devota come il cane di una vecchia zitella che si accontenta di un pezzo di pane raffermo. Al regista una volta aveva provato pure a farglielo il discorso, quello della devozione negli intervalli di tempo, nonostante le scarpe e il cagnolino e la zitella ma lui che la guardava con certi occhi aveva fatto un giro intorno alla sua figura e assestatole uno schiaffo su una coscia Ma sai che hai proprio un gran culo ed erano caduti ai piedi del letto, ridendo. Il vestito lungo alle caviglie, sempre stretto a far vedere la vita minuscola, la camicia di chiffon a coprire il collo ma con una leggera trasparenza su un seno ancora generoso, gli orecchini di smeraldi e il trucco che andava già sbavandosi alle labbra e verso la coda delle palpebre, con quegli orribili capelli ondulati a un lato e come spezzati all’altro nel vano tentativo della lacca di resistere alla pressione delle braccia intorno al collo, sul torace del bel Michele.

Nella foto Clara e Michele si tenevano per mano ma poi era stata tagliata e tutto quello che appariva del suo accompagnatore era una mano già in stallo che aveva retto la stretta davanti all’obiettivo giusto il tempo di un sorriso e come se fosse stata un volto era già mutata nell’espressione, magari anticipando di qualche secondo la faccia meglio allenata a certe circostanze e ora se ne stava in riposo a guardarsi intorno come una parte di un corpo che non sa e a cui nessuno racconta cosa stia accadendo. A Clara piace accarezzare la mano di Michele, se la porta al viso e gli parla, gli dice frasi che potrebbe ripetere a un uccellino sul davanzale, a un bambino con il leccalecca: ma lo sai che sei proprio una bella manina, che hai le dita lunghe e forti, che mi piaci quando stringi ma anche quando come adesso riposi? E la mano del ragazzo che gli appartiene sempre meno mentre diventa una protesi per i desideri di Clara si fa una spazzola per lisciarle i capelli e un rotolo levapeli sulle sue cosce mentre la trascina avanti e indietro e se al primo tentativo fa ancora pressione più Clara insiste e più la mano non aderisce alla carne. Ma cos’hai manina, sei stanca? Michele se ha voglia abbassa di un’ottava il suo solito tono di voce e fa rispondere alla mano, Sono tanto triste ti avevamo baciata, avevano scattato decine di foto ma poi hanno pubblicato questa. E con uno scatto che ricompone il corpo, la mano si attacca al braccio come a una calamita, Michele si siede sulle ginocchia e le strappa via il giornale, con un dito indica l’altra foto che accompagna l’articolo, una posa in bianco e nero in cui Clara sorride all’obiettivo mentre guarda altrove. Questa, dice, questa. Ripete ancora Questa ma con la rabbia che va sfumando, assieme alla voce. Clara lo afferra dalla manica del maglione e lo abbraccia, se ne stanno seduti vicini, Michele le poggia la testa sul seno e resta così mentre Clara recuperata la rivista riprende la pagina con la vecchia foto, 1965. Gli occhi grandi e neri, le ciglia folte, l’incarnato chiaro. Michele sbuffa. I capelli di un nero cosi intenso da sembrare blu, raccolti, con delle ciocche ben fissate intorno alla fronte e una collanina appuntata ai capelli che le cade tra gli occhi come un piccolo diadema al contrario, diamanti veri. Michele che sembra stia per addormentarsi indica un quadro Anche questo è mio? Clara sposta lo sguardo dal giornale al quadro, Ma non era già tuo l’altro, il Tacchi e non mi avevi chiesto una settimana fa il Guttuso? Michele risponde di sì e, dopo qualche secondo prima di cadere nel sonno, Tanto sono tutti miei. Clara dice che è vero, con la voce bassa ma ridendo. Il vestito nero fasciante, dalla profonda scollatura sulla schiena, la pochette a sacchetto di velluto e le scarpe a punta con un tacco non troppo alto per non superare di troppo l’altezza del suo terzo marito. Michele si agita come in un sonno finto quando il corpo si sfigura a bambino e allunga le braccia e le gambe le lascia nell’aria in attesa di essere raccolte nel sonno di chi gli sta accanto. Le spalle dritte, la pelle liscia, i denti forti e allineati, le labbra che tutti suoi amanti convinti di aver indovinato una somiglianza a cui nessuno dei precedenti aveva pensato prima chiamavano a cuoricino. Michele fa cadere un braccio sulla rivista, la sua mano di taglio copre la fotografia. I seni sodi. Le gambe lunghe.








pubblicato da m.cerino nella rubrica racconti il 14 gennaio 2021