Buon anno da Maradona

Dal nostro inviato nella città dei morti



Ripubblichiamo il testo di Antonio Moresco apparso sul quotidiano “Domani” giovedì 24 dicembre 2020.

Quelli del quotidiano Domani mi hanno chiesto di fare di tanto in tanto il loro inviato nella città dei morti, perché vogliono avere l’esclusiva delle corrispondenze da quella città, perché nessun altro giornale ha un inviato in quell’irraggiungibile luogo. I giornali hanno inviati negli USA, in Russia, in Cina, nelle capitali europee, sudamericane, africane, asiatiche... ma nessuno è riuscito ancora a piazzare un inviato nella città dei morti. Si vede che quelli là (direttore, capocultura...) hanno letto alcuni dei miei libri, dove i protagonisti vanno dalla città dei vivi a quella dei morti e viceversa. E allora si sono messi in testa che, se possono farlo quei personaggi, può farlo anche il loro autore.
Così ieri il capocultura mi ha telefonato e mi ha detto: “Sono già alcune settimane che è morto Maradona e se ne continua a parlare. Però tutti parlano di lui quando era vivo, attraverso testimonianze, rivelazioni, pettegolezzi... c’è chi dice che era un genio chi un figlio di puttana eccetera. Noi vorremmo fare qualcosa di più, ma per poterlo fare avremmo bisogno di intervistarlo di persona, dal vivo... insomma, dal morto.”
Sono rimasto sbalordito per la richiesta: “Ma è già un po’ di tempo che nei miei libri non faccio più questo viaggio dalla città dei vivi a quella dei morti e dalla vita alla morte e dalla morte alla vita! E’ successo negli Incendiati, in Fiaba d’amore del vecchio pazzo e della meravigliosa ragazza morta, in Canto di D’Arco, dove questo passaggio avviene più di una volta e lo racconto per filo e per segno, come anche negli Increati, che non hanno voluto prendere sul serio ma dove c’è tutto, quello che si vede e quello che non si vede. Nei miei ultimi libri si parla d’altro, del fatto che, se andiamo avanti così, rischiamo tutti quanti, come specie, di passare dalla città dei vivi a quella dei morti eccetera eccetera...”
Ma il capocultura ha cominciato a insistere, perché si vede che il suo giornale ci tiene troppo a fare questo scoop.
“Voi non vi rendete conto di cosa voglia dire rintracciare qualcuno in quella città!” ho provato a obiettare “La città dei morti è sterminata, ci sono i morti freschi appena arrivati ma anche quelli di epoche passate, di tutti i tempi. Trovare una persona là in mezzo è come cercare un ago nel pagliaio! E poi quelle città si modificano continuamente, si espandono a macchia d’olio per il continuo arrivo di sempre nuove carovane di morti...”
“Il buon inviato i sistemi li trova sempre... qualche domandina giusta alla persona giusta, qualche agenzia, qualche gola profonda, una mazzetta passata di mano, per ungere un po’ le ruote, per sciogliere le lingue...”
“Ma là le cose non funzionano così!” mi sono disperato.
“Funzionano dappertutto così!”
Sapete anche voi come sono fatti quelli dei giornali. Quando si mettono in testa una cosa...
Ho tentato ancora un’ultima difesa, prima di capitolare: “Non so se ne sarei ancora capace...”
“Tu sei capace di tutto!” ha tagliato corto il mio interlocutore.
E così, alla fine, sono partito.
Vi risparmio i particolari del viaggio, perché se vi interessano potete sempre trovarli nei libri che vi ho nominato prima.
Cominciamo da quando sono arrivato, da qui dove sono adesso.

Che città inconcepibile, che città esplosa! Senza un centro, o meglio con dei centri che deflagrano continuamente e danno vita a sempre nuovi centri, come in quelle immense città orientali che sembrano modificarsi e crescere a vista d’occhio. Ci sono impalcature e cantieri dappertutto, perché questa città o meglio queste galassie di città si ingrandiscono continuamente, i grattacieli si allungano sempre più nel cielo, nello spazio, per riuscire a contenere le sempre nuove ondate di morti. Si vedono le sagome lontane dei muratori morti che si muovono e divincolano su impalcature così remote che sembrano immaginate o sognate. Però ci sono anche strade e case più piccole che vengono inglobate da quelle più grandi, te ne stai in una casetta o addirittura in una catapecchia e sei nello stesso tempo dentro un grattacielo elastico e curvo che si tende come un arco. Anche i nomi delle vie, i numeri delle case non fanno che cambiare. Vai a cercare un numero e ne trovi uno completamente diverso. E non c’è un’anagrafe dei morti dove andare a chiedere, non c’è un municipio in questa città, non ci sono archivi, anche i suoi archivi sono esplosi perché i vecchi morti non possono morire una seconda volta per lasciare posto ai sempre nuovi morti. E neanche i navigator degli smartphone possono fare nulla, perché le continue e vertiginose informazioni nuove che si soprappongono in tempo reale a quelle vecchie neutralizzano le loro memorie, perché non c’è al mondo luogo più innovativo della sterminata e sperimentale città dei morti.
Vago per molto attraverso questa città e le sue strade a molte corsie, percorse da fiumane di macchine azionate da guidatori morti, ma anche lungo i suoi vicoli stretti e bui, dove riconosco a tratti, in mezzo ad agglomerati urbani inimmaginabili e a prospettive stravolte, frammenti di città che mi pare di avere conosciuto o intravisto o dove ho persino vissuto in periodi della mia vita lontani e dimenticati.
È la prima volta che vi invio una corrispondenza dalla città dei morti, per cui mi viene spontaneo raccontarvi in poche righe com’è fatta, darvene almeno una vaga idea.
Ma adesso la faccio corta, perché capisco che a voi interessa solo sapere se sono poi riuscito a rintracciare Maradona e a parlargli.
Ebbene sì!
A un certo punto, mentre vago da tempo (se qui esistesse il tempo) e ormai dispero di farcela, comincio a riconoscere una piccola insenatura che costeggia dell’acqua morta, piena di barche piccole e grandi, però fatiscenti. La riconosco perché mi sembra di esserci già stato in qualche momento della mia vita passata, anche se tutt’intorno è completamente diverso, non riconosco niente. Sono dentro un’immensa città sconosciuta che reca in sé parti di città che ho conosciuto o intravisto nelle città e nel mondo dei vivi.
“Ma questa è Buenos Aires!” mi rendo conto all’improvviso.
O almeno una sua piccola parte dislocata dentro lo spazio vertiginoso della città dei morti o della mia mente.
La riconosco perché ci ero stato, ci ero stato e poi ci ero ritornato. E un giorno, proprio mentre costeggiavo un’insenatura morta identica a questa, avevo visto una piccola barca che stava attraversando un rigagnolo sporco e marcio, e sopra c’era una donna con il fagotto di un bambino in braccio. E allora qualcuno che era con me mi aveva detto. “Lo vedi quel barcaiolo che rema trasportando sulla sua barca quella donna miserabile con un neonato in braccio? E prima li hai visti i quartieri poveri, le barracas dove nessuno si arrischia a entrare? Bene, Maradona è nato in un posto ancora peggiore, è nato dove sta andando quella donna e quel bambino appena nato avvolto in un fagotto di stracci!”
Allora vuol dire che sono sulla strada giusta!
Così cammino e cammino...
E alla fine lo trovo.

Se ne sta seduto su una vecchia sdraia sfondata, in mezzo alla sterpaglia, di fronte alla baracca blu dove è nato e che ho visto molte volte nelle fotografie, nella località che per qualche ironia del destino si chiama Villa Fiorito. Però tutt’intorno non ci sono solo le altre catapecchie, ma anche qua e là grattacieli di cemento e di vetro e palazzi antichi attraversati da parte a parte da altri grattacieli.
Mi avvicino. Sento gli sterpi secchi spezzarsi sotto i miei piedi.
“Sei ritornato qui...” gli dico con emozione.
“Sì” mi risponde, in italiano ma con il suo accento argentino. “ho chiesto di tornare qui, da dove sono partito.”
Non riesco a dire altro, per un po’.
“Ma lo sai che siamo nati tutti e due nello stesso giorno: il 30 ottobre?” riesco finalmente a dire.
Scuote la testa.
“Giorno de mierda!” mi risponde.
Resto ancora in silenzio.
Lui mi guarda, mi guarda...
“Che cosa vuoi da Maradona?” mi domanda dopo un po’, perché lui certe volte parla di sé in terza persona, come i bambini.
“Intervistarti.”
Chiude gli occhi.
“Me ne stavo in pace... sei il primo che viene a rompermi i coglioni anche da morto.”
“Sarò anche l’ultimo.”
Tira un sospiro: “Allora forza! Ne ho fatte tante, posso fare anche questa!”
Così gli comincio a dire: “Quando ero venuto la prima volta in Argentina sono andato a vedere lo stadio del Boca Junior, in mezzo a quella selva di caseggiati, la buca da dove usciva il giovane Maradona tra gli urli della folla adorante...”
Si porta le mani alla testa.
“Delirio, delirio... ho vissuto nel delirio, ero il pupazzo del loro delirio...”
“Hai fatto delirare tutti: figli di puttana, capi di stato, gente semplice che aveva bisogno di un campione, del loro campione... Non sei andato per il sottile, ti andavano bene Che Guevara, Fidel Castro, ma anche Putin, i camorristi che ti procuravano montagne di coca, Peron... ti sei definito persino un soldato peronista...”
“Ti sto sul culo?” mi chiede.
“No, cosa dici! E’ solo per capire... E poi lo so che in America Latina i confini tra destra e sinistra non sono gli stessi. Tra i peronisti c’erano quelli che proteggevano i criminali nazisti e i Tupamaros, guerriglieri di estrema sinistra. E poi c’era la vostra Evita... sono andato a vedere la sua tomba, al cimitero della Recoleta, in mezzo alle altre tombe con le finiture di rame strappate perché c’era chi andava a venderle a peso, durante una delle tante terribili crisi economiche dell’Argentina. In America Latina caudillismo e tirannidi possono essere sia di destra che di sinistra. Quando sono andato a Cuba, nel 68, a lavorare nella Sierra de Los Organos, a scavare terrazze e canali di scarico per le piantagioni di caffé di montagna, una volta abbiamo visto, davanti a una scuola, dei bambini neri in divisa che cantavano e marciavano con il fucilino in spalla, e allora alcuni italiani che erano con me sono rimasti sbalorditi e hanno detto: ’Ma questi sono i balilla!”
“Sì, e allora?” mi risponde, senza guardarmi.
“Allora niente, era solo per dirti che so come stanno le cose dove sei nato tu, che per i ragazzi poveri ci sono solo due vie di fuga: l’esercito e il calcio, il nazionalismo e il calcio, ed è così che si tengono in pugno le folle. Anche tu sei stato preso in pugno, poi però le folle le hai tenute in pugno anche tu, sei diventato uno dei potenti, anche se eri fragile e alla fine ti sei spezzato, sei morto come un povero animale solo, come un cane.”
“Pulsione de muerte...” mi dice.
Rimango sbalordito.
“Come hai detto?” gli chiedo “Da dove salta fuori questa parola? Chi te l’ha detta?”
Si mette a ridere, facendo scricchiolare la sdraia sfondata: “Me l’ha detta quel medico che se ne sta sempre a ciucciare il sigaro...”
Non credo alle mie orecchie.
“Stai parlando di Sigmund Freud? E dove l’hai visto?”
Fa un gesto col braccio.
“Se ne sta là in fondo, in quell’antico palazzo inculato dal grattacielo!”
“Ed è stato lui a dirti questo?”
“Mi ha fatto stendere su un cazzo di divano e mi ha detto che ci avevo la pulsione de muerte... per questo esageravo, mi imbottivo di coca, trombavo alla cieca, mettevo al mondo figli senza neanche accorgermi di quello che stavo facendo... che ci avevo dentro un dolore nero che mi portavo dietro da quando ero un bambino e non andava mai via... Ma poi si è incazzato perché gli ho sfondato quel cazzo di divano con il mio peso. ’E adesso come faccio a far stendere là sopra i pazienti?’ si è messo a gridare con quel suo accento tedesco ’Come faccio senza lettino a fare l’analisi agli altri morti?’. Mi ha cacciato... Vaffanculo!”
“Neanche adesso ti è andato via quel dolore?” gli chiedo.
“Neanche adesso, perché quel dolore sono io, è Maradona, perché Maradona è sempre stato dentro il dolore, Maradona è sempre stato dentro la morte, e anche tutti quelli che deliravano per lui erano dentro il dolore e la morte, con Maradona, anche se non lo sapevano.”
“Sì, però...” provo a dire.
Mi interrompe: “E un mondo marcio, e per starci dentro diventi marcio anche tu, più sali e più sei marcio, più sei marcio e più ti amano, perché sei quello che può fare quello che vuole, quello che loro non possono fare ma vorrebbero fare, perché gli regali il delirio di cui hanno bisogno per vivere la loro vita de mierda...”
“Si però...” riprovo a dire “tu hai fatto una cosa che alla fine ti salva.”
Mi guarda con stupore.
“Che cazzo ho fatto?” mi chiede.
“Hai giocato al buio.”
Mi guarda ancora, con quella faccia che fa certe volte, da imbambolato che non capisce niente ma capisce tutto.
Allora riprendo a dire: “Dostoevskij parla in un suo libro di un personaggio malvagio, che però si salva perché una volta ha dato a una persona affamata una cipollina. Bene, la tua cipollina è stata questa: che hai giocato al buio.”
Capisco che si sta commuovendo.
“Si, quando ero un bambino e mia madre mi chiamava per farmi mangiare, e io non volevo mai smettere di giocare, anche se era buio, nei campetti pelati di Villa Fiorito, con gli atri bambini poveri... e non si vedeva neanche più il pallone tanto era buio, però continuavo a giocare, anche se era tutto nero, non si vedeva più niente...”
“Si, e poi, in un documentario di Kusturica che mi sono bevuto, hai detto una cosa meravigliosa, a cui pochi arrivano, neanche tanti scrittori, filosofi... e cioè che bisogna imparare a giocare al buio per poter poi sapere giocare e vedere il gioco nella luce... Ecco, è stata questa la tua cipollina.”
Forse mi sbaglio, perché qui nella città dei morti c’è una strana luce, però mi sembra che la sua faccia sia tutta rigata di lacrime.
“A proposito...” provo a dire, per allentare un po’ la tensione “ma lo sai che anche Dostoevskij è nato nel nostro stesso giorno, il 30 ottobre?”
“Giorno de mierda!” ripete.
E poi continua, come in una litania: “Maradona de mierda, Dostoevskij de mierda... E tu come ti chiami?”
“Moresco.”
“Morisco de mierda!”
Tira su con il naso, si mettere a ridere, come uno scemo.
“E poi hai detto un’altra cosa che ti salva” ricomincio a dire “Hai detto che il pallone non si sporca, che tu puoi essere sporco, marcio, che tutto il mondo dove vivi può essere marcio, però il pallone non sa niente di tutto questo, il pallone è intatto, il gioco è puro. E allora, con la tua vita de mierda, ci hai insegnato una cosa grande, ci hai insegnato che c’è sempre qualcosa, da qualche parte, che può non essere raggiunta dal male, che si può portare in salvo, ci hai insegnato la trascendenza. E io questo non lo dimentico, perché sono anch’io uno che ha giocato per molto tempo al buio, perché sono anch’io uno che ci crede, perché ho anch’io questa dedizione assoluta e questa trascendenza...”
“Il pallone mi manca!” mi dice improvvisamente “Sono diventato grasso come una balena, però il pallone mi manca, mi manca... soprattutto verso sera, quando viene buio... vorrei ricominciare a giocare al buio... Ma con chi gioco? Qui non c’è nessuno... Avrei voglia di dare ancora due calci al pallone...”
Poi si anima un po’.
“Per fortuna adesso è arrivato Pablito!”
Si agita sulla sdraia sfondata, come se cercasse di alzarsi e non ce la facesse.
“Adesso va’ fuori dalle palle!” mi dice, con voce incazzata, per mascherare la sua commozione.
Mi giro. Faccio qualche passo attraverso la sterpaglia che circonda la baracca.
Però subito dopo mi chiama: “Ehi tu, Morisco de mierda, dove te ne vai adesso?”
“Nella città dei vivi” gli rispondo, senza smettere di camminare.
“Allora dì a quei bastardi che Maradona augura Buon Anno a todos” mi grida, perché sono già lontano.








pubblicato da j.costantino nella rubrica racconti il 30 dicembre 2020