Le lucciole e le lanterne

Giovanni Giovannetti



L’inchiesta spezzata di Simona Zecchi (Ponte alle Grazie, 2020) ha l’indubbio merito di provare a dare un nome (quello dell’ordinovista padovano Giovanni Ventura) al latore del dossier sul «notabile democristiano» inviato a Pasolini qualche giorno prima della sua morte. Lo scrittore ne accenna all’amico segretario Dario Bellezza, ma tra le sue carte questo dossier non è stato ritrovato. Tuttavia L’inchiesta spezzata ha lo speculare limite di promettere ciò che alla fine non mantiene, ovvero la verità «definitiva, finale» sul movente della morte violenta di Pasolini.

Secondo Zecchi, l’essere stato messo a parte di questo dossier rappresenta il «movente vero» del massacro (p. 14), l’esca con cui Ventura attira «a sé lo scrittore consegnandolo nelle mani di emissari e assassini» (p. 119), «il documento che ne ha determinato la morte» (p. 329). L’autrice ipotizza anche «collegamenti fra queste vicende e le bombe della tensione» (p. 256).

Va da sé che il presupposto di una tanto articolata macchinazione è che il solo Pasolini fosse a conoscenza di tali scottanti maneggi, e per questo motivo andasse eliminato. Ma così non pare. Ed è proprio l’autrice a “confessarlo” là dove (p. 300) lei stessa riproduce un foglio dal titolo “Promemoria Tonino. 16 ottobre 1975”, ovvero un promemoria dell’incarcerato Ventura all’amico editore Antonio Pellicani sui passi da compiere per farlo uscire di galera (dal 1972 Ventura è agli arresti, accusato di vari crimini tra cui la strage milanese di piazza Fontana). Accanto a Pasolini, in questo foglio l’ordinovista padovano enumera infatti altri giornalisti a cui rivolgersi: cita Pino Nicotri di “Espresso”, cita Andrea Barberi di “Paese Sera”, cita Marco Nese del “Mondo”, e con loro un “Dante” non meglio precisato (Dante Matelli?). Tutti giornalisti «con cui Ventura entra in contatto» (p. 299) a cui aggiungeremo quanto meno Ibio Paolucci de “l’Unità” e Massimo Caprara di “Tempo”: anche loro, scrive Zecchi (alle pp. 253 e 279), avrebbero ricevuto il dossier di Ventura.

Caro amico ti scrivo...

Il bombarolo nero si era già rivolto a Pasolini. Dal marzo 1975 in poi, dalla sua cella nel carcere di Bari lo stragista gli scrive varie lettere; e nei giorni del pasoliniano “processo alla Dc” prova a lusingarlo offrendo, a lui come ad altri, un dossier al veleno che parte da lontano, dal dirottamento e privatizzazione degli alimenti del piano Marshall (quelli andati a ingrassare Vaticano e democristiani e non gli indigenti) fino all’importazione illegale di burro e zucchero dalla Cee da parte del Vaticano («Assisi. Che ti sembra? La denuncia va bene?», scrive a Tonino).

Un mercanteggiamento che, stando al dossier Assisi. Uno scandalo di regime di Ventura, vede la Pontificia Opera Assistenza (Poa) in sodale e ripetuto intrallazzo con società private come la Molini Biondi, presieduta da Marcantonio Pacelli (nipote di papa Pio XII), o la Società anonima Molini e Pastifici Napoli (Somopan).

E questo è il punto: stando alle fonti dell’autrice meritoriamente intenta a ricostruire i contenuti del dossier desaparecido, la Somopan ruoterebbe nell’orbita dell’ex ministro all’Agricoltura ed ex premier Mariano Rumor. Quel “traditore” che, dopo piazza Fontana, Ordine nuovo vorrebbe eliminare. Colui su cui Ventura prova a premere per uscire di galera.

Lo scandalo è di per sé grave ma – a parte Rumor – per niente ignoto. Su di esso si era dilungato fra gli altri Carlo Falconi il 4 ottobre 1958 dalle pagine del periodico comunista “Vie nuove”, approfondendo un articolo uscito quattro giorni prima sull’“Unità”. Come scrive Falconi, «la gravità delle rivelazioni derivava dall’essere quella farina destinata dal Governo degli Stati Uniti ai poveri e alle istituzioni assistenziali italiane, con divieto assoluto di vendita o di scambio». Invece è poi accaduto che la farina in questione abbia dato modo a costoro di lucrare per qualche tempo cifre considerevoli. Si aggiunga che in dieci anni di onorato intrallazzo la Poa ha ottenuto dal Governo italiano fondi quantificabili in 33 milioni di dollari.

E siamo agli anni Sessanta-Settanta, siamo al contrabbando vaticano del burro che, sottratto ai dazi doganali, preti e suore acquistano in Austria e in Germania a 310 lire al chilo e rivendono in Italia a un prezzo di quasi sei volte tanto! Anche qui nulla di inedito: nell’ottobre 1970 questo scandalo era stato pubblicamente sollevato al parlamento europeo dal deputato laburista olandese Henk Vredeling. E, a differenza di Pasolini, Vredeling morrà ultraottantenne di una implacabile malattia: la vecchiaia.

Davvero il dossier sullo scandalo “Assisi” scritto a scopo di ricatto dall’inaffidabile Ventura, come Zecchi scrive a pagina 21 «avrebbe potuto, se rivelato, assestare un violento scossone al Paese»? Massimo Caprara e Orazio Barrese tratteranno nuovamente l’argomento in L’Anonima Dc (Feltrinelli, 1977), senza sortire effetto alcuno...

Davvero è Rumor il notabile democristiano di cui scrive Dario Bellezza? Ne Il poeta assassinato (Marsilio, 1996), l’amico e segretario di Pasolini ne traccia l’identikit: il potente democristiano era «amico dei neofascisti e della polizia» nonché, si scoprirà, il referente politico di Gladio. Lo ripetiamo: è davvero Rumor?

Quanti dossier può aver ricevuto Pasolini? Comunque sia, quando Bellezza domanda allo scrittore che uso pensasse di farne, Pasolini risponde che non intende prestarsi a questi giochi. E tanto meno a questi giochi si sono prestati i valenti Nicotri, Barberi, Nese e Paolucci. Né a Ventura, intento a lanciare messaggi, presteranno orecchio altri, politici e giornalisti, a cui i sodali del filo-stragista hanno fatto avere questo dossier.

In conclusione – posto che la morte di Pasolini non ha bagnato di lacrime i fazzoletti dei monsignori, né quelli di fascisti, di Servizi e di amici degli amici – non resta che domandarsi per quali vie il massacro dell’idroscalo di Ostia entri in risonanza con il fantomatico dossier Assisi-Rumor. L’inchiesta spezzata, questa confusa selva di blandi indizi spacciati per prove, non lo dice.

Matita rossa

Sul resto del libro non vi è motivo di darsi pena. E dunque non ci dilungheremo sulle molte imprecisioni: «giudice Calogero Stiz di Treviso» citato a pagina 34 (due al prezzo di uno: i magistrati Pietro Calogero e Giancarlo Stiz); e tanto meno sullo scambio di persona che in esso si compie tra Paul Getty e Paul Getty jr., cioè tra il potente nonno e il nipote (a p. 312).

Così come eviteremo di puntualizzare che il discorso tenuto dal presidente di Montedison Eugenio Cefis ai cadetti dell’Accademia militare di Modena è uno solo, il 23 febbraio 1972, e non più d’uno, come invece l’autrice instancabilmente ripete alle pagine 82, 83, 296, 297 e 333.

Si rileva poi (ma è affare di poco conto) che la tavola rotonda sull’incompiuto romanzo di Pasolini Petrolio, a cui interviene Walter Siti (p. 86), si è tenuta a Pisa e non a Parigi, come invece scrive Zecchi. Rimanendo a Petrolio, a pagina 62 la studiosa giudica poi «senza fondamento fattuale» accostare i boss della Magliana Franco Giuseppucci e Giovanni Girlando a Il Negro e il Roscio (è il titolo che nell’incompiuto romanzo Pasolini ha dato all’Appunto 52b). È pur vero che sono soprannomi assai comuni, ma quel loro accostamento nel titolo a noi pare quanto meno curioso.

Secondo l’autrice, «Negli ultimi tempi Pasolini aveva scelto consapevolmente il linguaggio e il metodo giornalistico sacrificando quello letterario e poetico» (p. 20). E film come Salò? E romanzi come Petrolio? In Petrolio – basti questo esempio – Pasolini compie una «immaginosa e metaforica discesa agli inferi» con pagine di rara bellezza in forma di «visioni». Anche quando scrive sul “Corriere” lo scrittore non dimentica di essere uno scrittore. Ma proseguiamo.

A pagina 94 Zecchi afferma d’esser stata la prima a scrivere del sabotaggio, nel 1975, alla centralina Sip di via Eufrate all’Eur, dove per l’appunto risiedeva Pasolini. Non resta che segnalare alla puntigliosa autrice un articolo (titolo: Tre falsi agenti hanno fatto saltare una centrale della Sip) apparso il 5 novembre 1975 su “L’Unità”.

E sarà pur questione di dettagli, ma laconicamente si ricorda che l’anno in cui Pasolini viene allontanato dal Partito comunista è il 1949, subito dopo i fatti di Ramuscello, non il 1948, come invece si legge a pagina 112.

Altro dettaglio: uno dei «mammasantissima della Dc (Andreotti, Tanassi, Rumor)» citati a pagina 146, quel Mario Tanassi, era... socialdemocratico.

Arrivati a pagina 280, l’autrice informa che i legami tra Paolo VI e Michele Sindona (il finanziere mafioso e piduista) «risalgono proprio al 1969». Si ha motivo di segnalare che il rapporto tra i due data quanto meno a dieci anni prima, a quando Sindona è il consulente finanziario di molti vip milanesi, e tra loro c’è l’arcivescovo ambrosiano Giovan Battista Montini, il futuro Paolo VI.

Scrive Zecchi (p. 294): «...chi è collegato al piano stragista è Attilio Monti, non Cefis». Può essere. Ma se la studiosa avesse letto le carte del giudice Carlo Mastelloni su Argo 16 (o quelle del processo De Mauro di Palermo), lì dentro avrebbe trovato traccia degli ipotetici finanziamenti di Eugenio Cefis ai fautori del golpe Borghese, notoriamente legato allo stragismo, tanto che sin dal 1973 ne aveva scritto Guido Giannettini (l’agente Z detto anche “fonte Guido” del Sid) all’ufficiale dei Servizi Antonio Labruna: «...non è escluso che Borghese abbia trovato a quel tempo anche finanziamenti presso Cefis (Eni?) e Monti», scrive Giannettini.

Matita blu

Proseguiamo. Alle pagine 311-312 si legge che nel 1928 Attilio Monti «diventa sub-agente Agip per la provincia, quando a guidare quello che sarà il futuro colosso statale Eni sono già Enrico Mattei e in maniera più defilata Eugenio Cefis». Cefis e Mattei alla guida dell’Agip già nel 1928? A quella data, il piccolo Eugenio siede sui banchi della seconda elementare, e Mattei, ventiduenne neo-ragioniere, ha da poco appeso la tuta di operaio in una fabbrica di Matelica...

Pagina 367. Secondo Zecchi la loggia massonica Propaganda 2 (P2) nasce nel 1975. Le sarebbe bastato cliccare sulla voce “P2” di Wikipedia per apprendere che «Il 15 giugno 1970, Lino Salvini (succeduto da poco a Giordano Gamberini come Gran maestro del Grande Oriente d’Italia, delegò a Gelli la gestione della loggia P2, conferendogli la facoltà di iniziare nuovi iscritti». E qualche anno prima, in una lettera dell’11 agosto 1966 a Gamberini, il suo vice Roberto Ascarelli propone di cooptare Licio Gelli «alla Hod». E la Hod, preciserà Gamberini al giudice romano Ernesto Cudillo, «altro non era che la P2». Di più: Roberto Fabiani nel suo pionieristico I Massoni in Italia data al 1973 la parziale fusione tra la loggia P2 e quella di Giustizia e Libertà (la potente loggia coperta di Piazza del Gesù a cui aderivano i Cefis, i Sindona, i Carli, i Cuccia...) Può bastare, senza però dimenticare il coinvolgimento della P2 nel golpe Borghese (1970) o nella strage del treno Italicus (1974).








pubblicato da g.giovannetti nella rubrica appello pasolini il 17 novembre 2020