Pagare, placare

Tiziano Scarpa



“Tu ci chiudi tu ci paghi” è stata la scritta più frequente sugli striscioni di questi giorni. Negozianti e lavoratori costretti a interrompere le loro attività dalle restrizioni anti-Covid l’hanno scandita in varie piazze d’Italia.

E il governo si è affrettato a fare bonifici, risarcimenti, “ristori” a chi in queste settimane dovrà restare chiuso. Sta letteralmente pagando.

L’etimologia del verbo “pagare” è fra le più semplici, le meno esoteriche che ci siano. Una volta conosciuta, risulta perfino ovvia. Eppure, a pensarci bene, implica qualcosa di non banale.

“Pagare” deriva dal latino “pacare”: significava “pacificare, domare, sottomettere, calmare”.

È sempre sorprendente vedere le etimologie in azione: intendo dire che un conto è leggerle in un vocabolario, altra cosa è riscontrare quanto si adattino a una situazione reale e la illuminino in trasparenza, per così dire dal retro.

In generale, non mi convince chi usa le etimologie per rivendicare il “vero” significato di una parola. Il mondo si evolve, le parole si evolvono, e i loro significati attuali – che si riferiscono a situazioni diverse da quelle per cui le parole nacquero – non sono meno veri di quelli originari.

In questo caso il significato etimologico intensifica quello letterale. Per sopire i conflitti sociali e mantenere il consenso, il governo ha pagato. Ha pagato per placare, per pacificare, per domare, per sottomettere, per calmare. Per pacare.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica democrazia il 8 novembre 2020