La resa

di Teo Lorini



Come è noto, La città dei vivi , il nuovo romanzo di Nicola Lagioia appena pubblicato nei Supercoralli einaudiani, racconta un caso di cronaca nera: il delitto Varani. Siamo nel marzo 2016: Marco Prato e Manuel Foffo, due trentenni con pochissimo in comune, trascorrono due giorni e due notti chiusi nell’appartamento di Foffo, al Collatino, immersi in quella che il Carrère di Limonov ci ha insegnato a chiamare zapoj, una sbornia ininterrotta, un trip estatico e allucinato di vodka, di rum, ma soprattutto di cocaina, in cui frana progressivamente ogni certezza, ogni barriera: tra veglia e sonno, tra consapevolezza e delirio, tra equilibrio e psicosi. Alla fine, i due convocano in via Giordani un 23enne dell’estrema periferia, Luca Varani, operaio in un’officina e occasionalmente prostituto. Quando il ragazzo arriva, allettato da un sms in cui gli vengono promessi un centinaio di euro, viene massacrato con irreale brutalità.
Un omicidio violento quanto gratuito, un episodio di cronaca nera che ha fatto scattare pavlovianamente i giornalisti pigri, pronti a evocare Truman Capote appena appena uno scrittore lambisce la cronaca nera. Con grande onestà invece Lagioia ha lasciato in pace l’autore di A sangue freddo, e ha ricondotto l’omicidio Varani alla sua natura di fattaccio, tributando esplicito omaggio al primo dei suoi modelli, Fattacci appunto, splendido libro di Vincenzo Cerami, uscito per Stile Libero 23 anni fa e varie volte ripubblicato (l’ultima, proprio quest’anno, da Garzanti).

Se però a Cerami bastavano 50 pagine per raccontare storie cruente, morbose, pulsanti di male psichico come la vendetta del Canaro della Magliana o i ménage à trois del marchese Casati, a Lagioia ne occorrono 290 per arrivare a narrare l’omicidio di Luca Varani. Dopo aver ricostruito, nelle prime pagine della Città dei vivi, la stralunata confessione di Manuel Foffo, la cronaca lascia il posto a una sorta di lunghissima divagazione in cui lo scrittore pugliese accumula in primo luogo tutto ciò che gravita attorno ai protagonisti, parafrasando trasmissioni televisive, citando titoli di giornale, trascrivendo impietosamente messaggi disortografici scambiati su FB e giustapponendo copiose testimonianze di amici e conoscenti dei tre protagonisti. E ancora, in montaggio alternato, il libro dipana almeno altri tre fili narrativi. Il primo è costituito dalla vicenda di un anonimo pedofilo olandese, una sorta di filo rosso tra le sezioni del romanzo (sulla quale occorrerà tornare). Poi ci sono i motivi per cui il delitto di via Iginio Giordani ha affascinato così irresistibilmente Lagioia. È lui a raccontarci, a metà libro, l’oscura vicinanza che gli pare di avvertire fra il modo in cui Foffo e Prato si sono trovati ad ammazzare Luca Varani e alcune rischiosissime sliding doors della propria vita: un bombardamento di bottiglie dall’attico di un palazzo, un disastroso incidente automobilistico in stato di ebbrezza, la tentazione di prostituirsi per pagare l’affitto dei primi mesi a Roma. Nessuno di questi episodi è andato a finire male: le bottiglie scagliate dall’ottavo piano sono esplose senza ferire o sfregiare, l’io narrante e il suo amico sono usciti illesi dall’auto accartocciata, un provvidenziale posto di lavoro ha spazzato via l’ipotesi di darsi alle marchette. Tra quel giovane barese incauto e i due massacratori del Collatino c’è uno iato vastissimo ma - suggerisce Lagioia - sarebbe bastato un millimetro o un secondo per ridurre drasticamente quella distanza. Infine ci sono le pagine in cui lo sfondo, il degrado della Roma odierna e la débâcle delle amministrazioni che si avvicendano in Campidoglio, sono tratteggiate con osservazioni di sorprendente banalità: “La spazzatura era ovunque”; “All’emergenza topi si aggiunse il flagello dei gabbiani”; “Gravi problemi affliggevano la città. I cinema chiudevano. Le librerie chiudevano”; “Gli autobus prendevano fuoco da soli”; “L’emergenza topi finì sulle prime pagine dei quotidiani” (e cioè dove, esattamente in questi termini, ogni lettore l’ha già incontrata e conosciuta).

Finalmente, trascorse quasi 300 pagine, arrivano i due giorni di sballo, dissociazione, cupio dissolvi. Il delitto viene narrato senza indulgere sui dettagli cruenti, piuttosto sul consumo di droga (e viene da chiedersi se, dopo Il contagio di Siti, al quale sono debitrici molte scene della Città dei vivi, sia davvero immaginabile aggiungere qualcosa al racconto della cocaina nella vita quotidiana di questa romanità la cui atmosfera decadente s’è ormai fatta stereotipo) e sullo sfaldarsi, nel delirio della “fattanza”, di ogni certezza di genere, con i due assassini (Prato è dichiaratamente gay, mentre Foffo si proclama etero) che abbracciano un omoerotismo sadico e febbrile il cui racconto conclude il capitolo in maniera che dovrebbe essere drammatica e choccante ma che si tinge di involontario humour: “È stato allora che abbiamo avuto il primo rapporto anale della nostra relazione”; “Visto che insisteva, l’ho fatto più per quieto vivere che per vera eccitazione”; “Mi ha sodomizzato più volte senza, preservativo” “Abbiamo fatto sesso e poi ci siamo addormentati”. E sogni d’oro.
(Parlando di comicità, è difficile sorvolare sulla frase con cui, durante un dialogo carico di pathos nel parlatorio di Regina Coeli, Roberto Foffo rassicura il fratello Manuel, angosciato dal timore che l’opinione pubblica lo giudichi omosessuale: “E che significa? Per una inculatina mo’ vuol dire che sei frocio?”. Puro Christian De Sica).

Narrato il massacro, La città dei vivi esamina ancora le fasi del processo, segnato dal suicidio in carcere di Foffo, e si spinge infine ad azzardare alcune conclusioni che il lettore attende con una tensione prossima all’impazienza. Fra le osservazioni più interessanti di Lagioia sul “cono d’ombra”, sul “mondo sconosciuto” in cui sono entrati Foffo e Prato c’è la considerazione che i due assassini, i quali si erano conosciuti da appena due mesi, “non avevano capito che cosa stavano facendo fino a quando non si erano trovati a farlo” e anzi, se si fossero sentiti dire “alla fine di febbraio che una settimana dopo sarebbero andati in galera … gli sarebbe sembrata la trama di un film di fantascienza”. Queste due pagine mi sono parse quelle in cui La città dei vivi più si avvicina a una riflessione su cosa abbia preso forma nel vortice psichico di via Iginio Giordani. L’atavica brama alla sopravvivenza, l’istinto primitivo di essere aggressori per non diventare aggrediti, di “colpire per sottrarsi alla paura di essere colpiti”, la deriva in cui “cerchio retorico dopo cerchio retorico” finisce per scomparire, facendosi sempre più remota, l’idea di responsabilità. Peccato che Lagioia si limiti a lambire questa intuizione, maturata nei quattro anni dedicati a studiare il delitto Varani, e se ne ritragga subito (“Non riuscivo a capire. Chiusi il giornale, guardai dritto davanti a me. A Ponte Milvio la luce cadeva sui campi da tennis e sulle belle case colorate, gli uccelli volavano da un lato all’altro del fiume”), per inanellare frasi come: “C’è il momento in cui scavi nell’omicidio, ma poi c’è un momento successivo in cui è l’omicidio che scava in te” e, poco sotto: “Arriva un punto oltre il quale non ti riesce più di scavare, di fare luce, così è il buio, un cieco vuoto pneumatico a farsi largo dentro di te”.
Raccontare il Male è forse la sfida per eccellenza della letteratura e non si può incolpare Lagioia di non essere né Dostoevskij né Truman Capote o Vincenzo Cerami e nemmeno (per citare almeno un paio di scrittori contemporanei che, pur da punti di vista lontani, abbiano accettato e sostenuto, a più riprese, questo confronto con il Male) Walter Siti o Andrea Tarabbia. La delusione peggiore che giunge da questo romanzo è un’altra.
La rassicurante ovvietà delle frasi che abbiamo citato, la resa con cui si conclude, sull’acquerello di un panorama romano, il capitolo dedicato alla responsabilità e alla colpa, costituiscono la cifra distintiva della Città dei vivi. Contrariamente a quanto potrebbe far pensare la sua cospicua mole, infatti, il romanzo scorre fluido, fluidissimo, si legge praticamente senza sforzo. La voce, la tensione stilistica che hanno vivificato la prosa di Nicola Lagioia sino a La ferocia, sembrano scomparse.
Attraversare queste 450 pagine dopo aver letto e riletto Occidente per principianti, Riportando tutto a casa o, appunto, La ferocia è un’esperienza desolante. Dov’è finita quella prosa vorticosa? Quell’ipotassi labirintica, dilatata sino al limite e afferrata quasi sempre all’estremo? L’aspirazione a sprigionare letteratura dal semplice racconto? Perché questa resa? La città dei vivi è un libro sciatto, senza oltranza, senza guizzi, di cui si conservano pochissime immagini e ancor meno pagine che anelino a trascendere la mera referenzialità della scrittura cronachistica: ne abbiamo fornito qualche esempio ma si potrebbe quasi aprire il libro a caso per trovarne altri e - quel che è peggio - non solo là dove al centro della scena stanno i personaggi di questa vicenda e a risuonare, tratta da un’intervista, da un articolo di giornale, è la loro voce. Persino quando il narratore riprende parola sembra che Lagioia abbia abbandonato qualsiasi ambizione a cimentarsi con quella lingua con cui, nella sua carriera, ha sostenuto tanti valenti corpo a corpo e si adagi sempre sul nesso più scontato, sull’espressione più prevedibile: “dopo una sonora dormita”, “ipnotizzato davanti alla tv”; “Mia moglie capì subito che avevo avuto una giornataccia”; “Vedevo la matassa ingarbugliarsi e mi chiedevo quando i nodi sarebbero venuti al pettine”; “Crollai sul divano come se qualcuno mi avesse dato un pugno in faccia”.

Ancora peggiore, se possibile, è la chiusa del romanzo, in cui torna in scena il pedofilo senza nome che, arrestato attorno a pag. 350, è tornato in libertà grazie a un vizio procedurale, da lui già messo in conto.
Nelle estreme pagine della Città dei vivi, lo ritroviamo a Fiumicino, pronto a partire per commettere nuovi orrori in Thailandia. L’aereo “rullò sulla pista di atterraggio” (anche qui: ma perché? Ci vuol tanto a chiamarla “pista di decollo”, visto che l’aereo è partito?) e il turista olandese starnutisce.
Due volte.
“Che strano. Aveva all’improvviso un brutto mal di gola”.
Per essere sicuro che nemmeno il lettore più sprovveduto conservi il minimo dubbio sulla malattia dell’innominabile olandese, Lagioia scrive ancora, due righe sotto, che a Roma “ti scippavano in metropolitana, ti insultavano ai semafori, ti spennavano nei ristoranti, ti tossivano in faccia. Ma alla fine il saldo era positivo. La città regalava molto di più di quello che chiedeva in cambio”.
Si volta pagina sbigottiti, ma invano.
Il libro finisce davvero così.
Lo stesso scrittore che ci ha saputo accompagnare fino alla sospensione del giudizio sull’evento che ha travolto Luca Varani ma anche Foffo e Prato nella notte di via Giordani, ora, con un’allusione greve come un raccontino da terzo semestre di creative writing, evoca addirittura il Coronavirus per…? Per cosa? Perché è un castigo di Dio sui malvagi e i perversi? Un “gran flagello” ma al contempo “una scopa” come per il gongolante Don Abbondio sul finale del Romanzo? Che senso ha una scena del genere? Che ragionamenti suggerisce? Quali equivalenze autorizza? Al mostro si addice la malattia? Gli sta bene? E quindi i contagiati (o i morti) di Coronavirus sono in qualche modo colpevoli?

Nicola Lagioia, La città dei vivi, Einaudi, pp. 460, euro 22








pubblicato da t.lorini nella rubrica libri il 7 novembre 2020