Non torneremo alla normalità perché la normalità era il problema: appunti per una Dionysos renaissance

Piera Ghisu



Frame di {Mamba Negra - The Sound and Fury of Sâo Paolo} di Matteo Mannu e Alessio Ortu

Einmal lebt ich wie Götter!
Avrò vissuto un giorno come gli Dèi!

F. Hölderlin, Alle Parche

Non tutti sappiamo scrivere poesie nella follia. Uno come Hölderlin ne fu capace, muovendosi in costante bilico lungo l’argine del fiume con la penna in mano, fino a quando gli fu permesso, fino alla reclusione nella torre di Herr Zimmer a Tubinga.

È difficile partorire sul precipizio, è difficile anche solo starci, ma questo preciso momento storico, quello in cui scrivo e nel quale mi leggete, lo può insegnare. Per i più, probabilmente, è una condizione nuova, in pochi possono dire di avere attraversato una rivoluzione, di aver avuto modo di trovarsi in circostanze così tanto precarie, e su molteplici aspetti: sociali, lavorativi, sanitari. C’è comunque chi è arrivato più allenato a tali frangenti, più preparato. Chi invece deve fare i conti all’improvviso con un totale stravolgimento delle proprie condizioni di vita, delle proprie idee e certezze, perché ciò che sembrava incrollabile cede, sotto la spinta di forze storiche incontrollabili. Possiamo dunque aggrapparci a qualcosa in durftiger Zeit?

Vediamo. Com’è noto, e parrebbe in modo sempre più radicale, il razionalismo di cui siamo figli, quello di matrice dualistica e cartesiana, dal quale presero vita illuminismo, positivismo, e da cui essenzialmente deriva ogni visione del mondo che metta al centro e alla base la cieca fiducia nel sapere, nella scienza e nel progresso scientifico, si contrappone senza appello ne’ gradi ai misteri insondabili, a tutto ciò che appartiene alla sfera dell’irrazionale, a tutto ciò che non è oggettivamente quantificabile. Considerando più attentamente la prospettiva dualistica, che trova nella logica booleana e nei sistemi binari la sua più affascinante, raffinata rappresentazione e applicazione, avremmo a ben pensarci un indubbio vantaggio: se ciò che si credeva giusto si rivela sbagliato, se crolla tutto quel che si pensava solido, c’è pur sempre l’altra metà che regge, proprio perché non si era in principio mischiata con la parte presupposta inizialmente come vera, diventata nel tempo canone, certezza. Vale la pena dunque, intanto che si tenta di ricostruire l’edificio crollato, dare uno sguardo a quello che è rimasto in piedi, cercando di capire se possiamo utilizzarlo in questi tempi di magra. Quello che forse avrebbe fatto Pascal (da buon logico) scoprendo di aver perso la sua scommessa. Quello che succede se abbiamo un solo ponte per attraversare il burrone.

Percorrendo questa strada nuova e misteriosa, potremmo scoprire che ciò che sembrava da principio un luogo terrificante e inospitale, perché ignoto e (quindi) non misurabile, ha conservato intatto, potremmo dire più intatto, ogni principio vitale; lo ha custodito, preservato, protetto, reso la propria decussis, principio fondante. Senza spiegazioni, senza luci diurne, senza pretese di normalità, ma piuttosto all’ombra, in una notte perenne e piena di stelle, la stessa che inquietava il razionalissimo Kant, riempiendolo però di meraviglia.

Meraviglie nell’oscurità, meraviglie del e nell’offuscamento: ecco a cosa potremmo aggrapparci. Potremmo cosi allenare i nostri sensi e non solo la nostra testa a percepire un mondo diverso in modo diverso. Fortunatamente ci sono diversi modi di farlo, a ciascuno rimane il compito di trovare il proprio o i propri. Come si diceva più su, c’è chi ha già cominciato, ma non si tema: le vecchie abitudini si possono sempre abbandonare, in qualsiasi momento, soprattutto quando non si hanno molte alternative, e ostinarsi a pensare gli stessi pensieri non serve a nulla. Una normalità in cui credere, in fondo si può solo supporre, no?

Per affrontare questo cammino, nella fase iniziale, per andar per gradi, potremmo rifugiarci tra le braccia di maestri più o meno antichi, che senza essere rapiti irrevocabilmente dalla follia (o prima di esserlo, come Nietzsche o esser bruciati vivi, come Bruno) hanno teorizzato l’importanza di non trascurare il proprio lato più terreno, e la necessità di occuparsene adeguatamente in quanto parte di un’unità, configuratasi nel tempo come il presupposto teorico più solido per schivare i pericoli dell’iperrazionalismo e del suo contrario, e non solo per spiegare il mondo.

Oppure potremmo provare a esplorare la realtà che siamo e ci circonda in modo più autonomo, mantenendo uno sguardo curioso, aperto e vigile; sguardo sul presente che si svolge e nel quale siamo coinvolti, atteggiamento estetico che si realizza anche attraverso immagini e simboli del passato, antropologicamente fondati e ancora attivi, come gli engrammi. Formulati da Richard Semon, allievo di Hering, e ripresi da Aby Warburg che ne ha fatto la base per le sue pathosformeln, gli engrammi sono le tracce delle emozioni più intense, quelle che permangono nella memoria.

Vaclav Nižinskij in "Il pomeriggio del fauno" (1912)

Scrive Warburg:

Sono soprattutto le ondate di entusiasmo religioso nel rituale primitivo e la frenesia dionisiaca a cristallizzarsi simbolicamente in engrammi di durevole significato, ma gli engrammi o simboli sono dotati di una carica neutra e solo in contatto con al volontà selettiva di un’epoca la carica si polarizza in una delle interpretazioni che contiene allo stato potenziale.

Percorrendo questa seconda via, più percettiva che teorica, sarà facile incontrare uno dei simboli più antichi della nostra cultura: Dioniso Zagreo, il dio nato due volte, il dio del vino e delle feste, il sopravvissuto rimasto nascosto nelle nostre vite per invitarci alla comunione con la natura selvaggia, la riscoperta della quale ci potrà reintegrare nell’ordine del mondo. Lungi dall’essere fughe, le esperienze dionisiache che si possono vivere con la pratica del vino, del ballo, dell’ascolto musicale, ci consentono di esplicitare la nostra più completa identità, il nostro sentire profondo, avvicinandoci all’idea di unità necessaria e primigenia che ritorna come eco nelle vicende estetiche e percettive.

Come scrive Giorgio Colli ne La sapienza greca:

Dioniso nasce da un’occhiata su tutta la vita: come si può guardare assieme tutta la vita? Questa è la tracotanza del conoscere: se si vive si è dentro a una certa vita, ma voler essere dentro a tutta la vita assieme, ecco questo suscita Dioniso, come dio onde sorge la sapienza.

Per questa invincibile ragione l’engramma di Dioniso è ancora attivo. E il suo spettro si aggira per il mondo, carico di nuovi significati, e pronto a tutto.

Vaclav Nižinskij in "Il pomeriggio del fauno" (1912)

Lo spettro di Dioniso nell’underground di San Paolo

Ciò che c’è di anormale nella vita è in normale rapporto con l’arte. È la sola cosa nella vita che sia in normale rapporto con l’arte.
Oscar Wilde, A Few Maxims for the Instruction of the Over–Educated

Di fronte a ciò che mai tramonta, chi potrebbe nascondersi?
Eraclito fr. 16

Nei mesi scorsi sono successe due cose significative per il nostro discorso: la prima è la pubblicazione, per i tipi di Mimesis, di un bel volume dedicato proprio alla divinità in questione, Lo spettro di Dioniso nell’underground. Prolegomeni a una trance contemporanea, di Matteo Colombani. Un libro che riesce a collocare la musica techno, e in particolare i rave parties illegali, in una cornice teorica finalmente libera da condizionamenti imbarazzanti, dando a questa fondamentale esperienza culturale degli ultimi decenni una lettura profonda e articolata:

Sono diverse le analogie che si potrebbero rintracciare tra i rave party e i culti dionisiaci; analogie costruite sull’affinità dei campi di realtà a cui entrambe le esperienze afferiscono (corrispondenti ai domini sui quali Dioniso, nell’antichità, esercitava una signoria) e rispetto alle quali è possibile registrare un’invariante nel linguaggio del corpo che in esse prende forma: un registro espressivo costruito sulla dinamicità dei movimenti, sostenuto dai ritmi ossessivi e ripetitivi della musica, deputato alla trasformazione dello stato ordinario del soggetto mediante la sospensione delle categorie di potere incorporate nell’individuazione.

Colombani divide il libro in quattro capitoli, ponendo come base della sua opera l’elemento dionisiaco e la sua evoluzione nel tempo, attraverso le crepe che è riuscito a rintracciare nel sistema, riproducendosi deleuzianamente come un rizoma. Le crepe più profonde sono quelle dei capannoni industriali abbandonati, cadaveri architettonici di un capitalismo migrato altrove, nuovi templi per nuovi riti, nuove forme di trance che hanno però radici lontane: non solo nella mania greca, ma anche nel vodu haitiano, nel candomble’ brasiliano, cosi come nella taranta del Meridione. Un universalismo articolato che, come scrive l’autore citando Gilberto Camilla, si riconnette a un naturale impulso all’estasi dell’uomo, variamente traducibile in liturgie e pratiche: dal vino al rave, potremmo dire, il passo è breve.

Un universalismo che nel caso dei rave techno si esprime attraverso la libertà espressiva dei corpi all’interno di eterotopie in cui non esiste più una dimensione temporale rigidamente scandita, e nemmeno le consuete norme di vita, che se da una parte rendono possibile la convivenza civile, dall’altra sottintendono obiettivi di potere.

In quanto esperienza essenzialmente cultuale, l’eterotopia del rave rimane uno dei pochi spazi del tessuto sociale in cui non si verifica una messa a profitto dei corpi, della danza, della musica, del tempo libero: citando Foucault, Colombani aggancia le sue tesi agli aspetti comunitari, sociali, egualitaristi dell’universo in cui si muovono i raver, un mondo in cui però le turbolenze non sono necessariamente pacificate dalle sostanze psicotrope, come nelle visioni di Huxley o in quelle genericamente connettibili all’attuale Rinascimento psichedelico, ma possono essere (e spesso sono) manifestazioni deformi, dissonanti, perturbanti, soprattutto sotto cassa.

Il secondo accadimento, di sicuro connesso o connettibile a questa prospettiva, è l’uscita di un piccolo e prezioso documentario, Mamba Negra - The Sound and Fury of Sâo Paolo, di Matteo Mannu e Alessio Ortu: 20 minuti dietro le quinte delle feste organizzate dal collettivo paulista Mamba Negra, fondato sette anni fa da Laura Diaz e Carol Schutzer, composto per la maggioranza da attivisti e musicisti del mondo LGBT, come Teto Preto. Oltre alla ricetta piuttosto tipica del club, che prevede musica elettronica e contenuti performativi, i Mamba Negra sono veri e propri agitatori culturali, animatori di vibranti proteste, in contrapposizione al governo ultraconservatore del presidente in carica.

Il documentario, presente nelle selezioni ufficiali dei festival San Francisco ISF, Doc’n Roll short, Cinema queer, mostra come nascono e si svolgono le feste di quella deep San Paolo che altrimenti rimarrebbe confinata nella narrazione semplicemente brutale di un underground brasiliano tutto sballo e disfattismo, o nella non narrazione di eventi spesso illegali e per questo da tenere necessariamente dentro l’armadio, come scheletri. La volontà di uscire allo scoperto da parte dei Mamba Negra, è stata determinata dal fatto che si tratta di uno stare al mondo anzitutto politico il loro, come ben evidenziato da Ortu e Mannu: Mamba Negra è una zona franca nella quale poter esprimere liberamente la propria creatività, la propria identità sessuale, la propria rabbia. E se tutto questo non desta in noi gran scalpore, o se tutto questo può non sembrare un gesto di rottura esplicita e forte con il potere, ricordiamoci chi è Jair Bolsonaro e cosa ha fatto in questi anni di presidenza per cercare di affossare ogni minoranza e ogni espressione di pluralità culturale.

Vaclav Nižinskij in "Il pomeriggio del fauno" (1912)

Il documentario ci consente inoltre di riflettere su come si sia evoluta nel tempo l’estetica camp: seguendo tale percorso si potrà parallelamente individuare quelle che sono evidentemente le nuove rotte scelte da Dioniso. Il camp, quel tipo preciso di mascheramento kitsch indagato per la prima volta da Susan Sontag in una serie di note, contenute in una delle sue opere più significative, Contro l’Interpretazione, non aveva allora (sono gli anni sessanta) tra le sue caratteristiche quella di esprimere contenuti politici, come si intende nella nota numero due, che dice:

Mettere in rilievo lo stile significa trascurare il contenuto o introdurre un atteggiamento neutrale nei confronti del contenuto. Ovviamente la sensibilità Camp è disimpegnata e spoliticizzata, o perlomeno apolitica.

Da un iniziale disinteresse, slegamento, dall’impegno civile, è a partire dagli anni post AIDS e alle teorizzazioni di Judith Butler sul queer (il suo Gender Trouble è del 1990) che il dionisiaco modifica il suo volto, indossando la maschera della sovversione e della lotta, assumendo connotazioni fortemente politiche, che partono dal rifiuto del buon gusto e del buon senso per arrivare a sfidare l’ordine costituito, imposto ormai da tempo con maglie troppo strette. Guarda caso sono gli stessi anni in cui il capitalismo assiste al crollo del nemico sovietico, e nasce e si diffonde in Europa la musica techno, un linguaggio che come evidenziato bene nel libro di Colombani, più di altri riuscirà a esprimere da allora in poi una critica ferocissima del presente; un’avversione che a San Paolo forse più che in altri posti necessita di venir fuori, e che proprio qui si viene a mischiare all’attitudine potremmo dire costituzionale e antropologica dei brasiliani per i riti, la musica e la danza, per le maieutiche sciamaniche, per gli stati di trance: per la faccia più classica del dionisiaco.

Tutto questo emerge chiaramente, e in tutta la sua potenza, in Mamba negra, che rivela al contempo una sensibilità spiccata degli autori per tutto ciò che è irregolare, disturbante, che mette in gioco le nostre certezze e fa i conti con l’elemento notturno.

In conclusione, cercare di frequentare le parti meno allineate di noi stessi, attraverso la frenesia di un ballo, o un travestimento estremo, non vuol dire necessariamente rifugiarvisi dentro senza venirne mai fuori, non vuol dire perdersi in mondi vuoti e pericolosamente disimpegnati; vuol dire al contrario non chiudere la porta al dionisiaco, a quell’elemento vitale, essenziale, potente; e farlo in maniera consapevole, consci del fatto che riconciliarsi con una parte importante di se’ e del mondo ha una fortissima valenza sociale e politica, aggiungerà un senso più completo al nostro agire, o meglio al nostro lasciarci andare, certi che al nostro fianco avremo un formidabile alleato, capace di nascere due volte. Di sopravvivere.

Frame di {Mamba Negra - The Sound and Fury of Sâo Paolo} di Matteo Mannu e Alessio Ortu








pubblicato da j.costantino nella rubrica in teoria il 21 novembre 2020