Clarice Lispector: scrivere è una pietra gettata in un pozzo profondo

Jonny Costantino



Centonovant’anni fa spaccati nasceva la più vertiginosa poetessa nordamericana: Emily Dickinson. Ma non è l’unica ricorrenza odierna. Oggi – 10 dicembre 2020 – è anche il centenario della nascita della più pericolosa narratrice sudamericana: Clarice Lispector. Rendo omaggio alla sua arte ripubblicando, debitamente rivisto, un mio testo apparso sul "Primo amore" il 17 marzo 2017 e scritto nella più pericolosa città del Brasile.

Clarice Lispector

Clarice Lispector è una scrittrice pericolosa. Basta guardare una qualsiasi foto di questo magnifico esemplare di donna fatale per capire che ogni poro della sua pelle urla nostalgia degli animali che è stata nelle sue precedenti e future vite, vite vissute attraverso una scrittura che è flusso dove rabbrividisce il mondo. Basta un colpo d’occhio per vedere in lei un continuum di trasmutazioni feline. Clarice è la gatta che mangia la sua placenta. Clarice è la pantera nera, inafferrata e ferita, con la sua sensualità gravida di terrore. Clarice è la tigre che si lecca il muso dopo aver sbranato il cervo.

Ma Clarice è anche il cervo. Il figlio Pedrinho la definì «un misto di tigre e cervo». Come dire: un incrocio tra il predatore alfa che sta all’apice della catena alimentare perché non è preda di altri animali, a eccezione dell’uomo, e l’erbivoro che simboleggia per antonomasia la fecondità e la rigenerazione in virtù del rinnovo annuale dei palchi, detti impropriamente corna. In Clarice convivono due diverse bellezze: la progressione feroce e lo slancio sognante.

Io allora affermo che, se la sinistra è la pupilla della tigre, la destra è la pupilla del cervo, nella cornice di un volto, quello di Clarice Lispector, corrispondente al suo stile di scrittura, dunque al suo spirito, nella ferma convinzione, condivisa con Schopenhauer, che lo stile sia la fisionomia dello spirito. La singola pagina di Clarice provoca un effetto speculare a quello provocato dai suoi ritratti fotografici. A stordire davanti a questa fisionomia acuminata da una maturità dove il languore giovanile è stato assorbito da una fierezza sconfinante nella durezza – a stordire e abbagliare davanti a questa presenza elegante fino all’alterigia – a stordire e abbagliare e avvincere è soprattutto la cedevolezza al richiamo di un’assenza che rende Clarice remota persino a se stessa.

Clarice Lispector è la più pericolosa scrittrice brasiliana. Naturalizzata brasiliana: nata a Čečel’nyk in Ucraina da genitori emigranti, Clarice è cresciuta in Brasile, bambina a Recife e adolescente a Rio de Janeiro, dove si laurea in Legge. Clarice è una pernambucana d’elezione con sangue ebreo russo nelle vene. La sua persona e la sua arte hanno preso corpo tra l’Amazzonia e l’Atlantico, col Mar Nero nei globuli e la steppa nei cromosomi. In Clarice c’è l’inclemenza dell’Est e c’è l’indulgenza dell’Equatore. In Clarice paesaggi latitudini temperature agli antipodi confluiscono in una lingua che scintillando oscilla dal sottozero al torrido tropicale e non conosce vie di mezzo. Una lingua spaccaossa e midollo: la lingua che ha spezzato in due la letteratura brasiliana del Novecento e l’ha lasciata annaspante in una pozza di sangue e smeraldi.

Clarice Lispector è nata a Čečel’nyk il 10 dicembre 1920 ed è morta a Rio il 9 dicembre 1977. Clarice ha scelto di morire il giorno dopo l’Immacolata Concezione. La più pericolosa scrittrice sudamericana ha scelto di nascere il giorno dopo la propria morte, lo stesso giorno in cui novant’anni spaccati prima nasceva ad Amherst, Massachusetts, la più vertiginosa poetessa nordamericana, Emily Dickinson. Clarice – ebbe a dirmi una scrittrice sua devota – faceva tutto alla perfezione.

Clarice Lispector

Clarice Lispector è la cantrice della violenza magica. È magica la violenza che, liberata e coltivata, in un felice anelito di distruzione genera una vita misteriosa, ammaliante. Una vita di serpenti intrecciati e stelle tremanti. Una vita grotta fosforescente dove strani fiori copulano mentre gocce d’acqua pura stillano dalle fessure. Una vita umida assetata sovrannaturale. La violenza magica è un baccanale muto di cui Clarice è la strega officiante, cattiva per natura, buona per volontà di bontà, vinta dai battesimi della dissonanza e dalla propria organica corruttibilità. Clarice regina di picche in cammino lungo i sentieri della salamandra, il genio che governa e abita il fuoco. Clarice fanciulla divoratrice di angeli che fa incantesimi nel solstizio e si dà in offerta ai morti.

Clarice Lispector è la cantrice dell’obliquità. Se la violenza magica è il suo lato tigre, l’obliquità è il suo lato cervo. Obliqua è l’esistenza percepita nel suo sotterraneo tratto sbieco. Obliqua è una convalescenza che sarebbe potuta essere terribile invece è dolce come una papaya matura. Ci vogliono grandi riserve di tenerezza per essere obliqui. L’obliquità è una realtà gracilmente sortilegica che, nel distaccarsi dai sentimenti più rozzi, non perde una virgola del suo vigore animale. La vita obliqua è una vita vissuta di sguincio, dove la luce centrale del sole non colpisce in faccia né abbronza però, fotosintetica, scalda. Se la violenza magica invoca strappi e incantesimi e canini lattescenti al plenilunio, l’obliquità pretende una vita quotidiana modesta, dove il rischio è maggiore e le minacce più insidiose, dove si punta più in alto. Ci vogliono guanti di velluto: prese brusche o frontali sbriciolano le fragili intuizioni di un’intimità differente, gemmante nell’obliquità.

Bisogna sapere quando tacere per non violare l’intimità obliqua, per non ferire con parole secche il pensare-sentire, o pensar-sentir, come lo chiama Clarice sulla scia del pensiero corporante e della sensazione conoscente del gaiamente tragico baffone che trascese la filosofia nella poesia, che alla verità preferì l’arte, che ebbe quale massima ambizione divenire – e lo fu – un ballerino dell’illusione: Friedrich Nietzsche.

Clarice Lispector è la scrittrice della pericolosità creatrice. Pericolosa e creatrice è la vita vista dalla vita, la vita cruda crudele, impersonale fino al neutro, sospirante ispirante, ingannevolmente docile come un cobra sotto ipnosi, una vita ferinamente in trance, destata da morsi riottosi e baci biforcuti. Vita unghia di alluce: tensione e piroetta su un filo di saliva. «Vivere mi rende tremante», scrive Clarice nel suo romanzo postumo e testamentario, Soffio di vita. Vita elettrica tremula balenante, in portoghese: tremeluz.

Vita crack di ali spezzate in volo, risucchio in solitudini ancestrali, avvitamento spastico che, davanti allo scandalo della morte, sfarfalla, anzi sfalena, nel più allegro noi. «Allegria» è per Clarice una delle parole più belle della lingua italiana, superata soltanto da «gioia», la più bella in assoluto. Pericolosa e creatrice è la vita gioiosa nelle cui profondità pulsa il grande topazio. La vita truculentemente viva: la vita in stato di grazia e in grazia di morte. La vita che si apre a donna come la rosa scarlatta, in portoghese: rosa encarnada.

Clarice Lispector è la scrittrice andata a fuoco. Clarice ha 46 anni e la mattina del 14 settembre 1966 s’addormenta con una sigaretta accesa. Il suo appartamento va in fiamme. La scampa. Con ustioni su tutto il corpo, trascorre tre giorni in fin di vita e due mesi in ospedale. La mano destra, la mano della scrittura, è la più colpita, per un soffio non le viene amputata. Non ho dubbi che se il fuoco non l’avesse marchiata così a fondo, fuori e dentro, Clarice non avrebbe potuto scrivere dal ’71 al ’73, con la sua mano bruciata, il libro che pongo in pole position tra i suoi più belli e radicali sulla natura del fuoco: Água viva.

Água viva: così in Brasile viene chiamata la medusa: acqua vivente che brucia, divinità velenosa che acceca. La medusa secondo Clarice Lispector è l’emblema dell’accecamento viatico di un’altra visione. La visione che fluisce e fluendo si squaderna oltre la vista e dietro il pensiero. La visione in balìa della vivificante furia degli impulsi. La visione sotto la guida delle viscere martoriate di una voluttà che è anche intellettuale. La visione dove Acqua e Fuoco – amanti leggendari maledetti a una separazione non meno tragica di quella inflitta in principio a Luce e Tenebra – finalmente e felizmente si ricongiungono.

Le visioni di Clarice si eviscerano in un sogno così corporeo da modificare la nostra concezione della cosiddetta realtà, ma solo se avremo il coraggio di sognarci nel sogno di Clarice, se avremo il fegato di farci squarciare dalle nostre risvegliate urgenze come un mango che – in quella che, nel suo piccolo, è un’autentica apocalisse – si abbandona agli incisivi che lo penetrano.

Clarice Lispector

È il 6 marzo 2017, sono le tre e dieci del pomeriggio e bevo un caffè in un bar di Fortaleza, Nordeste brasiliano, Stato del Céara. Il bar in cui mi trovo nacque come la prima sigareria (charutaria) della città prendendo il nome dalla celebre marca di sigari dominicani in vendita: La Habanera. Adesso è gestito da Dino, un cordiale palermitano di Monza, e quel che resta degli arredi del locale storico – in parte superstiti nel 2007, quando vi capitai la prima volta – è qualche habanera incorniciato e alcune foto di celebrità con enormi sigari in bocca: Orson Welles, Charlie Chaplin, Giacomo Puccini, Groucho Marx. Il bar è ora un ibrido turistico disseminato di italianerie dove, su richiesta, Dino è ben felice di farti uno spaghetto alla carbonara o alla carrettiera. Io mi sono limitato ad annusare un sughetto fresco alle olive che ero troppo sazio per assaggiare. Posso però dire che l’espresso è buono, macchina italiana e miscela italiana, quanto di meglio puoi trovare in città. Per goderselo, basta guardare fuori.

Fuori – a poche decine di metri dal lungomare, nel punto in cui l’avenida Beira Mar si triforca in avenida Almirante Barroso, rua dos Tabajaras e rua dos Arariús, esattamente di fronte al mio naso – c’è il più impressionante edificio di Fortaleza, la rovina a forma di prua dell’Iracema Plaza Hotel. Questa labirintica costruzione – che mi folgorò tanto da inserirne un’inquadratura in Beira Mar, un mio film breve del 2010 – fu costruita guardando agli alberghi di Miami e inaugurata nel 1951 come il primo hotel della zona a pochi metri dal mare. Allora aveva il deserto intorno. Adesso è un rudere circondato da grattacieli, un relitto che per miracolo perdura perdendo cornicioni e attentando all’incolumità dei passanti, poeticamente patetico e surreale come il grugno di un transatlantico affondato e riemerso da onirici abissi. Parlando con Dino, apprendo che l’Iracema Plaza Hotel non è occupato da qualche desesperado autoctono – come avevo immaginato notando col buio alcune luci accese tra le costole dalla carcassa architettonica – bensì da quattro famiglie italiane accampate alla meno peggio.

L'Iracema Plaza Hotel, ieri e oggi

Sempre a portata d’occhio, della coda dell’occhio in verità, sulla mia destra c’è una chiesetta, la Capela São Pedro, che rappresenta le Colonne d’Ercole oltre le quali si schiude, lungo l’avenida Almirante Barroso, il quartiere rosso. Restando fermo sulle mie natiche, compiendo appena lo sforzo di torcere il collo di trenta gradi, riesco a scorgere l’insegna spenta dello Zip Bar, una delle mecche dei puttanieri svernanti dell’intero pianeta. Intanto, all’interno di quel che fu La Habanera, la voce di Adriano Celentano in stereofonia fa a cazzotti con quella di Lucio Dalla proveniente dal megaschermo dove scorrono le immagini di uno special di Rai Italia sul cantautore bolognese.

A Fortaleza da oltre un quarto di secolo, Dino ha rilevato La Habanera da un connazionale, circa un anno e mezzo fa. Non si può dire che le cose gli vadano a gonfie vele. È stanco e deluso dalla città e dagli italiani trapiantati. Certe volte lo prende la tentazione di tornarsene nel Belpaese, poi si ravvede dicendosi che sarebbe un autogoal, meglio provare altri sentieri, poco o meno battuti. Qualcuno gli parla bene del Perù, ci sta facendo un pensierino. Fortaleza non è più il paradiso di cui s’innamorò quando vi finì la prima volta: troppo costosa per chi ci vive, troppo violenta per chiunque, è diventata un inferno.

Fortaleza non è solamente una città pericolosa: è la città più pericolosa del Brasile. Nel gennaio 2016 una ONG messicana – il Conselho Cidadão para Segurança Pública e Justiça Criminal – ha divulgato uno studio sulle 50 città più pericolose del mondo, uno studio che mi risulta essere a oggi, marzo 2017, il più recente del genere. Di queste 50 città 21 sono brasiliane e tra queste Fortaleza figura quale 12esima città più pericolosa del mondo.

Con i suoi quasi due milioni e mezzo di abitanti, Fortaleza vantava nel 2015 la ragguardevole media quotidiana di 60,77 morti ammazzati per ogni 100 mila abitanti e – per quanto concerne l’ultimo anno – tutto direi tranne che la situazione si sia tranquillizzata. Uno degli assassinati odierni è stato accoltellato alle quattro del mattino all’Órbita, una discoteca neanche famigerata a duecento metri da La Habanera, per una storia di droga, mi riferisce Dino. In realtà, come saprò l’indomani, il brasiliano è stato ucciso ancora più vicino a noi, in rua Tremembés, e non si è trattato di un regolamento di conti bensì di un crimine passionale. Ad accoppare il poveretto è stata una donna che, armata di una bottiglia rotta, gli ha bucato l’arteria femorale per vederlo dissanguarsi in mezzo alla strada.

Il resoconto veridico lo devo alla mia amica Darlene, che lo spettacolo se l’è visto in diretta, seduta nella platea del Canudo, il bar dove le puttane vanno a farsi uno spuntino all’alba prima di coricarsi. Per Darlene era stata una brutta nottata. Verso le tre era stata allontanata in malo modo dal Mambo, la discoteca puteiro dove si guadagna il pane, perché accusata di aver minacciato una collega. A fare la spia col padrone era stata la destinataria delle presunte minacce, Manuela. Anche Manuela è una mia amica, oltre a essere una delle più temute puttane picchiatrici del giro, una di quelle che, se non le vai a genio, può renderti la vita difficile.

Manuela è una capobranco. Darlene è invece una solitaria, di quelle che non hanno paura di niente e nessuno. Viene dal Maranhão, una provenienza che di per sé vale come attestato di durezza: la Calabria del Brasile, per intendersi. Darlene e Manuela sono state amiche, hanno vissuto insieme. Poi qualcosa s’è rotto, per colpa di un uomo, va sempre così, e adesso si odiano. Delle due Manuela è quella più scafata e incallita. Pesano, e non poco, i dieci anni sul groppone che passa a Darlene. Ambedue tuttavia sono veterane che dimostrano almeno dieci anni in più della rispettiva età anagrafica. È una vita che consuma, la loro, anzi abrade, come una spugna d’acciaio.

Manuela al Mambo spadroneggia, è il suo regno. È una delle poche che può prendersi il lusso di ordinare bottiglie a credito e di dirigere, intorno al secchiello col ghiaccio, la danza dei culi delle ragazzine che comanda a bacchetta e sguinzaglia a suo piacimento. Darlene nega di averla minacciata, non è nel suo stile, can che abbaia non morde. Non ho motivo di non crederle. Mi racconta che quella notte tra loro non c’è stato niente di più che uno scambio di battute nel bagno della discoteca, uno scambio tutto sommato soft, del tipo: «Dimentica il mio nome» (Manuela), «Io ci caco sul tuo nome» (Darlene).

Dopo aver ascoltato ambedue le campane, mettendo insieme i pezzi della serata, considerati i temperamenti in gioco, sono indotto a credere che la scintilla sia stata un’occhiata di Darlene, gatta morta da competizione, al panzone norvegese che Manuela si stava lavorando. Intercettata l’occhiata colpevole, Manuela avrà legittimamente sospettato che la sua nemica giurata stesse cercando di levargli l’osso di bocca e, senza troppi complimenti, lei per prima se l’è tolta di torno, facendola sbattere fuori dal locale. Occhio per occhio.

Qualunque sia stata la goccia, il vaso è traboccato. Manuela ha fatto l’infame e Darlene è livida di rabbia. È sbronza e ha pianto. Questa vigliaccata, l’ennesima, non ha intenzione di mandarla giù. Appostata al Canudo, sorveglia l’ingresso del Mambo: prima o poi la troia deve uscire da quel cesso di troiaio. Darlene ha qualcosa nella borsetta. È a dir poco malintenzionata. Continua a tracannare vodka con red bull torturando nervosamente i suoi dreadlocks.

È stato allora che è successo il fattaccio, che una donna come tante ha saltato il fosso della vendetta, che il bastardo che l’aveva fatta soffrire ha iniziato a pisciare sangue dalla gamba fino a lasciarci le penne. Se i bestioni della polizia federale e la guardia municipale insieme a tutte le puttane e i puttanieri, le ragazze da programma e i villeggianti, i buttafuori e i paninari, i beoni e gli straccioni e gli strafatti nel raggio di un chilometro non avessero intasato la rua, chissà come sarebbe andata a finire tra Manuela e Darlene, tra queste due donne delle quali conosco il cuore d’oro ma anche il pelo sullo stomaco.

Nei giorni successivi, le avrei sentite sparlare l’una dell’altra dandosi prima della «donna morta», poi della «puttana finita», infine della «svergognata», della sem vergonha, epiteto che rappresenta un infamante stigma apposto sulle violatrici o presunte tali dell’ethos puttanile, perlomeno nel mio giro di garotas. Il peggio era passato, la tensione sarebbe andata via via a scemare fino a svanire.

Questo è solo uno dei mille episodi di vita spenzolante sulla morte violenta che questa città nordestina ogni minuto produce. In spiaggia, tra me e Darlene – che bevendo birra Skol ghiacciata rievoca la sua notte brava – c’è Ana Milana, estetista e spacciatrice. Delle due o tre cose che so di lei, so che era affezionatissima a un fratello sulla sedia a rotelle, freddato qualche settimana fa durante la festa di São João: un ragazzino gli ha sparato in testa a bruciapelo, nel mezzo dell’osso parietale, per sottrargli i pochi reais appena prelevati dal bancomat.

Sotto l’ombrellone accanto al nostro, c’è la piccola Denise che mangia farofa e – con le mani e il musetto sporchi di questo piatto a base di farina di manioca – fa il pagliaccio per intrattenere un corpulento canadese che ha tatuata sul polpaccio la bandiera nazionale e sul pettorale destro l’indimenticabile scritta: «I find you. I love you. I fuck you. I thank you». Denise ha undici anni, dorme in spiaggia e vive alla giornata. Nasconde dosi di marijuana negli slip e nel risvolto interno del berretto. Denise fuma e arriva a farsi dieci canne al giorno. Qualcuno mi ha raccontato che di recente le sono bastati pochi giorni per far perdere la testa a un riccone altoatesino ultra70enne con la malattia delle lolite e il meritorio pallino compensatorio di costruire orfanotrofi in zone depresse del Brasile. Al satiro vizioso devo una frase memorabile, stessa spiaggia, stesso mare: «Finché c’è lingua e dito, un uomo non è finito». Alla piccola professionista è bastato un fine settimana per scucire al vecchione lingualesta una somma di denaro che i genitori di lei, se da qualche parte arrancano ancora, non vedono in un anno di schiena spezzata. Denaro che naturalmente è finito in fumo.

A mangiare ostriche col canadese tatuato c’è un’altra mia amica, Rosana, prostituta tra le più navigate del giro. Rosana finge di divertirsi per nascondere un’afflizione profonda: aver costretto ad abortire la figlia dodicenne. È accaduto pochi giorni fa e la bambina, in attesa di due gemelli, da allora è muta come un pescecane. Le ultime parole che ha rivolto alla madre sono puta e assassina. «Uno sarebbe stato un guaio, due un suicidio», s’è fatta coraggio Rosana. Sempre da lei ho appreso che il più diffuso test di gravidanza nelle favelas è qualche goccia di candeggina in un bicchierino di pipì: se la pipì gorgoglia, la donna è gravida, senza margine di errore, parola della madre di due maschi e tre femmine, la prima sfornata a tredici anni.

Rosana non è il suo vero nome. Il suo nome l’ha venduto in un periodo di disperazione e bisogno. Chi l’ha comprato c’ha realizzato una truffa bancaria di un milione di reais, quasi trecentomila euro col cambio attuale. Rosana se n’è buscata appena diecimila, cioè circa tremila euro, che si sono volatilizzati da un pezzo. Adesso non ha più un nome, per lo stato brasiliano ha smesso di esistere, è una scomparsa, una nebulizzata, una desaparecida. Se venisse allo scoperto, se denunciasse l’accaduto, finirebbe arrestata ed eliminata in carcere dagli amici di coloro che l’hanno manipolata, con un margine di scamparla dello zero per cento. La vendita del nome è il business del momento in Brasile, più della tratta delle morene, più del traffico degli organi. Un business dove la Camorra – che almeno da un paio di decenni in questa città fa affari d’oro – c’ha le mani in pasta. La ‘Ndrangheta però sta guadagnando terreno. Potrei continuare a lungo: soltanto nel mio campo visivo scorgo almeno un’altra mezza dozzina di simili storie di vita e di malavita.

Il Brasile è un piatto di gamberi saltati all’aglio da pasteggiare con cerveja gelada: per godertelo spensieratamente devi ignorare che i pescatori – al fine di rendere più appetitosa la nassa per la cattura dei crostacei – sono soliti metterci dentro un cane morto.

Foto dalla serie "Prostitutas" (1970-72) di Fernell Franco

«L’oscurità è il mio brodo di cultura», scrive Clarice e io faccio mie le sue parole, senza dimenticare che sono parole che bisogna meritarsi come ci si merita una brutta intossicazione per avere vuotato fino alla feccia il calice della passione, come ci si merita una malattia venerea, come ci si merita una cicatrice, come ci si merita una reincarnazione. «A escuridão é o meu caldo de cultura».

Leggo la scrittrice brasiliana più pericolosa nella più pericolosa città del Brasile. Il Brasile che amo e stano e, come una medusa, perlustro natante è il Brasile dell’oscurità fiabesca. Cancerinamente uterino, candidamente tenebroso. Il Brasile stregonesco, pervaso dalle nere energie del voodoo e dell’açai, il superfrutto dell’Amazzonia. Il Brasile carnascialesco. Il Brasile dove una vita non vale niente e l’apparecchio ai denti è un must. Il Brasile fame elementare, elementale. Il Brasile occhio di tigre, il cristallo di quarzo che difende l’occhio umano dagli spiriti demoniaci. Il Brasile orbite putrefatte di cane morto e bocca slabbrata di puttana viva. Il Brasile oblio. Orgasmico, perforatore, dell’identità sminuzzatore. Il Brasile carezzevole, a tradimento pugnalatore. Il Brasile infantilmente infero. Acquoreo, urticante. Il Brasile latte condensato. Anacardìaco. Il Brasile inesorabilmente vicino al cuore selvaggio della vita. Il Brasile è il mio bagno di carne e Clarice il mio Caronte.

«Sono il cuore della tenebra». Clarice Lispector è come il mio Brasile: tenebrosamente sem vergonha. Svergognata Clarice lo è nell’accezione di Pasolini e Bolaño, svergognati colleghi che – ognuno nella propria lingua – insistono sul superamento dello stato mentale della vergogna come condicio sine qua non per scrivere. Soltanto senza vergogna si scrive sul serio. Senza vergogna: spingendosi oltre ogni senso di convenienza civile e decoro borghese, senza timore di denudare le proprie malformazioni spirituali.

«Io volevo solo guardare»: «Eu queria somente olhar». Se in italiano il verbo «guardare» è figlio dello sguardo, in portoghese il verbo «olhar» viene direttamente dell’occhio, «olho». Dove lo sguardo è cultura, l’occhio è istinto, intuizione. L’io narrante di Água viva non è una scrittrice bensì una pittrice, slittamento quasi fisiologico nel caso di un’artista musicalmente plastica come Clarice Lispector. Dipingere non è questione di pennellate come scrivere non è questione di frasi, non soltanto: è questione di occhio.

L’occhio di Clarice è un occhio bestiale e sofisticato che schifa facilità e ammiccamenti, pittoricismi e bellurie: un occhio implacabile che ha trovato nella bruttezza e nel disordine i suoi stendardi di guerra, ma solo in quella bruttezza e in quel disordine di superficie che disarmonicamente rivelano la soggiacente potenza ordinatrice di una bellezza recondita, insostenibile a occhio nudo. L’occhio di Clarice è un occhio disarcionato che non doma lo stallone del proibito: gli toglie il morso, lo lascia libero di reinselvatichirsi, lo ammira sbizzarrirsi.

«La vita è molto orientale», scrive Clarice e io, ancora, sono con lei. Molto orientale è essenzialmente la vita dell’occhio. Scrive Xunzi, filosofo cinese del III secolo avanti Cristo: «Lo studio dell’uomo meschino entra dall’orecchio ed esce dalla bocca». I confuciani chiamano «bocca e orecchio» il sapere che resta a galla, il sapere non assimilato, in parallelo con Eraclito che afferma: «L’occhio è testimone più fedele dell’orecchio». Il vero sapere passa attraverso l’occhio per divenire visione, visão.

In Perto do Coração Selvagem, il suo romanzo d’esordio, Clarice ha dato la seguente definizione di visione: «cogliere il simbolo delle cose nelle cose stesse». Sottinteso: coglierlo al punto da non poter più distinguere tra il simbolo e la cosa. Una definizione, questa, quasi perfetta: quasi perché trascura l’elemento temporale, come la stessa Clarice ebbe a maturare progredendo nella visione.

Ventinove anni dopo, in Água viva, la scrittrice opera uno scarto in questa sua concezione sostenendo che quel che più conta nella visione è «vedere l’istante». Ma cosa significa vedere l’istante? Di certo non significa rivedere, con la mediazione della memoria, un istante visto in precedenza. Vedere l’istante significa vederlo «rigorosamente nel momento in cui vedo» o – più liricamente – vederlo nell’immediatezza che toglie il fiato e fa ribollire il sangue.

Da questi complementari tasselli di Perto (‘44) e Água (’73) emerge un’idea di visione di cui abbozzo, a mo’ di sintesi, una duplice definizione, con parole sia di Clarice sia mie. Ebbene: la visione consiste nel ghermire il simbolo della cosa nell’istante aurorale della sua apparizione. Più estesamente: la visione consiste nel captare e nel rifrangere la cosa nella sua totalità, ancora palpitante nel proprio mistero epifanico, per non dire ierofanico.

È tra le scosse e i riflessi di questa visione tempista che vibrando si accendono le regioni più impervie e scoscese, più laviche e infartuate di quel continente sconfinato che è cuore di tenebra di Clarice Lispector. Accendendosi, queste riserve di tutti e di nessuno, fanno luce e strada in un presente immortale come fanno luce e strada le candele di Georges La Tour, le scogliere di Gustave Courbet, i cipressi di Vincent Van Gogh, i cavalli di Théodore Géricault, le ballerine di Edgar Degas, chiamando in causa una manciata di pittori per i quali tra il simbolico e il fisico, tra il prima e il dopo, tra il senso e la sensazione, non c’è possibilità di scissione.

"Cavallo assalito da un leone" (1810) di Théodore Géricault

Il tempismo, nella visione come nella vita, è una qualità che fa la differenza, lo sappiamo tutti, una qualità che, per il poco che l’ho conosciuto, non posso attribuire al buon Dino. Attacca bottone a più riprese, quasi compulsivamente, durante la mia permanenza all’Habanera, prima di comparire un’ultima volta per congedarsi: deve andare a gestire un’incombenza in un altro locale, quello che manda avanti sul lato opposto dell’isolato, una pizzeria affacciata sul lungomare. Salutandomi calorosamente mi rivolge un invito per la serata: una bella margherita con sopra – specifica il tentatore siciliano – un filo d’olio d’oliva toscano.

Ritorno ad Água viva, Editora Rocco, il primo libro che mi sforzo di leggere in portoghese, con l’ausilio parallelo dell’ispirata traduzione dello scomparso Angelo Morino nell’edizione Sellerio. Niente da fare, non riesco più a connettermi con le parole scritte, il flusso dei miei pensieri è irreparabilmente deviato. Mi alzo e piazzo la sedia nel vano della larga entrata del bar. Poggio la testa allo stipite di legno. Il sole si sta addolcendo. Mi godo quel ventilato angolo all’ombra. Me ne sto tra il dentro e il fuori, assaporando pensosamente l’attimo. Mi sovviene un’immagine di Sarrasine di Honoré de Balzac, una novella del 1845 che rappresenta ai miei occhi un formidabile (auto)ritratto dell’artista sulla soglia: l’artista come feritoia tra il tremulo dentro e lo sterminato fuori.

L’io narrante nonché alter ego di Balzac se ne sta nel vano di una portafinestra, sull’orlo di un’esuberante festa mondana. A destra le più belle donne di Parigi sfarfallano in un salone sfarzoso, a sinistra gli alberi seminnevati si stagliano sullo sfondo grigiastro d’un cielo nuvoloso, leggermente imbiancato dalla luce lunare. Una gamba avvampata dal calore umido della festa, l’altra ghiacciata dallo spiffero pungente della notte. Un piede batte il tempo, l’altro tasta la fossa. Da un lato i baccanali della vita, dall’altro la silenziosa immagine della morte. Qui la danza dei morituri, lì il teatro degli estinti. Così, mi dico, deve stare l’artista: sospeso tra due mondi. Perlomeno l’artista visionario, feritoia tra la vita e la morte, tra il bene e il male, tra l’insetto e il dio. L’artista macedonia morale, terragno e siderale, metà allegro metà ferale. Sì, così: conficcato in una cruna di lucetenebra, laddove la visione deve fermentare per divenire visione.

Presidiata la tiepida soglia dell’Habanera, rimuginando intorno e oltre Balzac, mi appisolo, non so nemmeno per quanti minuti. A svegliarmi è il suono sibilante di un flauto di plastica. Irresistibile e scalzo, un bambino strimpella, a mio beneficio pressoché esclusivo, il ritornello di Deu Onda, la hit virale di questi mesi, l’inno nazionale brasileiro 2017, a oggi 212 milioni di visualizzazioni su YouTube. Celentano nel frattempo è morto ma Dalla non molla e il flauto sta ora dialogando con Anna e Marco, canzone, anzi ballata, che – con la sua base ruffiana e le sue metafore pacchiane («La luna è una palla ed il cielo un biliardo»), forse proprio a causa del bizzarro mix col subdolo motivetto pop – non m’è mai sembrata tanto veracemente struggente né tanto meritevole di stare accanto a Romeo Had Juliette di Lou Reed, oltre a candidarsi nella mia testa come il plot perfetto per una storia d’amore ambientata in una favela.

Sgancio al marmocchio musicante tutte le monete che ho in tasca e torno al tavolino dove mi attendono Clarice e il mio taccuino di perle. Sebbene palesemente incuriosito, Dino non ha osato chiedermi cosa leggessi o scribacchiassi. Prima della mini-siesta avevo cominciato a portare su carta alcune frasi e locuzioni di Água viva quali fondamenta del mio portoghese a venire, che allo stato attuale è piuttosto una lingua che battezzerei pornoghese. Riprendo così a trascrivere frammenti di questo piroclastico romanzo frammentario che mi sono sorpreso a vivere, con rapimento e batticuore, vertigine dopo vertigine, come la sconcertante, tanto più perché inattesa, anima gemella del mio Mal di fuoco.

So già che non onorerò l’invito di Dino. Di pizza me ne papperò una gigante di ritorno in Italia e posso già prevedere che, smaltita la mia tapioca mattutina con carne del sol e formaggio croccante, per cena non chiederò altro che una picanha col grasso ben abbrustolito.

[Di alcune persone chiamate in causa ho ritenuto opportuno cambiare i nomi al fine di non comprometterle.]








pubblicato da j.costantino nella rubrica in teoria il 10 dicembre 2020