Maradona e Pirandello

Antonio Moresco



Ammiravo molto Maradona, vederlo giocare era una gioia per il cuore e per la mente. Eravamo nati tutti e due nello stesso giorno: il 30 ottobre. Per ricordarlo ripubblico qui un pezzo scritto diversi anni fa e uscito in un libro intitolato L’adorazione e la lotta. Forse è una scelta impropria, forse non c’entra niente, ma questo è il mio modo di celebrarlo.

Cosa penso di Pirandello?
Che è uno scrittore che dobbiamo tenerci stretto e che nello stesso tempo mi delude sempre. Lo considero grande e nello stesso tempo mi pare che si muova anche lui dentro la riduzione mentale e culturale novecentesca del mondo. Che alcuni degli assiomi (teoremi?) che stanno alla base della sua opera e che poi sono diventati dei luoghi comuni siano da terremotare, tanto più oggi, che siano riduttivi, che guardino il mondo attraverso un angolo acuto ma stretto, che siano interni alla rappresentazione culturalistica che la “realtà” (anche quella psicologica e sociale) fa di se stessa, che ci facciano vedere la maschera ma che non attraversano da parte a parte la maschera per andare da un’altra parte. Che ci sia qualcosa d’altro e di inconosciuto in cui questa piccola rappresentazione è compresa e immersa. Che in gran parte della letteratura del Novecento - soprattutto in questa parte del mondo e particolarmente in Europa - gli strumenti della cultura siano stati adoperati spesso per restringere e chiudere invece che per allargare drammaticamente e sfondare.
Ma, detto tutto questo, c’è anche in Pirandello qualcosa di radicale e straziante, che si esprime in alcune sue opere davvero uniche, prima fra tutte Sei personaggi in cerca d’autore ma anche in alcune altre, come ad esempio negli incompiuti Giganti della montagna e in alcuni racconti e in certe zone segrete di qualcuno dei suoi romanzi.

Sei personaggi in cerca d’autore è un’opera che, nella cosiddetta modernità, sta alla pari con i grandi esiti teatrali dei greci e dei maggiori drammaturghi inglesi e spagnoli del Seicento, contiene un’intuizione e un’invenzione proporzionale di enorme portata, lacerante, profonda, una crepa tellurica, una ferita che passa da parte a parte - questa sì - tutta la nostra vita e la nostra rappresentazione del mondo e la nostra cultura. A cui stanno strette le consuete definizioni di “teatro nel teatro” e altre simili cui si sono volute pirandellescamente ridurre.

Lo so che esistono da molto tempo anche altre letture riduttive dell’opera di Pirandello (e molto spesso sono proprio queste a determinare la fortuna di uno scrittore), come quella dell’”intellettualismo”. Lo so che a certuni questo autore non piace perché giudicato troppo cerebrale e freddo mentre ad altri piace proprio per questo, ecc… Quello che sto cercando di dire è un’altra cosa, la mia insoddisfazione e la mia idea della letteratura e la mia visione del mondo non stanno dentro questo tipo di antinomie.
Prendiamo, ad esempio, Il fu Mattia Pascal, che pure è un romanzo di grande originalità e rilievo, posto perentoriamente così, all’inizio del nostro Novecento. Ricordo quello che ho provato mentre leggevo questo libro quando sono arrivato alla scena del treno, dove il protagonista ha appena letto su un giornale la notizia della propria morte e si trova in quella stazioncina sconosciuta e buia, di notte, e ha di fronte a sé il mare delle possibilità e il nulla divenuti una cosa sola, nel momento in cui la sua vita si duplica, si sdoppia o si invera:

Mi voltai a guardare il binario deserto, che si snodava lucido per un tratto nella notte silenziosa, e mi sentii come smarrito, nel vuoto, in quella misera stazionuccia di passaggio. Un dubbio più forte mi assalì, allora: che io avessi sognato?

E poi:

…la violenta impressione ricevuta alla lettura di quella notizia che mi riguardava così da vicino mi si ridestava in quella nera, ignota solitudine, e mi sentivo, allora, per un attimo, nel vuoto, come poc’anzi alla vista del binario deserto; mi sentivo paurosamente sciolto dalla vita, superstite di me stesso, sperduto, in attesa di vivere oltre la morte, senza intravedere ancora in qual modo.

Ecco, qui davvero Pirandello è vicino a quel vuoto infinitamente nevralgico, è arrivato davvero fin lì, come capita a pochi e come è capitato ad alcuni grandi scrittori dell’Ottocento e del Novecento. Da lì poteva cominciare qualcosa di enorme. Invece, a quel punto, proprio a quel punto, ha visto o si è rappresentato due strade. E ha pensato di seguirne una sola.
Cosa sarebbe successo se, arrivato a quel punto, dopo essersi spinto fin lì, si fosse gettato nell’altra strada o meglio nell’altro ventaglio o nell’assenza di strade, non in quella stretta e farsesca del grottesco sociale, della duplicazione rovesciata e della rappresentazione separata e della specularizzazione ma in quella drammatica e senza confini della visione totale e del pensiero in visione, come hanno fatto in altre letterature scrittori come Melville, Dostoevskij, Kafka…? Che scrittore avremmo avuto, al centro della nostra letteratura moderna e della nostra vita! Che strade ci avrebbe aperto!
Sono sciocchezze, lo so. Non si può fare dell’ingegneria a posteriori con la vita di nessuno, compresa quella degli scrittori. E poi c’era la sua vita, la sua morte, le lettere che ha scritto, che a volte mi commuovono profondamente, mi comunicano l’idea straziante di un uomo imprigionato, che si è imprigionato.

Ma adesso vorrei tornare ancora un momento su questo snodo del vivo-morto nella stazioncina deserta. A volte capita che ci arrivino da qualcuno, da qualcuno da cui mai ce le saremmo aspettate, una conoscenza e una profondità di sguardo che si muovono proprio su questo crinale e che ci portano dentro una verità o un’invenzione o una visione o una prefigurazione più grandi. Cercherò di spiegarmi con un esempio che forse sembrerà blasfemo, ma che è invece tanto più forte tanto più appare “basso” il campo di esperienza da cui muove. Ho visto per caso, poco fa, mentre stavo buttando giù queste note, un documentario sulla vita di Maradona. Sì, proprio lui, il calciatore! Bene, a un certo punto questo piccolo uomo divenuto obeso, questo piccolo, discutibile idolo delle folle imbottito di cocaina, dice una cosa straordinaria, che viene da un’esperienza e da una trascendenza profonde. Racconta di quando, da bambino e da ragazzo, giocava continuamente a calcio, senza riuscire a smettere neanche quando la giornata finiva e diventava buio e non si vedeva più neanche il pallone. E qui se ne viene fuori con qualcosa di così profondo e veggente cui raramente arrivano persino gli scrittori e i pensatori più grandi. Dice in sostanza (vado a memoria, ma lui lo dice in meno parole e meglio) che bisogna prima imparare a giocare al buio, senza neppure vedere il pallone e gli altri giocatori, per avere poi la visione del gioco quando c’è la luce.
Ecco, questa (pervenuta a noi da dove meno ce la saremmo aspettata) è una risposta diversa, una strada diversa, che sta dentro una polpa diversa e più grande della conoscenza, della vita e del mondo.
Mi succede con Pirandello la stessa cosa che mi succede con Pasolini, anche se sono due scrittori diversissimi tra di loro. Anche nel caso di Pasolini c’è in me questa compresenza di rispetto e rigetto, di considerazione e senso di mancanza. Sono di quegli scrittori per cui esistono solo due possibilità: prendere o lasciare. Io, sicuramente, prendo.








pubblicato da j.costantino nella rubrica scatola il 26 novembre 2020