Su “La memoria dell’uguale” di Alfredo Zucchi

Salvatore Toscano



Di questo libro appena uscito, scritto da Alfredo Zucchi, mi piace tutto. Comincerei confessando il mio debole per l’editore che lo ha pubblicato, Alessandro Polidoro, che porta in libreria, con una veste grafica subito riconoscibile, decine di contemporanei italiani e stranieri da scoprire, insieme a classici da riscoprire. Segnalo per esempio I punti in cui scavare di Flavio Ignelzi, uno tra i più duttili e sensibili narratori di short story italiani.
Mi piace la copertina viola: un uomo fuma davanti a uno specchio che riflette non il mondo reale ma una specie di stilizzata fantasticheria a metà strada tra Lynch e Borges.
Ecco, mi piacciono i nomi che mi passano per la testa mentre sgrano poco alla volta questa raccolta di racconti dal titolo La memoria dell’uguale: Edgar Allan Poe e il suo discendente giapponese Edogawa Ranpo, Philip K. Dick e James Ballard, per l’appunto Jorge Luis Borges e David Lynch, Franz Kafka e Shirley Jackson. Non è una questione di prestigio, ma l’idea che tutti questi artisti convivano sotto lo stesso tetto nell’immaginario di un giovane autore italiano ‒ insieme a chissà quanti altri Alfredo Zucchi indicherebbe come riferimenti imprescindibili ‒ dà una rivitalizzante scarica di adrenalina.
Mi piace trovarmi fra le mani il secondo libro di un autore che mi ha fulminato con il suo esordio: sono davvero curioso di capire che direzione ha preso il trentasettenne che due anni fa ha pubblicato La bomba voyeur.
Mi piace lo sprezzo del pericolo, la disinvoltura con cui questo scrittore attraversa svariati generi letterari, teorie scientifiche, correnti filosofiche e sfide formali che in genere o fanno arretrare quelli che partono con grandi ambizioni ma si ritrovano a sbattere il muso contro i propri limiti, o incanalano i testi verso una fatale indigeribilità. Per riassumere questo punto: mi piace che Alfredo Zucchi pur inalberando sul collo una testa grossa così, pur essendo uno dei giovani più vecchi e saggi che io conosca, pur frequentando la letteratura con genuino rigore, non teme il divertimento e sa come rendere leggero persino l’osmio (che cazzo è l’osmio? Sembra si tratti del metallo più pesante che esiste in natura, l’ho appena scoperto nel tentativo di chiudere in bellezza la frase precedente).
Mi piace che ogni racconto abbia tutta l’aria di un’accorata apologia del mistero. La memoria dell’uguale ci addestra infatti ad accogliere l’insolito, a prendere confidenza con il bizzarro, ma non solo attraverso le modalità evasive della letteratura fantastica, perché in Alfredo Zucchi c’è un’attitudine cartesiana e mentre narra l’inusuale, l’inatteso, l’impossibile, ne fa materia di indagine filosofica. Il mistero viene quindi sottoposto alle sevizie della logica, alla scrupolosità del metodo scientifico. Anzi: spesso è proprio tra le smagliature dei nostri saperi più saldi che germoglia il mistero.
Mi piace questa specie di paradossale acrobazia: l’enigma viene elevato a elemento chiarificatore. Qui ammetto che mi sto addentrando in territori pericolosi, ma vorrei riuscire a spiegarmi lo stesso: in questi racconti c’è qualcosa che vibra, che risuona nel profondo. Non so come Alfredo ci riesca ma i significati, colti in flagrante nell’atto di occultarsi, si rivelano. Alcune frasi precipitano nelle zone più liquide del subconscio e allargano cerchi concentrici di comprensione, come sentenze estrapolate dai libri sapienziali, come aforismi sottratti a testi di teologia mistica. Faccio qualche esempio così sentiamo anche un’altra cosa che mi piace moltissimo: la voce di Alfredo Zucchi.

L’avventore è sacro poiché la sua azione è rigeneratrice...

Chi ha detto che gli opposti debbano per davvero opporsi?

...il mazzo di chiavi del nonno contava trentasei esemplari: quando il bambino, tre anni prima, riuscì a contarle tutte, pensò di essere arrivato ai confini del mondo.

La forma della memoria è la memoria stessa...

Il sogno non appartiene al sognatore; il sognatore è una sua funzione secondaria, ma non irrilevante.

Morì pieno di certezze.

...il dolore aggrega, la sua ostentazione cementa e ritualizza.

...sfidò il caso ad apparire e morì.

…io non moralizzo mai la natura.

…la legge nel macroscopico è sorda alle pur legittime istanze dell’ignoranza.

Volendo operare una drastica riduzione ‒ come si è sempre costretti a fare non appena si apre bocca...

Se fossi il demone di Maxwell, conoscerei tutte le variabili, sarei in grado di sciogliere il nodo dell’entropia e dell’irreversibilità del tempo, eviterei l’inevitabile.

...ero un agente microscopico sul bordo di un evento.

Pensai che la morte è una figura grossolana e inelegante.

...il caso non lesina mai le sue forze, non fa sconti, non discrimina; i suoi agenti sono neutri e imparziali come il corso di un fiume. Non c’è un uomo, una bestia o una pietra che non gli appartenga.

...il futuro è un’equazione la cui incognita è pura volontà...

Mi piace la perenne sensazione, quasi la vertigine, di ritrovarmi sotto l’influsso di una vastissima intelligenza compressa nello spazio minuscolo di nove racconti distribuiti su 126 pagine. Sto parlando di densità. Se infatti dovessi usare una sola parola per definire quest’opera ‒ che ha tanti altri piccoli e grandi meriti, che contiene decine di trovate narrative sorprendenti e approfondisce svariati temi dall’elevato spessore morale ‒ non avrei alcun dubbio, la parola sarebbe proprio “densità”: il libro di Alfredo Zucchi, per la grana della prosa e per la concentrazione di pensiero che ospita, è denso come, come (non può essere che stia succedendo di nuovo), come l’osmio...
Vorrei concludere citando la frase che mi è piaciuta di più e provando ad analizzare perché, anche se rischio di finire in territori ancora più complicati da esplorare. Ecco la frase:

Associava l’azzurro del cielo allo stupore del galleggiamento...

Ed ecco cosa è andata a smuovere dentro di me: quando ho imparato a fare il morto in acqua ero un bambino imbranato, sempre a disagio al cospetto di tutto e tutti. È probabile che ci siano volute diverse estati di fallimenti disastrosi, goffi tentativi per tirare fuori il coraggio di liberarmi del salvagente e dei braccioli, ma alla fine ce l’ho fatta: stavo dando la schiena al mare e avevo distese sconfinate di cielo negli occhi spalancati. Se quel bambino avesse saputo formulare un pensiero capace di riassumere l’esperienza che stava vivendo, avrebbe capito che era stato assoggettato alla sovranità dello stupore perché per la prima volta riusciva a stare a galla senza dimenarsi. E avrebbe pure percepito che dentro di lui, in qualche zona di norma inaccessibile, si stava piantando per sempre il binomio cielo-stupore.
Attraverso la letteratura possono crearsi connessioni impreviste tra la parola scritta e porzioni della nostra interiorità che la vita di tutti i giorni ci costringe a disattivare. La grande narrativa può risvegliare piccole scaglie dell’io ormai in disuso.
Con La memoria dell’uguale, grazie a una singola frase, ho fatto un viaggio nel tempo lungo più di trent’anni, sono ripiombato nell’abitacolo del mio corpo bambino disteso sull’acqua, per godermi la seconda occasione di vivere per la prima volta lo stupore del galleggiamento. C’ero io solo a fare da tramite fra mare e cielo. Stavolta però avevo con me una formula magica imparata da Alfredo Zucchi, conoscevo le parole esatte per acchiappare il senso nascosto nelle pieghe del presente.

Associava l’azzurro del cielo allo stupore del galleggiamento...








pubblicato da j.costantino nella rubrica libri il 22 novembre 2020