Una solitudine senza solitudine

Massimo Rizzante



Ecco un testo editoriale di presentazione di Una solitudine senza solitudine, il novo libro di poesie di Massimo Rizzante pubblicato da Effigie:

Il libro raccoglie le poesie scritte negli ultimi trent’anni da Massimo Rizzante. È composto da tre raccolte edite, Lettere d’amore e altre rovine, Nessuno, Scuola di calore e da una quarta inedita, Benvenute, vertigini!

La sua poesia non sembra affondare le radici nell’humus italiano. Sarà perché l’autore si è formato all’estero, o perché non è mai riuscito a intrattenere un buon rapporto con il suo paese, o ancora perché fin da ragazzo è perseguitato dalla convinzione che restare ai margini di una cultura sia l’unico modo per rigenerarla.

Ecco cosa ha detto una volta:

«Quello che cerco e non trovo nella poesia italiana è il senso storico, la capacità di colloquiare, come se fossero viventi, con i personaggi più disparati, dal primo dei poeti di Roma al più anonimo dei sudditi dell’ultima provincia dell’ex Impero sovietico. Quel che trovo nella poesia italiana, invece, è la refrattarietà a coltivare e a far crescere lungo i vetri delle sue serre i rampicanti della follia della Storia. La poesia italiana è sempre stata eloquente, lirica, o sperimentale! In essa non vi ho mai scorto una vera vena ironica in grado di compatire gli uomini o di fermarsi davanti al mistero racchiuso nei dettagli triviali, infimi, osceni, del mondo: il regno fiammingo dei dettagli, il regno russo dei dettagli, il regno centroeuropeo dei dettagli, il regno di Dio dei dettagli! Nella poesia italiana mi manca la coscienza della distanza che misura la devastazione che il troppo sapere o la brutale assenza di sapere provocano nella natura umana: quel soffio che fa crollare in un batter d’occhio il castello di carta della cultura».

Che cosa aggiungere? Che il custode della poesia di Massimo Rizzante è un uomo prosaico che desidera estinguere quel ridicolo monarca chiamato «Io». Per l’autore, in altre parole, la poesia è sempre «poesia di circostanza», fedele alla propria situazione storica e allo stesso tempo in dialogo con tutte quelle del passato. E, a causa di questa fedeltà, non deve temere di bruciarsi venendo a contatto con la varietà delle forme e dei contenuti. La sua sfida, infatti, non è quella di fondersi con il mondo, ma di comprenderlo.

Stato di grazia

non si può entrare nello stato di grazia
se non dopo una lunga abluzione nella vasca
dell’idromassaggio, una sauna e un infuso al ginepro,
naturalmente nudi, sotto lo sguardo severo dei giardinieri
delle terme, un pomeriggio all’ombra della vallata,
in cima c’è una fortezza, siamo solo alla metà di giugno,
la guerra non è finita, dopo aver lasciato il sentiero
del sottobosco e il lago incustodito – del resto
c’è un dio là sotto –, i loro sguardi sono solo passerelle
provvisorie sull’infinito, mentre ora, nell’acqua,
sembrano talee, forme vegetali dalle parti mancanti,
foglie, frasche, frange immerse per rigenerarsi
e dare vita a opere d’arte, a cui poi i giardinieri
daranno un nome – lylium, asphodelus, chionanthus,
in fondo è questa la loro missione: proteggersi
dalla natura che li coglie di sorpresa a ogni istante,
del resto, si dicono, non si è mai visto un ciliegio
suicidarsi, né una farfalla diventare collezionista,
inutile chiedere soccorso a Rudolf, il luogo
da cui vengono non è la Svizzera, le frontiere
sono chiuse, nessuno sa come siano giunti sin qui,
perché si siano messi a guardare il lago,
non si sono accorti che c’è una guerra?
devono averlo scambiato per il loro anno di nascita,
l’innatalità, infatti, li perseguita, ogni giorno tornano
sui lori passi, ma non lasciano tracce e,
quale sarà la loro sorte, varcheranno insieme
la soglia, così, dopo la morte, si ricorderanno
del loro trapasso l’una nel corpo dell’altro

Dogs in the night


«I am Providence», scrisse una volta quel tale antisemita,
scrittore di storie macabre, con il pallino della fantascienza
e inventore, prima di Borges, del pseudobiblion: un libro mai
scritto, ma preso sul serio in tutti i campus del Connecticut

e non aveva torto! Dopo un secolo siamo tutti
così stanchi dell’umanità che la nostra attenzione
sembra ridestarsi solo se leggiamo di due omicidi al giorno,
o di innominabili orrori provenienti dallo spazio

brutti tempi, poi, quelli in cui nessuno sa più rubare
una frase senza farsi scoprire, finendo nella lista d’oro
dei post-modernisti. La libertà non è più di questo mondo!
Così pubblicare libri mai scritti non si paga a caro prezzo

per questo, forse, mi ritrovo da non so quanto tempo – vita
ai margini, sodomia, ubriachezza, versi di scherno ai progressisti
– a Città del Messico, a percorrere il circolo di Amsterdam,
avendo come unica compagnia una muta di cani

al guinzaglio di alcune grandi ombre che qui hanno intinto
i loro sogni nell’inchiostro dell’esilio. Ma i morti odono
quel che dicono i vivi? Oppure i loro tentativi, assediati
dal non-essere, passano al setaccio di questi mugolii canini?

Non so se esista una fede animale che, senza garantirci nulla,
ci separi dalla demenza. Se l’assenza influenzi la presenza


Ricordi della natura umana

ti hanno infilato in tasca un biglietto:
non creda con il suo anti-darwinismo
di rubarci il progresso! Non glielo permetteremo.
La risposta avrebbe dovuto essere istantanea

invece, come dicevi, «bisogna attraversare in tutta
la sua larghezza un fiume ingombro di giunche cinesi
spinte in diverse direzioni». Il vento le fa strambare
troppo spesso perché si possa decifrarne il senso

in ogni caso, non te l’hanno permesso e, deglutendo
a fatica, «il noioso progresso barbuto» ha seguito la rotta
dei porcellini di terra (cochinillas), discendendo
tutti i gradini della scala fino al disastro

per difendersi secernono gocce rosso sangue
e così, declassati da insetti a vittime, allettano
il più grande dei predatori, l’eterna crisalide,
a cui la natura ha voltato le spalle, ma non le stigmate


Benvenute, vertigini!


Si tratta di indossare – capita spesso –
la maschera dell’ossigeno.
E le maschere, come è noto, sono, con l’assenza,
l’unico collante. Di qui società, valori,
comportamenti. Sebbene, in fondo, il più delle volte
siamo spasmi, svenimenti, sudori freddi.

Ci aggiriamo attorno al prossimo
come funesti anelli di Saturno,
mostrando i nostri siderali impulsi,
mentre, a frotte, generazioni di burocrati
si legano gli uni agli altri per non lievitare, o sparire
addirittura nell’ozono assorbiti dalle loro occupazioni.

Malgrado le migliori previsioni dei medici,
oltre all’udito, ho perso il gusto.
Così mi vesto come un pezzente, e la mia lingua,
che non ha mai fatto le ore piccole con l’eterno,
può parlare con ironia anche maggiore
a chi riduce la poesia al lamento del suo ombelico.

Agli asceti gourmet,
direi che leggiamo troppo.
Se anche questo non fosse il menù del giorno
– lo stesso da decenni. Ma ora che il mio sistema
neurovegetativo si è arreso al mondo vegetale, preferisco
all’acre profumo dell’intelligenza il ronzio primordiale.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica poesia il 5 novembre 2020