Ci serve un Don Chisciotte per reinventare la nostra vita

Antonio Moresco



Ripubblichiamo il testo di Antonio Moresco apparso sul quotidiano "Il Domani" lunedì 9 novembre 2020.

Mi stanno succedendo cose che credevo non mi sarebbero mai successe. Per esempio:
- di finire sulla copertina di un mio libro, con un cappello piumato in testa e un’espressione idiota e folle,
- di vivere randagio qua e là, come quando ero ragazzo, di dovermi trovare un posto stabile dove vivere, di dover mettere su casa, come se avessi vent’anni, trent’anni (e invece ne ho 100!),
- di cadere nell’amore.

Ma adesso, per partire dalla fotografia con la faccia da scemo, mi domando: “Come è potuta succedere una cosa simile, a questo punto della mia vita, all’autore di Canti del caos?” Potrei rispondere, in generale, che c’è chi invecchiando rinsavisce, mette la testa a posto, e chi invece scavalca le colonne d’Ercole e diventa ancora più folle. Io, evidentemente, faccio parte della seconda categoria. Ho bisogno, ho desiderio di stare sempre in una zona di sconfinamento e di rischio, di non attestarmi come scrittore su ciò che ho già fatto e ho imparato a fare, ma di cercare sempre nuove strade, nelle piccole cose come nelle grandi, di continuare a cantare sempre nuovi canti del caos. Un po’ di decenni fa sono state elaborate raffinate teorie letterarie sulle cosiddette “Opere tarde”, cioè un certo tipo di opere con caratteristiche specifiche che contraddistinguerebbero quelle prodotte nell’ultima fase di vita degli scrittori. Che poi non è vero per tutti, per certi è vero e per certi no. I fratelli Karamazov, per esempio, anche se è l’ultima opera di Dostoevskij, non rientra nei criteri dell’opera tarda, ma è il gesto di uno scrittore che sta continuando a gettarsi in avanti, tutto intero, corpo e anima, carne e mente. E questa teoria non è sostenibile neanche per alcuni grandi pittori. Rembrandt, per esempio, raggiunge proprio nelle sue opere finali i vertici della sua arte, del suo sentimento e del suo pensiero espressi attraverso il pigmento colorato. E così Goya… Per quanto mi riguarda e per quello che può valere, potete aspettarle un pezzo le mie opere tarde! Voi non sapete cosa sta bollendo nella mia pentola! Ve ne accorgerete!
Però a questo punto, per rispondere in modo circostanziato alla domanda che mi sono posto all’inizio, devo fare un passo indietro e raccontare quello che è successo prima di arrivare a questo mio ultimo libro, e alla mia fotografia con la faccia da scemo sulla sua copertina.
Qualche anno fa ho girato come attore-non attore un film tratto da La lucina (altra cosa che non immaginavo neanche lontanamente mi sarebbe successa). Alla fine delle riprese, mentre stavo partendo con la corriera, uno dei due registi (Jonny Costantino) mi ha detto a bruciapelo che gli sarebbe piaciuto girare un film su Don Chisciotte con me come protagonista. Tralascio di elencare i gesti, gli insulti triviali, le parole oscene che gli ho rivolto, che non è il caso di trascrivere qui. Perché il film che avevo appena girato era stato per me una prova difficile - a livello psicologico ma anche fisico - ero stato male, eravamo in pieno inverno, c’era molto freddo nel posto dove ci trovavamo, in Basilicata, di notte dormivo in un ex garage freddo e senza finestre che dava su un vicolo, in un letto gelato, giravo le scene con la febbre, imbottito di antibiotici, certi giorni dovevamo guadare con gli stivaloni di gomma un torrente turbinoso gonfiato dalle recenti piogge, per arrivare in una cascina diroccata dove c’era uno dei set, e l’acqua era così alta che entrava negli stivaloni, lavoravamo per tutta la mattina con le calze e i piedi fradici ecc ecc... Insomma, avevo già dato.
Ma alla fine ho accettato. Perché amo sopra ogni altro questo libro di visione e pensiero. Però non volevo fare un Don Chisciotte accademico che lotta contro i mulini a vento, e allora mi sono inventato un Don Chisciotte scaraventato nel nostro tempo e l’ho completamente incarnato. Stando così le cose, non potevo che metterci anche la faccia.
Così è nata dentro di me la storia da cui ha preso le mosse il romanzo intitolato Chisciotte, che è appena uscito da SEM. Vi si racconta la vicenda di un Chisciotte rinchiuso in un ospedale psichiatrico che è molto simile al mondo in cui stiamo vivendo, dove, al posto dei cavalieri e dei libri di cavalleria che fanno impazzire il nostro eroe triste si aggirano i suoi (miei) scrittori e poeti amati, monache musiciste, avventurieri e insorti, come un piccolo popolo irriducibile, inattuale e prefigurativo.
È un libro che porta fino alle sue estreme conseguenze la nostra condizione attuale, basso e comico fino al pecoreccio, epico e tragico fino al sublime, in cui si ride e si piange, come nella vita. Da questa vicenda vorremmo che in futuro nascesse un film. Ma un film ardimentoso, girato in un clima di follia, divertimento scatenato, commozione e fervore.

Così, in questi tempi cupi, in cui stiamo vivendo sotto la cappa della paura, e in attesa che si faccia avanti un produttore che capisca il senso di questa sfida e che ne veda gli sviluppi e i possibili frutti, abbiamo cominciato a fantasticare come potrebbe essere questo film e chi potrebbero essere le persone che lo interpretano, più altre ancora che si potrebbero aggiungere via via e che ci potremmo ancora inventare.
Prima di tutto abbiamo pensato di coinvolgere persone conosciute e amici che lavorano in vari campi, scrittori, poeti, pittori, attori, star televisive, filosofi, ragazzi precari e dai mille mestieri, camminatori… perché vorremmo che ne venisse fuori anche il ritratto di un’epoca attraverso alcuni dei suoi volti noti e meno noti, facce e corpi che ne portano l’impronta fisica e spirituale.
E allora, per divertimento, vorrei raccontare qui quale ci piacerebbe fosse il cast di questo futuro film, passando in rassegna alcuni nomi delle tante persone che hanno già accettato generosamente di farvi parte:
Don Chisciotte: io, maledizione!
Sancio. Non lo abbiamo ancora trovato e lanceremo un bando per cercarlo, facendo molti provini fino a che non avremo scovato quello giusto. Perché, se sbagliamo Sancio, sbagliamo il film, e anche perché non ci convincono i Sancio dei precedenti film dedicati a Don Chisciotte. Perché − nella nostra libertà − vorremmo in questo caso essere molto fedeli all’idea che Cervantes aveva di Sancio, che non è un quasi coetaneo del suo padrone (come si è visto finora nei film dedicati al cavaliere dalla triste figura, da quello di Orson Welles a quello di Franco e Ciccio), ma un ragazzo, un giovane contadino del Seicento. E perché questo scarto non solo mentale e sociale ma anche biologico e generazionale è all’origine anche della sua irresistibile vitalità e sfrontatezza. Perciò vorremmo, al posto del giovane contadino di allora, un ragazzo di oggi, tamarro, panciuto, con i jeans a vita bassa da cui spuntano ciuffi di peli pubici e il solco peloso tra le natiche, con i capelli rasati sulla nuca e ai lati della testa e quella specie di tappetino ricciuto al centro, con un bel po’ di tatuaggi e piercing.
Dulcinea. Ho reinventato e ampliato completamente questo personaggio, perché non mi bastava mostrarlo nella sua sola funzione caricaturale ma volevo innalzarlo a nuovo emblema e renderlo portatore di una femminile trascendenza e potenza. Lo immaginiamo interpretato dalla pornostar Valentina Nappi. Perché? Lo so cosa state pensando, ma non è detto che ci abbiate azzeccato. Ci sarà una sorpresa anche in questo. Quale? Preferisco lasciarvi a bocca asciutta. Se leggerete questo romanzo, lo capirete.
Il primario dell’ospedale in cui è rinchiuso Chisciotte. Walter Siti, anche se non è fisicamente identico al personaggio che ho immaginato nel romanzo. Però questo primario ha una grande altalena nel suo ufficio e su questa altalena ogni tanto si dondola, e una volta chiede addirittura a un riottoso Don Chisciotte di spingerlo, e intanto, mentre sale e scende avvolto nel suo lungo camice bianco e con espressione beata, dà a Chisciotte questo consiglio: “Faccia come me… Non lo vede com’è fatto il mondo? Bisogna prendere le cose così come sono, alla leggera, dondolare, dondolare… un po’ di qua e un po’ di là, un po’ di su e un po’ di giù… Dondolare, dondolare, non c’è nient’altro… non l’ha ancora capito?” Ecco… io mi sono immaginato Walter su questa altalena e lui è stato abbastanza coraggioso da accettare.
E poi Tiziano Scarpa nel ruolo della monaca che tenta di fare il clistere a Chisciotte. Il nostro eroe è in camiciola da notte bianca, mentre scantona indignato per sottrarsi alla mano della donna che scatta per infilargli il cannello del clistere nel culo, e intanto così la rimprovera: “Come si permette? A quali turpitudini sta cercando di assoggettarmi? Si vergogni! Una donna che veste quell’abito e che dovrebbe essere votata alla santità!”. Ecco… provate a immaginarvi Tiziano in questa scatenata scena comica, con la sua simpatica faccia bianca e rotonda, da schiaffi, veneta e slava, con un cappellone monacale bianco e alato e un’espressione malandrina e suadente, mentre cerca di portare a compimento una simile profanazione…
E poi ancora Dario Voltolini, il capo degli infermieri assassini che grugniscono come cinghiali; Carla Benedetti nel ruolo della statua vivente della Madonna che c’è nel corridoio dell’ospedale; il pittore Nicola Samorì non vi dico in quale ruolo… E ci sono anche, tra i molti altri, Daria Bignardi, Alessandro Baricco, il filosofo francese Jean-Luc Nancy, che si è proposto spontaneamente e con entusiasmo, i poeti Antonella Anedda e Antonio Riccardi, Helena Janeczek, Federica Fracassi, Lorenzo Mattotti
E poi ancora Hanna Schygulla, che ha presentato a un festival di Berlino il nostro film La lucina e che ha accettato con divertimento di partecipare al nostro Chisciotte − per il quale si era addirittura proposta come possibile Sancio − ma che poi si è incazzata per i tempi lunghi prima della sua partenza e che, da parte nostra, faremo di tutto per riconquistare.

Non voglio svelare gli sviluppi estremi di questa esilarante e disperata vicenda, per non togliere il piacere della sorpresa al suo eventuale lettore, perciò mi guardo bene dal dirvi dove va a culminare. Per darvene una qualche idea, mi limito a raccontare due scene opposte, perché in questo romanzo ci sono molte scene comiche, soprattutto tra Chisciotte e Sancio, spinte fino all’osceno a causa dell’inconcepibile ingenuità di Chisciotte riguardo le conformazioni anatomiche femminili e le cose sessuali. E ce ne sono anche di tragiche.
La prima. Continuamente eccitato da certi discorsi e dalla sua perenne frustrazione sessuale, Sancio, nel cuore della notte e quando il suo padrone dorme, va a masturbarsi di nascosto nel gabinetto. Ma Chisciotte sente dei rumori e dei versi e si sveglia di soprassalto. Si alza dal letto, va verso la fonte di questi suoni, sorprende Sancio e così lo rimprovera con indignazione: “Che cosa stai facendo nel cuore della notte, libidinoso animale? Che gesti insensati vai compiendo? Perché ti percuoti con tale impeto il basso ventre, tormentando con la zampa quella mostruosa escrescenza asinina, con tale frenesia che sembri volerla svellere dal resto del tuo povero corpo pieno di sterco, ricoperto di oscene figurazioni e crivellato di chiodi?”.
La seconda. Chisciotte viene afferrato dagli infermieri grugnenti, pestato e imprigionato in una camicia di forza. Nella scena è seduto su una seggiola, con la camicia di forza, di fronte alla finestra della sua stanza, sta guardando la luna alta e luminosa nel cielo e le rivolge questa invocazione: “Oh… astro dei poeti, dei sognatori e degli sconfinatori, uovo di pietra trasfigurato dalla luce… Il mondo è perduto. Non c’è più eroismo, non c’è più grandezza, non c’è più amore. Sono rimasto solo io, il più disperato, il più solo… È tutto sulle mie spalle. Dammi la forza di non farmi irretire dalle forme cangianti del mondo, dammi la forza di non farmi incantare e pietrificare dalle sue immagini balenanti come sull’acqua nera e morta di un pozzo, dammi un po’ della tua candida luce che rischiara il buio in cui è sprofondato il mondo, perché, se crollo io, è l’intero mondo che crolla!".
Intanto Sancio, il tamarro segaiolo pieno di tatuaggi e di piercing, come il degno scudiero di un cavaliere antico, ritto in piedi in un angolo della stanza, immobile nella penombra, sta piangendo in silenzio alle spalle del suo campione.

Perché Don Chisciotte, e perché oggi? Perché oggi come non mai abbiamo bisogno della sua capacità di oltrepassare il confine tra il reale e l’immaginario, tra il possibile e l’impossibile, tra la vita e il sogno. Perché mai come oggi abbiamo bisogno di moltiplicare le nostre forze, quelle visibili e quelle che non crediamo di avere e che sono dormienti dentro di noi. Perché abbiamo bisogno di porre su altre fondamenta la nostra vita e il nostro rapporto col mondo e di ripensarli e reinventarli completamente. Perché la situazione è tale che non bastano più cambiamenti di superficie all’interno dello stesso gioco ma occorre invece giocare un diverso gioco. Perché al punto in cui siamo neppure una rivoluzione orizzontale basterebbe più ma dovremmo dare vita a un cambiamento verticale, a una metamorfosi. Perché senza una metamorfosi non ci sarà futuro per noi. Perché siamo alla vigilia di una probabile estinzione di specie e i rimedi realistici non ci bastano più, perché sono gli stessi che ci hanno portato al punto in cui siamo, in questo epocale vicolo cieco. Perché abbiamo sotto gli occhi cosa ci sta succedendo, anche se facciamo finta di non vederlo. Perché è bastata la comparsa di questa microscopica molecola replicante per mettere in ginocchio le nostre economie e mostrare la debolezza del nostro vacuo e arrogante dominio. Perché il rapporto tra noi e il resto della natura di cui pure facciamo parte sta diventando insostenibile. Perché siamo come una scheggia impazzita che negli ultimi secoli ha provocato un’accelerazione insostenibile per la nostra stessa vita e sopravvivenza di specie. Perché la nostra cieca arroganza ci sta tornando indietro come un boomerang. Perché la nostra pretesa di disporre da dominatori assoluti del resto della natura e del mondo, piegandoli ai soli fini economici eretti a dimensione assoluta della vita umana, sta rendendo sempre più inabitabile per noi l’unico pianeta di cui disponiamo. Perché siamo dei naufraghi nello spazio, aggrappati con le unghie e coi denti a questo piccolo pianeta sperduto tra le galassie, e invece ci crediamo i padroni del mondo. Perché ci siamo autoproclamati la specie più intelligente e invece stiamo dimostrando di essere la più idiota. Perché siamo una specie rapace, folle e suicida. Perché quando tutto sembra perduto, quando tutti i possibili sembrano chiusi è il momento di riaprirli su basi nuove, di spalancarli, sfondarli. Perché abbiamo bisogno di trasformare questa catastrofe in una chance…
Ecco, per tutto questo e per molte altre ragioni Don Chisciotte è il nostro santo patrono, il nostro leader politico, il nostro comandante, il nostro profeta.

Le foto in questa pagina sono di Jonny Costantino e fanno parte della session del 28 luglio 2020 per la realizzazione dell’immagine di copertina di Chisciotte (© J. Costantino e A. Moresco).








pubblicato da ilprimoamore nella rubrica cinema il 15 novembre 2020