Tre fasi di uno stato di costrizione

Franck Venaille



L’incipit del libro d’artista tradotto da Bruno di Biase per le edizioni Prova d’Artista in tiratura di 33 esemplari (Venezia 2020). Il testo era apparso nel 1983 sulla rivista di arte e letteratura "L’Énergumène".

Nel 2021 per la collana Le Meteore (curata da Domenico Brancale e Anna Ruchat, Ibis edizioni) uscirà, nella traduzione di Bruno di Biase, il libro di Franck Venaille Ciò è (C’est à dire, Mercure de France, Parigi 2012).

Urlava. Faccia al muro. Con le mani a portavoce urlava in una lingua a me ignota, forse una lingua infantile, scaturita dalle profondità del suo feroce dolore. Con la faccia al muro urlava. Io lo guardavo. Capivo quel che il suo bestiale messaggio significava, in quel luogo privo di ogni speranza di consolazione, in cui non è possibile né sedersi, né sdraiarsi. Stavo in quella specie di buco scavato nel muro. lo ascoltavo. lo guardavo. Anch’io avevo paura davanti a quel muro spaventoso, vedere dove tutto in sé si richiude e ti soffoca. Era buio. Non capivo com’era possibile che, senza luce, si potesse lo stesso vedere tutto quello che di solito ferisce la vista. Urlava. Gesticolava. D’un tratto, venuta dalle torri di controllo, una luce gialla improvvisa ci accerchiò. Ci avvolse. Allora compresi meglio il senso dei suoi gesti: sfregando, grattando, biffando, cassando, radiando, l’uomo cancellava i segni incisi nel muro. Uccideva, così. Si faceva carico della morte. Con un gesto preciso che sembrava tuttavia stanco sopprimeva a quel modo ogni ricordo d’infanzia. Quale esaltazione! Eravamo nel demi-monde della passione e, madre della saliva, non lo sapevamo. Ci sarebbe stato bisogno che la morte baciasse la bocca di uno di noi perché lo sapessimo. Fu come un incubo che si accampa nella notte. Questo fu. Quel ch’io dico, o spaventoso muro. Quindi urlò più forte. Le parole, i suoni, ogni borborigmo arrivava fino al buco scavato nel muro. Lingua ignota. Messaggio d’ante vita che puzzava forte di urina. Parole come scalpelli che intaccavano l’origine stessa della lingua. Lavoro da forsennato, sì, di forzato. Proprio, c’è il desiderio di immolarsi, in lui! In quell’essere. Eruttante. Pugni smangiati. Che sputa le sue falangi. Urlava. Era nudo. Come un tempo. Quando una donna gli leccava le lacrime le acque tutti i suoi sputi. Lo avvolgeva di sé. Si rannicchiava per sempre in quel corpo innocente. Così, aveva ritrovato l’abito della prima scena. Stava là, nel cerchio giallo. Contro gli erpici. Il filo spinato. I cavalli di Frisia. Mentre degli uomini - intorno al suppliziato - correvano, urlavano, pesanti nei loro stivali, sì! la loro forza animale!








pubblicato da j.costantino nella rubrica libri il 8 dicembre 2020