Dialogo tra il direttore di Radio Maria, il diavolo, Dio e il Covid 19

Antonio Moresco



Don Livio Fanzaga, direttore di Radio Maria (trasmessa in 74 nazioni e in 50 lingue, 30 milioni di ascoltatori), un bel po’ di giorni dopo avere sparato in cinque continenti le sue deliranti congetture sulla pandemia come progetto criminale delle élite mondiali per costruire un nuovo mondo senza Dio, il mondo di Satana, se ne stava beato nella sua casa, intento a farsi un bidè dopo avere evacuato prima di coricarsi, quando sentì suonare con furia il campanello del citofono.
Corse ad aprire, saltellando a piedi uniti, con i calzoni ancora abbassati alle caviglie.
”Chi è?” chiese, con il fiatone.
“Dio” gli rispose una voce dal forte accento siciliano.
Don Livio ci rimase di sasso. Pensò subito a un burlone, e così rispose: “Ehi, tu, va’ a fare i tuoi stupidi scherzi da un’altra parte!”
“Non sto babbiando! Per chi mi hai preso, testa di minchia?” gli rispose la voce adirata nella cornetta del citofono “Ti ho detto che sono Dio! Vieni giù! Noi due dobbiamo parlare!”
Il tono della voce era così perentorio che don Livio si tirò su mutande e calzoni è si girò per uscire.
Poi però si fermò.
“Ma sono passate le 22… c’è il coprifuoco!” provò ancora a dire.

”Scimunito, ho l’autocertificazione!” gli risponde la voce “Usa il cervello: che Dio sarei se non avessi questa camurrìa di autocertificazione?”
Don Livio esitò ancora, perché non gli pareva possibile che uno che usava un simile turpiloquio fosse Dio.
Tentò un’ultima carta: “Come faccio a essere sicuro che sei davvero Dio?”
“Hai un porro pilusu sulla cappella!” gli rispose sghignazzando la voce.
Don Livio si allacciò in fretta e furia la bottega, schizzò fuori a razzo dalla porta, corse a precipizio giù dalle scale, arrivò al portone, lo spalancò. Non credeva ai propri occhi: di fronte a lui c’era un ometto piccolo e tarchiato, con la coppola in testa.
“Non mi aspettavo di vederla in quelle vesti!” balbettò don Livio.
“Travestimento…” gli rispose Dio “Per passare inosservato.”
“E poi anche le parole che usa…”
“Linguaggio popolare. È per stare al passo coi tempi, per essere vicino al popolo. Mi sono scassato di stare sempre là sulla nuvoletta, con quella minchia di triangolo sulla testa.”
Don Livio era esterrefatto.
Dio si mise a ridere, così forte che gli prese una tosse convulsa. Si raschiò la gola, espettorò un grosso sputo, lo sparò sul marciapiede, e don Livio dovette fare un saltello acrobatico perché non gli centrasse in pieno una scarpa.
Poi Dio lo prese sottobraccio.
Cominciarono a camminare lungo la strada deserta.
D’un tratto don Livio prese coraggio e gli disse: “Ma io parlo sempre di lei nelle mie trasmissioni, di lei e della Madonna, però me la immaginavo tutto diverso…”
“Ma che Maruonna e Maruonna! Incazzato nero sono! Tu continui a sparare minchiate su di me, come quella che hai sparato qualche settimana fa e che non mi vuole uscire dalla cucuzza!”
“Quali minchiate… oh, mi scusi, quali sciocchezze avrei detto su di lei?”
“Ma sì, quelle minchiate sul complotto… che questo cazzetto di virus sarebbe un complotto delle élite per consegnare il mondo a quel fituso…”
“Ma io parlavo del diavolo, di Satana!”
“Appunto, e a me che figura mi fai fare? Che Satana è il padrino e io sono un quaquaraquà!”
Si erano immessi in una via più grande, deserta. C’erano poche finestre illuminate ai piani più alti delle case, le uniche presenze vive erano quei ragazzi neri con le mascherine che sfrecciavano ogni tanto in bicicletta, con gli zaini a cubo sulle spalle, lasciando dietro di sé una scia di profumo di pizza appena sfornata.
Don Livio era ammutolito.
Dio continuò: “Sono già due secoli che mi scassano i cabbasisi sul fatto che io sarei morto o che non ci sono, o che se ci sono non conto una beata minchia, che ormai se la sono squarata tutti, hanno mangiato la foglia… perché non alzo un dito per fermare i terremoti, le pestilenze, neanche quando gli uomini si sterminano tra di loro con le guerre e muoiono tanti innocenti, neanche quando hanno sterminato milioni di ebrei nei campi di concentramento, nelle camere a gas… che negli ospedali ci sono bambini pelati con il tumore al cervello, e loro che colpa hanno? perché Dio permette una cosa simile? Eccetera eccetera. E tu, cosa inutile! gli dai pure una mano dicendo che il diavolo e queste élite di minchia si stanno giocando le sorti del mondo e degli uomini, e che io fessacchiotto non alzo un dito per impedirlo perché conto come il due di briscola…”
“Ma io sono il suo difensore!”
“’Sta minchia! Un difensore che me lo ficca rintra u culu!”
Don Livio non riuscì più a spiccicare parola.
Camminarono ancora per un po’, in silenzio, nelle strade deserte attraversate solo dalle biciclette dei rider, che certe volte mentre pedalavano parlavano concitatamente al cellulare nelle loro lingue africane.
D’un tratto, da uno dei portoni, uscì un uomo alto dai capelli imbrillantinati, con una vestaglia di seta lunga fino ai piedi, che si faceva vento con un ventaglio, anche se era inverno, era una notte fredda.
“Stavo per andare to bed… a letto, ero già in vestaglia” cominciò a dire l’uomo, parlando con voce strascicata e un forte accento inglese “Mi sono affacciato alla finestra per chiudere le ante and i see you… e vi ho visto dall’alto. Così sono sceso per fare due passi con voi…”
“E tu chi minchia sei? Come minchia parli?” lo interruppe Dio, a bruciapelo.
“I’m the devil, of course! Sono il diavolo, naturalmente! Chi volete che sia?”
“E picchì ti sventoli con quel ventaglio, come una fimmina?” gli chiese ancora Dio.
“Ho sempre caldo.”
“Certo, perché le fiamme dell’inferno ti divorano!” si animò all’improvviso don Livio.
“I beg your pardon! Ma no… ho la pressione alta...”
Il diavolo si unì a loro, prese anche lui a braccetto don Livio, dall’altra parte.
Così cominciarono a camminare tutti e tre nelle strade deserte, don Livio in mezzo, tra Dio e il diavolo.
“Questa testina di minchia va blaterando che io non conto una mazza!” si scaldò subito Dio. “Che comandi tu, che tu sei culo e camicia con i potenti del mondo e che vi siete messi d’accordo per ficcarmelo rintra u culu… a mmia!”
“Ma no… io non conto niente, come non conti niente tu…” rispose il diavolo a Dio, con voce stanca, senza smettere di sventolarsi.
Dopo queste parole, rimasero tutti e tre in silenzio. Si sentiva solo il rumore dei loro passi nelle strade deserte per il coprifuoco.
“E allora chi è che conta?” si azzardò a chiedere don Livio, dopo un po’.
“I’m fed up, io sono stanco di doverci mettere sempre una toppa…” cominciò a dire il diavolo “Succedono delle cose... terrible... e io devo metterci always… sempre una toppa. Cosa fareste voi due se non ci fossi io a cui addossare tutto il male che c’è nel mondo, tutto il dolore, le colpe... Ma io sono stanco di fare questa parte.”
“E allora chi la dovrebbe fare?” gli chiese uno dei due, non saprei dire se don Livio o Dio.
“Adesso ci sono io!” rispose con gentilezza una vocina, non si capiva da dove.
“E tu chi minchia sei? Dove t’infilasti, che non vedo nienti?”
“Sono qui, sono molto vicino a voi” rispose di nuovo la vocina “anche se non mi vedete.”
“E allora fatti vedere!” dissero tutti e tre in coro.
“Non mi potete vedere perché io sono invisibile ai vostri occhi, sono una delle legioni di molecole replicanti che voi avete chiamato Covid 19.”
“They’re mine! Ma non ero io ad avere le legioni? esclamò il diavolo, sconsolato.
“Adesso invece le legioni sono toccate a me, siamo noi” gli rispose, sempre con gentilezza, la vocina.
“Ma tu da che parte stai?” si infiammò a questo punto don Livio “Di sicuro non starai dalla parte di Dio, starai dalla parte del diavolo!”
“Io non so chi sono, vengo dalle oscure viscere chimiche della vita e non so cosa ne sarà di me, dove andrò, cosa diventerò, io non so niente di Dio e del diavolo” gli rispose compunta la vocina “Io non sto da nessuna parte, sto solo dalla mia parte, anche se non so neanch’io quale parte è.”
“Ma allora come si fa a dare un senso a quello che sta succedendo?” si disperò don Livio.
“Perché? Cosa sta succedendo?” domandò la vocina.
“Come ‘cosa sta succedendo’? Stai combinando un disastro!” si imbestialì don Livio “Ci sono centinaia di migliaia di morti, hai messo in ginocchio il nostro mondo umano, le nostre strutture, i nostri sistemi, la nostra economia… e questa volta non c’è nessuno a cui dare la colpa! A questo punto qualcuno deve assumersi le sue responsabilità. Tu devi assumerti le tue responsabilità!”
“Non capisco cosa state dicendo. Non so cosa rispondervi. Sono smarrita.” Rimasero tutti e quattro in silenzio, per alcuni istanti.
“Scusate” ricominciò a dire d’un tratto la vocina “ma adesso devo fare quello che sono tenuta a fare per sopravvivere, devo entrare dentro di voi con le mie legioni, che sono qui vicino a me e che hanno ascoltato il nostro colloquio, dobbiamo infettarvi per poterci replicare e continuare la nostra cieca esistenza.”
Tutti e tre fecero un salto all’indietro.
“Futtiti!” gridò Dio.
Don Livio, Dio e il diavolo, con gesto fulmineo, si sfilarono di colpo le mascherine dalle tasche, se le piazzarono davanti alla faccia e scapparono via a gambe levate.








pubblicato da j.costantino nella rubrica racconti il 22 dicembre 2020