Ragazze dagli occhi grandi

Francesco Cabras



Sul menù del nostro vorace immaginario collettivo sembra configurarsi prepotente e agra una nuova vivanda preconfezionata di successo: l’eroina orbitopatica o iperteloristica.

È una nuova offerta che scopriamo à la carte sulle piattaforme online e non solo: la protagonista di La regina degli scacchi ne incarna esattamente i tratti psicosomatici insieme alla star di Unorthodox, altra serie di pari favore mediatico.

Orbitopatia e ipertelorismo sono delle condizioni cliniche che possono rendere gli occhi più grandi o distanti tra loro, connotati ravvisabili in Anya Taylor-Joy e Shira Haas, interpreti delle due serie, entrambe molto brave, molto avvenenti e soprattutto veicoli di un acre e icastico ascendente seduttivo di ultima generazione. La loro bellezza anomala scardina le regole della presunta armonia somatica delle attrici che di solito si impongono in televisione e al cinema.

Il protocollo comportamentale di questo inedito modello di femminilità sottintende un atteggiamento di costante indifferenza mista a mono-espressività, un’inquietudine sedata ma senza pace, fluidificata da languidezza catatonica e maliziosa al contempo. La nostra eroina cela quasi sempre traumi infantili di natura sessuale, abbandonica o non specificata, che la rendono capace di efferatezze autoassolte in tempo reale. Ha un’intelligenza molto sopra la norma, può essere pigrissima ma anche ossessivamente dedita e concentrata. Viene spesso inquadrata leggermente dall’alto in basso a sottolineare uno sguardo ambiguo rivolto all’insù con le palpebre leggermente flesse e le labbra imbronciate nella tradizionale rappresentazione pornografica della fellatio. Quella stessa postura o scelta registica si ritrova oltre che nell’estetica hard-core in quella di molte pellicole horror soprattutto asiatiche in cui adolescenti possedute squadrano lo spettatore guardando in macchina con la medesima attitudine tra il morboso e lo strafatto.

Sembra delinearsi dunque una donna bambina con enormi occhi da cerbiatto uscita dai quadri di Mark Ryden, Ray Cesar e Balthus. Addestrata da registi-stilisti ad apparire sempre assente, torbida e potente come in un’eterna passerella glamour.

Anya Taylor-Joy nella Regina di scacchi, dopo le puntate iniziali in cui avviene la costruzione narrativa più solida del film, si limita a sfilare fra i tavoli dei rivali scacchisti schiacciati dalla sua presenza. È un continuo defilé che gira su sé stesso sacrificando le potenzialità della sceneggiatura. Il personaggio si appoggia ad amici e amanti inconsistenti per affinare il suo talento da fuoriclasse per poi trionfare; nemmeno gli attori secondari più importanti come l’amica del cuore o l’anziano maestro del sottoscala trovano uno spazio di scrittura evoluto. Tutto gira intorno alla forza di un nuovo carattere o caratterialità dominante. Anya Taylor-Joy non a caso sarà presto Furiosa nello spin-off di Mad Max, e la pallida Ellen nel remake del prossimo Nosferatu: due donne agli antipodi che insieme ben delineano questa peculiare combinazione tra passività e veemenza, presenza e assenza.

Similmente Shira Haas in Unorthodox fonda il suo personaggio sulla sua fisicità stentata dal volto turbato e splendido; su un corpo piccolo e segnato dalla grave malattia che l’attrice attraversò effettivamente nella prima infanzia. Ma come la Regina di scacchi, Haas fa della sua resilienza psicofisica un’arma invincibile sguainata a forza di occhiate rotte e struggenti. Anche in questo film ogni altro comprimario o evento della storia scompare a fronte di una figura intensa ed emozionalmente disadattata che fugge da un passato traumatico. In entrambe le serie le attrici intrecciano le loro storie con elementi di fluidità sessuale, un altro ingrediente quasi immancabile nella preparazione della ricetta per le nuove icone seriali.

Ambedue le fisionomie, in particolare gli occhi di Anya Taylor-Joy, hanno qualcosa di quasi grottesco, vicino al mondo dei fumetti e del tatuaggio old school. Accanto alla classica espressione svuotata imposta dagli stilisti alle modelle, ritroviamo tracce genetiche mutuate dalla sub-cultura di strada e dalla storia dell’arte. Non solo i ritratti dei maestri del Pop Surrealism, gli occhi distanziati nei volti sacri del Pontormo o quelli ipnotici del Simbolismo, ma tutta la galleria di lolite giapponesi nate dai manga. Le Harajuku girls sono uscite dal sol levante grazie al successo della canzone di Gwen Stefani ma erano ragazzine che si riunivano alla fermata della metro nell’omonimo quartiere di Tokyo inventandosi stili, fogge e attitudini simili alle attuali Cosplayers che si mascherano da personaggi manga in feste private e raduni di massa. Elemento cruciale nel make-up di questi fenomeni generazionali sono gli occhi ingranditi per somigliare di più ai protagonisti dei cartoni; una trasformazione che le ragazze ottengono anche grazie alle circle lenses, lenti cosmetiche a cerchio che coprono non solo l’iride come fanno quelle usuali ma anche parte della congiuntiva bulbare, cioè la parte bianca, simulando un effetto ipertrofico. I social sono imbottiti da anni con selfie di fanciulle dagli occhi smaglianti. In Corea si chiamano Ulzzang che significa “faccia migliore”, loro usano lenti a 18 mm vietate nella maggioranza degli altri paesi. Laddove le circle lenses si fermano ci pensa la tecnologia degli smartphone: grazie alle metamorfosi virtuali di app come GengMei e So-Young le utenti possono vedere come cambierebbe il proprio viso espandendo gli occhi. Oltre a postare i propri ritratti mutanti su TikTok, attraverso le stesse app le ragazze trasformano il virtuale in reale prendendo appuntamento con i chirurghi estetici e attivando mutui agevolati in cui finiscono i soldi dei regali per il diploma della scuola superiore.

Le donne cinesi stanno ricorrendo in massa all’epicantoplastica e alla blefaroplastica, due trattamenti di chirurgia estetica che grazie alla riduzione della palpebra superiore promettono due occhi se non proprio da manga almeno da caucasica. La Cina ha superato i venti milioni di interventi l’anno diventando il secondo paese al mondo dopo gli Stati Uniti e prima della Corea per operazioni estetiche, il cinquanta per cento degli interventi riguardano proprio gli occhi e il trentotto per cento di chi ci si sottopone sono ragazze tra i venti e i ventotto anni.

Ritornando in occidente le radici formali di questo rampante canone fisiognomico si rintracciano immediatamente nei quadri di Margaret Keane, celebrata pittrice americana che creava solo bambine e bambini dagli occhi allargati e alla cui storia Tim Burton, fine divulgatore del grottesco, dedicò un film chiamato addirittura Big Eyes. Evidentemente influenzate dagli anime nipponici sono anche le più recenti eroine dei film Disney-Pixar, si distinguono per iridi sovradimensionate: Rapunzel, Merida, Elsa, fino alla principessa Neytiri di Avatar affetta da palese ipertelorismo. Lady Gaga nel videoclip di Bad romance è un’androide con gli occhi perfettamente ingigantiti in post produzione.

Alita, nell’omonimo film di Robert Rodriguez, gode dello stesso trattamento digitale, non a caso è tratto da un fumetto giapponese. Restando nei paesi anglosassoni, antesignane per temperamento e talvolta per aspetto sono tutte le ragazze interrotte che hanno man mano interpretato lo spirito sensuale e trasgressivo dell’epoca.

Cristina Ricci, storica modella dello stesso Ryden, e in ordine sparso Chloe Sevigny, Helena Bonham Carter, Uma Thurman, Juliette Lewis, Kate Moss, Winona Ryder, insieme a decine di top model. Prima di loro Twiggy, e risalendo l’albero genealogico si arriva fino a Marie Doro, attrice del muto nata nel 1882, bellezza edoardiana dagli occhi tristi e grandissimi.

Nel cinema latino contemporaneo Pablo Larrain con Ema ha scritto un film intero su una giovane piromane dallo sguardo ampio e sghembo, perennemente torbida e manipolatrice ma con un fondo di purezza che le vale da salvacondotto morale.

In Europa le progenitrici di questa nuova onda sono le star francesi da Jean Seberg e Brigitte Bardot a Charlotte Gainsbourg e Vanessa Paradis, scendendo fino a Teresa Ann-Savoy, Ornella Muti e Asia Argento. Quest’ultima, con il dibattito Me Too, sembra aver incarnato anche nella vita il dualismo da vittima-vendicatrice, passivo-attiva, personificazione confusa di un’emotività amplificata quanto l’iperplasticità bistrata del suo sguardo. Per l’Italia va citata un’altra debuttante allegoria di femminilità imparentata con le veneri dagli occhi sgranati, è la Figa Indie, definizione efficacemente gergale coniata da Enrica Tesio in un monologo interpretato da Arianna Dell’Arti. Come tale si individua una tipologia ricorrente e specifica, protagonista dei videoclip di musica indie italiana. Nei video di Calcutta, Gazzelle, Coez o TheGiornalisti ci si imbatte senza scampo in post-adolescenti spettinate che girano in felpa e biancheria intima per casa, spesso sedute sul water, mentre svogliatamente fanno impazzire i ragazzi.

La natura di questa novella icona dagli occhi magnificati ha dunque una personalità variegata e delle origini composite. Parte verosimilmente dal primitivismo pittorico dei disegni infantili, passa per Betty Boop e Nabokov finendo a sfilare tra passerelle di moda, Suicide Girls, anime, e super produzioni Netflix. Possiamo ipotizzare che incontri il bisogno di identificazione muliebre attraverso modelli diversi da quelli che la società dello spettacolo esprimeva nel passato per il pubblico delle donne. La nostra diva optometrica propone una psicologia volubile tra potenza e fragilità ma risolutamente vincente che può riscuotere molto successo tra il pubblico femminile. Una rivincita volumetrica sulla prepotenza dei muscoli maschili: occhi grandi versus grandi muscoli, occhi enormi al posto dei seni e dei glutei gonfiati delle pornostar. Una sfida siliconica ribaltata in cui si dichiara il primato dello specchio dell’anima sullo specchio posto in camera da letto del narciso. La ragazza dagli occhi espansi seduce altrettanto l’immaginario erotico degli uomini perché oltre a essere sensualmente allettante, è indipendente, intelligente, misteriosa e poco comprensibile alla mente del maschio comune, dunque foriera di una conquista il cui successo sebbene temporaneo è fonte di gratificazione virile.

Al netto di queste considerazioni rudimentali, la nostra fame di eroi sembrerebbe direttamente proporzionale alla difficoltà che abbiamo nella costruzione di un proprio Sé junghiano, cioè di quell’organizzazione compiuta e integrata tra le nostre istanze consce e inconsce che ci rende la vita migliore. In altri termini, più siamo fragili e destrutturati, più avremo bisogno di eroi, che siano uomini forti o donne fatali, leader pacifisti, dittatori o sante senza macchia e senza paura. Questo meccanismo sembra essere ben chiaro agli AD e ai pianificatori di marketing delle fabbriche di sogni cui siamo felicemente abbonati. Le nuove Hollywood dell’intrattenimento globale lavorano per appagarci e creare continuamente nuove figure di riferimento e seduzione popolare.
Dalle Barbie girls siamo passati alle Bambi girls.

Ma la realtà, e dunque l’offerta da essa determinata, è sempre più complessa e sfaccettata di un giudizio dogmatico sui rischi di manipolazione legati ai nuovi colossi della distribuzione digitale. Rimanendo sempre in ambito Netflix, alle suddette stelle in ascesa Anya Taylor-Joy e Shira Haas, si affianca dalle retroguardie Öykü Karayel, interprete principale del dramma seriale Ethos, la cui fisiognomica ci riporta direttamente a una versione ottomana della ragazza cerbiatto. Tra i quartieri residenziali e le campagne di Istanbul attecchisce una storia in cui c’è spazio di crescita narrativa per tutti i personaggi e dove lo sguardo della protagonista riesce a essere struggente, ironico, laico, malizioso e miracolosamente immune da stereotipate pose da mannequin. Un carattere palpitante invece dell’ennesimo oggetto creato a tavolino. Pur sempre popolare ma più vicino ad Asghar Farhadi e a Monica Vitti che a Gucci.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica cinema il 29 dicembre 2020