Il danno

Isidora Tesic







E l’intero familiare si era annientato. Mentre le macerie apparivano, M. aveva visto l’assetto tetragono della famiglia deformarsi.
Tutto era andato a disporsi attorno al danno, nucleo di dolore impoverito e nuovo centro gravitazionale. Nessuna formazione di difesa, per quanto disperata, avrebbe potuto preservarli.
Il danno era come un cumulo radioattivo. Le radiazioni bruciavano i corpi internamente lasciando solo gli esoscheletri puliti. Rimaneva il guscio delle cose, il carapace del mondo.
M. si sentiva un resto tra i resti. Se anche camminava, dormiva e pensava ancora. Aveva cambiato l’ordine degli oggetti nella casa. In giardino aveva trapiantato nuove piante. Tutto per disorientare il danno.
A vuoto. Alla sua periferia, la vita si stava liquefacendo. Solo le scorze di dolore resistevano, durissime e randagie.

All’esterno la famiglia era rimasta illesa. I giorni erano come patiboli e continuavano a passare.
Nessuno nominava il danno. M. metteva in pratica strategie di vivificazione, si opponeva. Immersa nella sua forza decompositiva vivere ancora nonostante le sembrava sufficiente.
Ma il danno aveva una fisica malevola, esercitava un’energia gravitazionale viscosa che cercava di imbalsamarli. La famiglia gli gravitava attorno, ogni giorno più vicina. Quattro corpi apolidi, in traiettoria d’impatto con il centro del danno. Di tutti solo lei continuava a dibattersi. Gli altri erano in anestesia, l’agonia li aveva resi obbedienti.
Nel mondo neutrale il tempo continuava a esistere. M. lo vedeva lungo il giardino. L’acero era diventato sanguinolento e bellissimo, il prato a riposo, i crisantemi mansueti. Lei aveva perso amici, un amore e alcune occasioni. Si fermava tutto sulla soglia, anche il caso.
C’era lungo il perimetro esterno della casa una luminescenza, un segnale d’allarme. Come il residuo di una combustione.
Il padre e la madre lavoravano e respiravano per coazione a ripetere. Ogni sera guardavano tutti e tre – santa Trinità del collasso – dentro la quarta camera dove il quarto corpo stava quasi disabitato.

La sosia era intatta. L’espropriazione era stata violenta ma senza tracce. Il danno aveva preservato l’involucro, conservato il volto e salvato le apparenze. Lei si muoveva mantenendolo in vita. Aveva imposto a tutti il silenzio.
M. l’amava con impotenza. La sosia ricambiava ma senza sentimento. Per lei il tempo non sapeva verso dove scorrere. Ciò che di sua sorella era sfuggito al danno viveva in ipostasi lontano da loro e M. aveva paura che si sarebbe dissolta, lasciando la sosia a banchettare sui resti della sua vita.
C’era nel suo abbandono un qualcosa di insopportabile e insieme di irriducibile. Come quando la vita è sufficiente a sé stessa, senza pietà e senza rancore.
Certo, ogni cosa era carne viva, ogni cosa soffriva nel mondo dopo il danno, se ancora, in qualche modo, un mondo esisteva. E M. camminava per la sua città, come si cammina disarmati sotto lo sguardo di un avversario, ogni passo una detonazione.
Tutto questo accadeva. Ma la sosia continuava a esistere imperturbata. Forse in attesa dell’elettrocuzione finale, il suo grande sfascio, dove si sarebbe definitivamente dispersa, finalmente irreperibile al danno.
Chi o cosa li avrebbe salvati. E se anche M. avesse saputo che la vita sarebbe stata un processo di depredazione multipla, che avrebbe diviso le cose in superfluo e necessario e che quasi tutto, persino la tenerezza – a dispetto di tutta la sua opposizione – sarebbe finito nella prima conta lasciandole, lasciando loro, una vita quasi inabitabile, sarebbe cambiato qualcosa? Probabilmente no.
Nessun meccanismo di evitamento riesce a resistere. Si finisce sempre velocemente nel pieno di quello da cui si fugge.
E quindi la famiglia era tenuta in vita artificialmente. Ferma a pochi passi dal danno. Ma in qualche modo superstiti per spregio, più maligni del danno stesso. Vivi a proprio malgrado. E nessuno li avrebbe salvati, se non loro. Per un avanzo, uno scatto di coraggio di ogni cellula.

A un certo punto, dovrà arrivare il futuro. Sarà qualcosa come l’anno 2.d.d., dopo il danno. Le macerie saranno state ripulite e il conto del bene e del male si sarà azzerato. La sosia non ci sarà.
Esiste un modo di vivere con conti e debiti. Il destino e chi per lui sanno essere malevoli, ingannare sul dovuto. Vogliono sempre le loro libbre di carne. Ma tolgono solo quanto si è capaci di oltrepassare. Sua sorella starà per rientrare e M. guarderà finalmente le cose tornare se stesse.








pubblicato da r.gerace nella rubrica racconti il 12 dicembre 2020