Sula Andes

Gilberto Scuderi



In anteprima una storia dall’ultimo libro di Gilberto Scuderi, Mantova docet. Storie di una città fantastica (appena pubblicato da Il Rio editore), una storia che ha per protagonisti Ivano Ferrari e Antonio Moresco.

Io non c’ero. Mi sarebbe piaciuto esserci ma non c’ero, non so per quale motivo ma è così. Come faccio a scrivere su un evento cui ero assente? Chissà se giustificato o no. Sono troppo grande per chiedere la firma dei genitori, che non ho più. E poi non siamo a scuola. È trascorso anche un sacco di tempo da quando Antonio Moresco e Ivano Ferrari...
Non mi resta che inventare. Dire falsa testimonianza. Tanto Ivano e Antonio sono miei amici. Capiranno. Cos’altro potrei fare? Potrei chiedere a loro cosa successe quel giorno, ma non mi sentirei a posto con la coscienza. Andare a chiedergli di ricordare ciò che forse non ricordano, e quindi esporli alla menzogna, a mentire senza averne colpa, innocenti… È pur vero che, a mia difesa, potrei e potremmo citare il titolo di un libro di Giorgio Manganelli, La letteratura come menzogna, ma come si fa a scomodare il Manga per una cosa che a lui forse fregherebbe poco…
Nell’archivio del Festivaletteratura non c’è la registrazione sonora dell’evento, oppure io, imbranato, non sono stato capace di scaricarla, di ascoltarla. Non so nemmeno che tempo faceva quel giorno. Sul web c’è un sito che lo recupera, ma i dati rilevati più vicini sono di Villafranca di Verona. E ci capisco poco: da ciò che intendo c’era molta umidità, la temperatura era mite – minima 18 gradi e massima appena sopra il 23 – con velocità media del vento di 12,6 chilometri all’ora, punto di rugiada 20,8 gradi… Ma il sito purtroppo non dice se il cielo era sgombro da nuvole o coperto…
Tutto inutile. Così ho ceduto e ho inviato un’email ad Antonio, chiedendogli lumi: era una bella giornata e l’occasione era di parlare del suo libro Zio Demostene. Vita di randagi, appena edito a Milano da Effigie, nel 2005. Macello, il libro di poesie di Ivano, fu edito da Einaudi nel 2004. Se penso di averle lette nel 1973 o 1974, dattiloscritte, mentre in giornate di sole andavano in barca sul lago Superiore, ciò che racconterò qui sotto risulterà abbastanza verosimile, almeno in quanto a simpatia d’acqua e analogia del luogo acquatico.
Il 9 settembre 2005, alle 16.45, eravamo dunque tutti e tre – insieme all’affezionato pubblico – al pontile di partenza per salire sulla motonave Andes e scendere il Mincio da Mantova a Governolo, come dice Dante «fino a Govèrnol, dove cade in Po», a cadere nel Po è il Mincio, andata e ritorno.
Cominciammo la discesa, lenta. Il capitano della nave, Jules, rivolse i saluti al pubblico e ai due scrittori ospiti. Poi si parlò di letteratura e di poesia. Non ricordo con precisione i dettagli. Ricordo però che, quasi subito, una voce registrata si intromise per farci notare i magnifici palazzi dei Gonzaga che si riflettevano nelle limpide acque del lago Inferiore. Ma l’acqua era piuttosto grigia e i riflessi molto deboli, inesistenti. Passammo poi da Cipata, patria di Teofilo Folengo, e la stessa voce ci illuminò su di lui, che nel Baldus aveva snocciolato alcune ricette gastronomiche, nel secolo successivo probabilmente rielaborate dal cuoco dei Gonzaga, il bolognese Bartolomeo Stefani. Una delle ricette è il cappone alla Stefani, con l’uvetta, ancora servito nei migliori ristoranti mantovani. Quelli meno migliori fanno il pollo alla Stefani, che non è male. Ci fu poi un cenno a Leonardo da Vinci e alle sue opere idrauliche, non ricordo a che proposito. Leonardo fu comunque ospite a Mantova di Isabella d’Este, per due o tre mesi al massimo, all’inizio del 1500.
Continuammo a scendere lungo il fiume e ad ascoltare quanto dicevano Antonio e Ivano. Ma ecco sulla riva del fiume, a distrarci, alcuni pescatori rumeni (supponiamo) a caccia di siluri o altre prelibatezze per palati non padani.
Tornammo concentrati, ma a un certo punto un signore del pubblico si tolse la camicia e le scarpe e si tuffò nel Mincio. Una volta tirato su, dal comandante e da alcuni volontari tra cui Antonio e Ivano, gli venne chiesta la ragione di quel gesto per tutti incomprensibile. Lui disse che nel fiume aveva visto la sua donna amata, Juliette, la sua sposa. Una volta asciutto, domandai all’uomo come si chiamava: «Jean» mi rispose, con leggera pronuncia francese. Mi sporsi dal ponte della motonave e vidi che sulla murata non c’era più scritto «Andes» ma «Atalante». Credo che qualcuno, prima della partenza avesse sostituito il nome. Sul ponte, intanto, cominciarono a girare alcuni gatti. Il comandante ci disse che erano suoi, e di non preoccuparci. L’altoparlante mandò a tutto volume la canzone Because the Night, cantata da Patti Smith.
Arrivammo a destinazione. Gli ordini erano che dovevamo tornare indietro. Incrociammo una chiatta. La navigazione procedeva. Risalendo il fiume si ritornò a parlare dello zio Demostene.
La vegetazione circostante si faceva sempre più fitta, selvaggia. Immaginai che il Mincio non fosse più in nostro caro Mincio e che fossimo sul fiume Nung, nella giungla cambogiana, tutti alla ricerca di un pazzo, il colonnello Kurtz, ex dei Berretti Verdi, disertore da tempo. La musica era di nuovo cambiata: pop americano. Poi, da lontano, la Cavalcata delle Valchirie di Wagner. C’era la guerra. C’era odore di napalm. Io, fifone, mi ero rintanato in cabina. I Doors cantavano The End. Ivano mi venne a chiamare, dicendomi di risalire sul ponte. La situazione era calma, anche se poco prima – mentre ero in cabina, infatti avvertivo che qualcosa stata succedendo, di poco piacevole – noi della Nellie (la motonave aveva di nuovo cambiato nome) avevamo ingaggiato un breve combattimento col nemico. Fioccavano frecce e uno dei nostri era stato colpito alla schiena, trapassato da parte a parte, ed era morto. Il corpo era stato affidato alla corrente del fiume, che l’aveva portato via con sé.
Tutto era tornato bucolico e Marlow, un amico del morto, chiese di potere fare un po’ di sci nautico, trainato dalla Nellie. Fu accontentato. Dopo che Marlow risalì a bordo, udimmo degli strani rumori provenienti dalla giungla, e alcuni signori del pubblico chiesero al capitano Willard il permesso di potere sbarcare per vedere di cosa si trattava. Il comandante – non si chiamava più Jules ma Willard – acconsentì, nonostante Antonio e Ivano fossero di parere contrario perché poteva essere pericoloso. Si trovò un accordo. Sarebbero scesi solo Willard e Jean, che voleva cercare la sua Juliette nella giungla, poiché prima non era riuscito a trovarla nell’acqua del fiume: sebbene l’avesse vista, gli era sfuggita. Accostammo.
Dopo un po’ non li vedemmo più. Erano scomparsi nella vegetazione. Poi un ruggito, che dapprima non comprendemmo di quale animale fosse. Ce lo dissero poi Willard e Jean, che tornarono indietro di corsa, facendosi largo nell’intrico di arbusti, foglie e liane: una tigre li aveva assaliti, erano riusciti a scappare per un pelo. Tremavano. Jean ebbe una crisi isterica e disse che non avrebbe mai più abbandonato «la cazzo di barca», la quale era tornata a chiamarsi Andes: mi sporsi e lessi il suo nome, tranquillo, il paese natale di Virgilio. E il Nung, mai esistito, era tornato a essere il Mincio.
Tornammo a navigare, lentamente, e a parlare di poesia, di letteratura e dello zio Demostene. Tornammo tutti felici.
Ora – pensando a quell’allora che non avvenne – lasciando al suo destino l’affezionato pubblico, penso a quei tre amici, nel tempo che fu, che presi da incantamento, andavano per mare in un vascello che ad ogni vento solcava dove a loro girava e piaceva di menare l’avventura, senza impedimento. E che mago Merlino mettesse loro accanto le donne più belle della città, per ragionare sempre d’amore.

***

Quarta di copertina di Paolo Boldrini,
direttore della “Gazzetta di Mantova”

Esce un nuovo libro di Gilberto Scuderi? Finalmente una buona notizia, in mezzo a tante negative. L’autore è una penna brillante, uso a proposito un termine antiquato – come chi scrive – per indicare un artigiano della scrittura nel senso più nobile del termine. Gilberto è un po’ romanziere e un po’ cantastorie, viaggia su un binario ideale che ha radici profonde nel passato e lo sguardo attento sul presente. La “Gazzetta di Mantova” è al tempo stesso lo spazio che ospita la sua arte ma anche la fonte che la alimenta. Lo stile è brillante, non a caso gli ho affidato la rubrica che fu del maestro di tutti noi, Renzo Dall’Ara, capace di affrontare qualsiasi argomento con leggerezza, senza prendersi troppo sul serio. Con una vena di sana ironia. Ho solo cambiato il titolo: Amarcord con Renzo e C’era una volta con Gilberto. La qualità è la stessa. Garantita.

***

Dalla nota editoriale

Con penna precisa e ironica Gilberto Scuderi ci racconta aneddoti e situazioni che hanno reso grande Mantova: Dante e Petrarca, il cavallo di Napoleone e i Nobel per la letteratura vanno a braccetto con Tex Willer e Shakespeare in un crescendo di colpi di scena. Pensare a un grande nome, anche uno solo tra i tanti citati – Cellini, Vivaldi, Mozart, Andersen, l’imperatrice Sissi, Dickens, Buffalo Bill, Maciste, Alberto Sordi, forse anche Ezra Pound – e sapere che è stato nella città di Virgilio arricchisce il nostro sguardo e ci induce a scrutare palazzi e contrade con occhio più limpido. Mantova docet è il livre de chevet che ognuno dovrebbe avere sempre con sé, a portata di mano.

***

Gilberto Scuderi – giornalista, da anni scrive per la “Gazzetta di Mantova” articoli dedicati a vari aspetti della cultura e dell’editoria con un respiro che spesso trascende i confini virgiliani. I testi qui raccolti sono in parte inediti e in parte frutto di rielaborazioni di articoli che ha pubblicato negli ultimi trenta o quarant’anni su diverse testate, principalmente sulla “Gazzetta”. Sono la riscrittura di contenuti scelti di letteratura, storia e costume, che accanto a grandi scrittori italiani e di tutto il mondo includono personaggi celebri in ambito locale, secondo il principio di égalité.








pubblicato da j.costantino nella rubrica annunci il 14 novembre 2020