La strage delle fonderie

Giovanni Giovannetti



«Alla Crocetta erano in tanti / davanti ai cancelli della fonderia, / volevano pane e lavoro per tutti, / vennero uccisi e così sia». Sono i versi di una toccante ballata dei Modena City Ramblers su quella strage. Il 9 gennaio 1950 (anno Santo) a Modena è Bloody Monday, lunedì di sangue: nel giorno in cui a Brescia si apre il processo per i fatti di Porzûs, e mentre in Emilia si arrestano 3.500 partigiani per delitti commessi dopo la Liberazione, e si processa la Resistenza, alle Fonderie riunite scatta la repressione militare di uno sciopero proclamato in risposta al licenziamento di numerosi lavoratori sindacalizzati e dopo una lunga serrata padronale della fabbrica. La proprietà delle Fonderie non vuole sentir parlare di diritti dei lavoratori, ora costituzionalmente garantiti (articolo 39, sulle libertà sindacali; articolo 40, sul diritto di sciopero) e semmai punta a darsi carta bianca nel subordinare il salario alla produttività, facendo largo uso dei premi di produzione differenziati e cancellando il cottimo collettivo. Viene persino annunciato il licenziamento di tutti quanti i 565 lavoratori per riassumerne solo 250, soppiantando i congedati con forza lavoro malleabile reclutata sul posto e nelle campagne venete dai preti e dal sindacato “libero” filo-democristiano (la futura Cisl). E dire che la fabbrica non è in crisi: la produttività è aumentata (da 1.800 a 2.500 quintali di ghisa al mese) così come i profitti (nell’anno 1949 l’aumento è stato di 222 milioni di lire di allora, equivalenti a più di 4 milioni di euro odierni), a fronte di un ammontare complessivo delle retribuzioni in netto ribasso. Ma siamo in un altro dopoguerra e con la restaurazione anche la più semplice vertenza sindacale può ormai deflagrare in tragedia.

«la Costituzione non è il Corano»

Dopo l’esclusione del Pci dal Governo del Paese nel 1947 e dopo la sconfitta del Fronte popolare alle elezioni del 1948 cambiano anche i rapporti di forza tra capitale e lavoro; in particolare cambiano nella rossissima Modena della rossa Emilia, là dove il Pci governa con percentuali plebiscitarie del consenso e alle Fonderie riunite quasi tutti gli operai sono iscritti al partito e alla Fiom-Cgil. Ma se il diritto di sciopero e di manifestare è costituzionalmente garantito, ogni manifestazione di piazza o corteo o comizio deve essere preventivamente autorizzato da questore e prefetto, che sistematicamente ne fanno divieto: del resto, come ebbe a dire il segretario politico democristiano Guido Gonella, «la Costituzione non è il Corano». E così Modena viene elevata dal ministro dell’Interno Mario Scelba a laboratorio della repressione operaia. Lo segnala Lorenzo Bertucelli nel suo All’alba della Repubblica. Modena, 9 gennaio 1950. L’eccidio delle Fonderie riunite, una approfondita ricerca sul contesto nazionale e locale entro cui matura la strage del 9 gennaio 1950. Appena nominato, il ministro di polizia passa a mobilitare «tutti gli agenti disponibili e in più il reparto delle autoblindo» (sono parole sue) per... rendere esecutiva l’iniqua sentenza di sfratto ordinato dal Tribunale di Modena contro un povero mezzadro che, sostenuto da Pci e Camera del lavoro, si rifiuta di abbandonare la casa colonica in cui vive: come lo stesso Scelba ammetterà nelle sue peraltro lacunose Memorie, «dissi anche di disporre che appena i reparti di polizia fossero giunti a Modena insieme con le autoblindo, compissero un giro per la città in modo che tutti ne potessero prendere visione e capire che il ministro faceva sul serio». Il messaggio è chiaro. Ma qui, in una provincia di 500mila abitanti, la Camera del lavoro conta 150mila iscritti (e 72mila sono gli iscritti al Pci). Lo scontro si fa acceso e marca il suo culmine con la vertenza delle Fonderie contro il licenziamento di massa delle maestranze. La risposta a questa epurazione che va ben oltre l’atteggiamento antisindacale sono gli scioperi, i picchetti e una decisa conflittualità. Si è ormai prossimi all’occupazione della fabbrica e il padrone conte Adolfo Orsi Mangelli – che ne aveva disposto la momentanea indebita serrata, protetta dalle forze di pubblica sicurezza come se fossero una sua milizia privata – d’accordo con Confindustria chiama in soccorso le forze dell’ordine del ministro Mario Scelba, e quel giorno per qualche ora i Celerini e i Carabinieri avranno licenza di uccidere: «Qui succederà una strage. Abbiamo tanta forza da sterminarvi tutti», minaccia il prefetto Giovanni Battista Laura quella mattina nel negare nuovamente la piazza ai manifestanti; «Sarà un macello, faremo un macello, faremo piazza pulita», promette il questore Arturo Musco prefigurando quanto poi avverrà. Strage premeditata? Nuova provocazione al Pci per indurlo a reagire e poi metterlo al bando? Nervi non proprio saldissimi in qualche irresponsabile in doppiopetto o con la divisa? Ad ogni buon conto, a Modena calano 1.500 tra poliziotti e carabinieri armati rispettivamente di mitra Mab e di moschetto, a presidiare quella piazza e quella fabbrica fianco a fianco a tredici autoblindo da combattimento T17 Staghound della compagnia autocarrata dei Carabinieri di Bologna. Dal terrazzo della fabbrica i Carabinieri cominciano a sparare sui lavoratori e chi li sostiene. Mirano ad altezza d’uomo anche dai blindati e il bilancio si fa pesante: sei morti, centinaia di feriti e trentaquattro arrestati. Muore l’ex partigiano Angelo Appiani, 30 anni, colpito al petto da un colpo di pistola sparato a bruciapelo da un carabiniere. Muoiono colpiti da raffiche di mitra lo spazzino disoccupato Arturo Chiappelli, 43 anni, e Arturo Malagoli, 21 anni; sono entrambi ex partigiani. Muore l’ex partigiano Roberto Rovatti, 36 anni, che ha il torto di portare al collo una sciarpa rossa e per questo motivo viene brutalizzato con il calcio dei fucili e poi gettato cadavere in un fossato. Muore il carrettiere Ennio Garagnani, 21 anni, colpito dal fuoco delle autoblindo. E muore l’operaio metallurgico Renzo Bersani, 21 anni, preso a fucilate nei pressi della fabbrica.

Tiro al bersaglio sui lavoratori

Il giorno dopo la strage in molte città italiane è sciopero generale (il sindacato “libero” cattolico si defilerà, giudicandolo uno sciopero dal carattere politico) e a Roma più di centomila lavoratori manifestano in piazza dei Santi Apostoli. Ad una riunione modenese di partito, il comunista Umberto Terracini parla esplicitamente di «omicidi premeditati, eseguiti a sangue freddo». A Montecitorio il 31 gennaio la deputata modenese Gina Borellini (che ha perso una gamba nella guerra di Liberazione) getta le fotografie dei morti in faccia al presidente del Consiglio De Gasperi. E mentre a Modena il prefetto Laura prova a dire che polizia e carabinieri hanno sparato in replica all’«attacco preordinato» dagli operai («Se veramente i dimostranti fossero stati armati», dirà quel giorno il socialista Alcide Malagugini, «in questo momento non saremmo noi che piangeremmo i morti»), il 10 gennaio sull’“Unità” il direttore Pietro Ingrao calca la penna, scrivendo che «due anni di violenze, di illegalità senza pudori, di offese alla libertà dei cittadini sono stati più che bastanti a rivelare il volto e l’animo degli sciagurati che detengono il dominio del nostro Paese. Le loro mani grondano ancora del sangue dei morti contadini di Melissa, degli uccisi di Torremaggiore, dei braccianti aggrediti nella notte a Montescaglioso». In poco più di due mesi le forze dell’ordine di Scelba ammazzano quattordici lavoratori. Presso Melissa in Calabria il 29 ottobre 1949 la polizia spara e uccide Francesco Nigro, Giovanni Zito e Angelina Mauro, tre contadini che stanno lavorando le terre incolte del feudo di Fragalà, indebitamente privatizzate ai primi dell’Ottocento dal barone Luigi Berlingieri. I senzaterra del Sud invocano il rispetto dei provvedimenti a suo tempo emanati nella sua riforma agraria dal ministro dell’Agricoltura Fausto Gullo (che già conosciamo per aver fatto parte, in veste di avvocato, del collegio di difesa degli imputati al processo lucchese per Porzûs). Lo stesso giorno a Torremaggiore in Puglia i Carabinieri sparano sulla folla, uccidendo il bracciante Antonio La Vacca e lo stradino comunale Giuseppe Lamedica. A Montescaglioso in Lucania la notte tra il 13 e il 14 dicembre 1949 i Carabinieri pongono fine alla vita di Giuseppe Novello, quel giovane bracciante che Rocco Scotellaro ricorda in Montescaglioso, una poesia che lo scrittore lucano dedica a Vincenza Castria, moglie ventisettenne di Novello. E la «montagna scagliosa che pare una prua» della poesia di Scotellaro sembra alludere alla nave che porta in America i migranti di ieri. Il 21 marzo 1950 (tre mesi dopo Modena) a Lentella presso Chieti, in un clima di crescente tensione i Carabinieri nuovamente sparano e uccidono Nicola Mattia e Cosmo Mangiocco, due contadini che, manifestando, chiedono «pane e lavoro». E poi il 22 marzo a Parma (muore Attila Alberti, disoccupato); lo stesso 22 marzo ad Avezzano (ucciso Francesco Laboni); il giorno dopo a San Severo in Puglia (ucciso Michele di Nunzio); il 30 aprile a Celano in Abruzzo (uccisi i braccianti Antonio Berardicurti e Agostino Paris). Poliziotti e Carabinieri sparano e ammazzano perché questo è il mandato. Nel suo editoriale sulla strage di Modena, Ingrao prosegue denunciando il tiro al bersaglio sui lavoratori «come metodo di lotta politica» e infine, rivolgendosi al Governo De Gasperi, così distante dal disagio popolare e così vicino a Confindustria e agrari, il direttore dell’“Unità” si domanda: «Vi è qualcuno in Italia che ha sperato di far perdere la testa a questa città generosa e a questa regione? Qualcuno che aveva bisogno di sangue e di conflitti per nascondere in essi il proprio fallimento e nel sangue e nei conflitti cercare un alibi per la sua sciagurata avventura? [...] Si dirà che il disegno sarebbe troppo mostruoso. Ma di questi mostri è intessuta la storia della reazione italiana: di mostri e di cadaveri». Il Pci chiede le dimissioni di Scelba e De Gasperi. Ma se, dieci anni più tardi, i cinque lavoratori ed ex partigiani morti a Reggio Emilia sanciranno la fine del Governo Tambroni, all’opposto la selvaggia e forse premeditata aggressione antioperaia di Modena indurrà la Dc e gli altri partiti che sostengono il Governo a fare quadrato intorno all’esecutivo. Mercoledì 11 gennaio una folla di 300mila persone presenzia commossa ai funerali (De Gasperi li definirà una «parata»). C’è il leader comunista Palmiro Togliatti; c’è il socialista Alcide Malagugini; ci sono il leader sindacale Giuseppe Di Vittorio con al suo fianco Luciano Lama, Fernando Santi, Oreste Lizzadri, Agostino Novella e tutta la segreteria della Cgil; ci sono Luigi Longo, Giorgio Amendola, Pietro Secchia, Girolamo Li Causi, Emilio Sereni, Mauro Scoccimarro, Borellini, Terracini, il sindaco di Bologna Giuseppe Dozza e moltissimi altri pubblici amministratori, parlamentari e dirigenti della sinistra politica e sindacale. L’inviato de “l’Unità” Gianni Rodari racconta nella sua corrispondenza «la città gloriosa, ammutolita dal dolore e stretta intorno ai suoi assassinati del 9 gennaio»: è lo stesso roboante silenzio che vent’anni dopo nuovamente percepiremo ai funerali dei morti di piazza Fontana a Milano; e Rodari continua descrivendo «i sei Caduti allineati l’uno a fianco dell’altro nelle bare avvolte in bandiere; uno per uno essi avevano l’espressione contratta del dolore e dello spaventoso stupore in cui li sorprese la morte. I tre ragazzi di venti anni sembravano ancora vivi e la terribile espressione dei loro volti sembrava dovuta a un sogno angoscioso e passeggero». Sfila il mesto corteo, si appendono le fotografie degli uccisi, nelle quali «i loro volti sembravano anche più giovani. Garagnani e Malagoli avevano una luce quasi infantile».

Il lutto e la rabbia

Ai funerali e nel Paese la rabbia è tanta. È nuovamente compito di Togliatti stemperare gli animi, consapevole di quali siano i rapporti di forza: come dopo la strage di Portella della Ginestra in Sicilia nel maggio 1947, come dopo il tentativo di ucciderlo nel luglio 1948. Parlando a quella piazza, il “migliore” (così era soprannominato Togliatti) avoca al Pci la risposta politica alla carneficina: «Come partito di avanguardia della classe operaia e del popolo italiano, coscienti della nostra forza che ci ha consentito di conchiudere vittoriosamente cento battaglie», dice Togliatti, «ci impegniamo ad una nuova, più vasta lotta, in difesa della esistenza, della sicurezza dei più elementari diritti civili dei lavoratori». A rimarcarlo, gli fa eco allusiva l’“Unità” titolando a tutta pagina Se nuovo sangue dovesse scorrere in Italia, sorga un movimento generale delle masse popolari. Seguirà un processo, ma alla sbarra sono gli operai – difesi da dodici valenti avvocati, e tra loro Umberto Terracini e Lelio Basso – accusati di «resistenza a pubblico ufficiale, partecipazione a manifestazione sediziosa non autorizzata e attentato alle libere istituzioni per sovvertire l’ordine pubblico e abbattere lo Stato democratico» («non luogo a procedere» per questore e prefetto). Una alla volta le accuse cadranno e il 29 maggio 1952 trentadue imputati su trentaquattro verranno assolti con formula piena e gli altri per insufficienza di prove. Quindici anni dopo le famiglie degli uccisi, cosa mai avvenuta prima, otterranno un risarcimento extragiudiziale di 2 milioni di lire (22mila euro attuali). Per l’eccidio di Modena nessuno pagherà (74 morti tra il 1948 e il 1954 verranno derubricati da Scelba a «incidenti tecnici»), ma il bilancio degli ultimi due anni di dura repressione scelbiana contro la sinistra non ammette risarcimenti: 62 lavoratori ammazzati di cui 48 comunisti; 3.126 feriti di cui 2.367 comunisti; 92.169 arrestati di cui 73.870 comunisti. Senza scordare che tra il 1945 e il 1953 nel modenese vengono arrestati 1.967 partigiani, di cui 1.439 comunisti. Sono cifre che parlano da sole. Quattro giorni dopo l’eccidio e due giorni dopo i funerali (con le bare circondate da quella gran folla «ammutolita dal dolore» di cui recano testimonianza Gianni Rodari sull’“Unità”, le fotografie dello studio modenese Botti e Pincelli e un documentario di Carlo Lizzani dal titolo I fatti di Modena) in prefettura verrà sottoscritto l’accordo per la riapertura delle Fonderie riunite senza altra condizione che il graduale ritorno al lavoro di tutte le maestranze. Un mese dopo la strage la Cgil nazionale pubblica Da Melissa a Modena, un “libro bianco” sull’uso indebito delle forze di polizia nelle vertenze sindacali caldeggiato da un ministro, Mario Scelba che, all’opposto, avrebbe dovuto mediare fra le parti. Scelba invece antepone l’ordine anticomunista al democratico conflitto sociale, viceversa interpretato come un momento della “strategia insurrezionale” del “nemico interno bolscevico”. Il suo sguardo miope è condiviso da uomini non all’altezza (al ceto di governo si aggiungano prefetti, questori, agrari, industriali), poiché non tutto può essere giustificato col quadro di alleanze internazionali o con l’alibi della guerra fredda incombente. La strage di Modena è oggi quasi dimenticata. Eppure è stato il più grave eccidio operaio della storia repubblicana. Molti giovani agenti in servizio quel giorno, stomacati da quello che hanno dovuto fare o vedere e dal clima ormai apertamente ostile da parte della popolazione, chiederanno e otterranno le dimissioni dal servizio o un rapido trasferimento ad altri incarichi.

(da Giovanni Giovannetti, Malastoria, Effigie 2020)








pubblicato da g.giovannetti nella rubrica democrazia il 8 gennaio 2021