«Ahí la tiene Maradona»

Tiziano Scarpa



«E lei?»
«Io?»
«Non ha mai venerato nessuno?»
«Intende miei colleghi?» disse Nereo Rossi.
«Della radio e della televisione, virtuosi della parlantina… Nel suo campo, o al limite anche in altre professioni».
«Mah… Tutti e nessuno. Non è l’uomo che ammiro, ma il momento. Lo stato di grazia. Passa il vento pentecostale, e la lingua s’infiamma. Ma sono brevi istanti».
«Per esempio?»
«Ce ne sono tanti. Non tantissimi, ma un po’ ce ne sono».
«Me ne dica uno. Il primo che le viene in mente», disse Nepomuceno Diaz.
«Le dico il secondo».
«Perché?»
«Il primo è troppo ovvio. Mi lasci pensare ancora un attimo».
«No, sentiamo il primo. Per curiosità mia».
«Le ho detto che è scontato», disse Nereo Rossi.
«Ma se è il primo che è venuto in mente a lei, un motivo ci sarà».
«Va bene. Questo me lo ricordo con precisione. Città del Messico, 22 giugno 1986. Le tredici e nove minuti, ora locale. In quel momento è soffiato il vento Paracleto, attraversando la persona di…»
«Victor Hugo Morales», disse Nepomuceno Diaz, orgoglioso di farsi trovare pronto.
I due uomini si misero a parlare all’unisono, con un tono impassibile, disossato, come se stessero recitando una preghiera a memoria: «La va a tocar para Diego. Ahí la tiene Maradona. Lo marcan dos. Pisa la pelota Maradona. Arranca por la derecha el genio del fútbol mundial, y deja el tercero y va a tocar para Burruchaga. Siempre Maradona. Genio. Genio. Genio. Ta-ta-ta-ta-ta-ta-ta. Y gol. Gol. Quiero llorar. Dios Santo, viva el fútbol. Golazo. Diegol. Maradona. Es para llorar, perdónenme. Maradona, en una corrida memorable, en la jugada de todos los tiempos. Barrilete cósmico, ¿de qué planeta viniste?, para dejar en el camino a tanto inglés, para que el país sea un puño apretado, gritando por Argentina. Argentina dos, Inglaterra cero. Diegol, Diegol, Diego Armando Maradona. Gracias Dios, por el fútbol, por Maradona, por estas lágrimas, por este Argentina dos, Inglaterra cero».
Rimasero in raccoglimento per quasi un minuto. Nepomuceno Diaz non osava fiatare; non spettava a lui spezzare il silenzio.
Alla fine Nereo Rossi parlò, con un tono spigliato: «È evidente che quel gol non l’ha segnato Maradona».
«No?»
«L’azione di Maradona è una mera conseguenza della telecronaca di Morales. È lui che l’ha sospinto da centrocampo fino in porta».
«Mi sembra, come dire…?, un’interpretazione un tantino tendenziosa».
«Ma è cosí. Provi a togliere l’audio. Riveda la sequenza muta. Non dice nulla. Non significa nulla. Una giocata riuscita abbastanza bene in una partita scapoli ammogliati».
«Be’, insomma», sbottò Nepomuceno Diaz. «Per molti è il piú bel gol di tutti i tempi».
«Non è convinto di quello che le ho detto?»
«Ci sento una punta di orgoglio professionale».
«Al contrario. Il nostro mestiere è spregevolmente parassitario. Lo ammetto, Maradona ha fatto un golletto niente male. E però, fare il telecronista e trovarsi per le mani un gol cosí… Facile infiammare gli animi in una partita dei mondiali, con il piú grande fuoriclasse di tutti i tempi, nel gol piú bello della storia del calcio, come peraltro l’onesto Morales ha rilevato all’istante, con una notevole presenza di spirito: questo bisogna riconoscerglielo… Ha colto al volo il capolavoro non appena si è manifestato… Ma i telecronisti sono pagati per far schiumare le parole anche nelle fasi di stanca; soprattutto durante quelle. Il virtuosismo sta nel rendere onore all’ordinaria amministrazione; trasformare il piombo in oro; far diventare avvincente la noia. Capisce? Noi non diamo tregua alla noia. La talloniamo, la incalziamo, la strattoniamo. La bracchiamo tutto il tempo; la cacciamo fuori dalla sua tana, la costringiamo a saltellare sulle punte; la pungoliamo con le nostre fiocine e baionette e zagaglie fatte di esclamazioni avverbi chiasmi strilli… Impediamo che la noia dilaghi nei cuori e li impregni d’angoscia. Facciamo ballare la morte».
«Oh diamine», disse Nepomuceno Diaz, che non si lasciava mai scappare una parolaccia. «È finita la batteria e non me ne sono accorto», aggiunse controllando il registratore digitale. «Non potremmo ripetere tutto?»








pubblicato da t.scarpa nella rubrica dal vivo il 25 novembre 2020