Pasolini

Adriano Ercolani



A quarantacinque anni dalla sua scomparsa, Pier Paolo Pasolini è ancora un autore fondamentale per comprendere le dinamiche del presente. Giovanni Giovannetti, dopo aver già dedicato a Pasolini, assieme a Carla Benedetti, un libro di grande interesse come Frocio e basta (ne abbiamo parlato con gli autori su queste colonne), ha da poco pubblicato per Effigie un nuovo, imponente, testo di indagine sulle tracce del grande autore: Malastoria, una ricostruzione accurata e inquietante delle trame occulte che hanno condotto alla sua tragica morte.

Come mai, dopo un libro accurato e documentatissimo come Frocio e basta, scritto con Carla Benedetti, hai sentito l’esigenza di tornare a scrivere sul caso Pasolini?

In Frocio e basta ho preso in considerazione la stagione “corsara” di Pasolini che abbraccia un limitato periodo di tempo. Malastoria riprende e dilata per gemmazione ciò che in Frocio e basta era ancora in fieri; provo cioè a immergere la vita e l’opera di Pasolini nelle profondità della penombra storica e antropologica del Paese, negli eventi che l’hanno personalmente toccato (come, ad esempio, l’omicidio del fratello Guido a Porzûs del febbraio 1945) e in quelli che hanno poi catturato la sua attenzione di cittadino e di intellettuale (temi come, ad esempio, quel capitalismo globalizzato, foriero del consumismo e dell’edonismo, che tanta incidenza ha avuto sulla mutazione antropologica degli italiani). Il punto di partenza e di approdo di questo andamento circolare rimane Petrolio, il grande romanzo a cui Pasolini sta lavorando quando l’ammazzano, un libro mutilo e incompiuto che viene dato alle stampe solo diciassette anni dopo la sua morte, un romanzo nel quale avrebbe voluto trasferire tutto quello che sapeva. A fine 1975 Pasolini dichiara d’avere scritto circa 600 pagine delle duemila da lui previste, di cui poco più di 500 sono giunte a noi. Perché mutilo? Perché di alcuni capitoli “scottanti” come Lampi sull’Eni e Il Negro e il Roscio (sono i soprannomi di Franco Giuseppucci e Giovanni Girlando, due componenti apicali della costituenda banda della Magliana) non rimane che il titolo: se siano stati scritti o meno è questione a lungo dibattuta (personalmente, sono incline a ritenere che almeno Lampi sull’Eni sia stato scritto, non foss’altro per quel rimando interno al libro), ma queste pagine non sono più reperibili tra le carte di Pasolini. Un altro capitolo mancante in Petrolio sono i tre discorsi del presidente di Montedison Eugenio Cefis (Troya nel libro) e Pasolini ne era entrato in possesso: queste pagine sono conservate tra le sue carte al Gabinetto Vieusseux di Firenze; e avrebbe voluto pubblicarle integralmente tra la prima e la seconda parte del libro, così da rendere il romanzo «perfettamente simmetrico ed esplicito» (parole sue). Ma nelle edizioni sin qui dati alle stampe i tre discorsi di Cefis non ci sono (li possiamo leggere in Frocio e basta). Non resta che sperare di ritrovarli nell’annunciata nuova edizione del romanzo che uscirà da Garzanti in primavera, là dove lo stesso Pasolini diceva di volerli inserire.

Saggi, film, omaggi, nuove indagini: dove è giunta negli ultimi anni la ricostruzione della verità occultata sul caso Pasolini?

È giunta a un passo dalla completa verità, mandanti a parte: Pasolini non l’ammazza Pelosi in solitudine (come sta scritto nella sentenza di secondo grado) ma un “misto” di almeno sette tra neofascisti e criminali comuni. Quel “misto” così caro al criminologo neonazista e piduista Aldo Semerari, il teorico della “santa alleanza” tra eversione nera e malavita. Sappiamo che due o tre di questi assassini sono ancora vivi e sappiamo che a far espatriare uno di loro concorre il colonnello dei Carabinieri e del Sid Michele Santoro, amico fraterno e sodale di Semerari. Questo colonnello baffuto e defilato ricorre nella penombra della strategia della tensione. È quel Santoro coinvolto nella mancata strage di studenti davanti al Tribunale di Trento (18-19 gennaio 1971). Quel Santoro che, pur sapendo i nomi dei veri responsabili, tenta di attribuire alla sinistra l’attentato di Peteano (il 31 maggio 1972 una bomba viene messa da tre fascisti doc dentro a una Fiat 500; tre carabinieri sono uccisi e due feriti). Quel Santoro che fornisce il tritolo al gruppo terroristico nazifascista della Fenice, l’articolazione milanese di Ordine nuovo. Sul nostro colonnello ho avuto buon motivo di insistere in molte pagine di Malastoria.

Il libro è arricchito da molti documenti fotografici (immagini d’epoca, ritagli di giornale, documenti). Come ti sei documentato?

Ho provato a legare fra loro gli infiniti tasselli di una storia “altra” di questo Paese, dalla guerra civile del 1943-’45 agli anni bui delle bombe di Stato, ricucendo poi tutto questo alla vita e all’opera di Pasolini. Porto l’esempio di Guido, il fratello minore di Pier Paolo: come ho detto è tra i martiri della strage di Porzûs in Friuli, là dove un drappello di partigiani catto-azionisti della Osoppo sono massacrati da partigiani comunisti della Garibaldi. Una strage odiosa. Comunque la si pensi, Porzûs resiste tra i più ingombranti scheletri nell’armadio del comunismo italiano. Detto questo, come dimenticare il coevo tentativo di un accordo tra i partigiani della Osoppo e i massacratori di partigiani della Decima Mas repubblichina di Junio Valerio Borghese, ovviamente in funzione anticomunista. Mentre scrive Petrolio, Pasolini vorrebbe incontrare Borghese, per approfondire la questione. Ma il principe golpista è ormai fuggito in Spagna. Nel dopoguerra reduci osovani e post-repubblichini troveranno comune asilo in Gladio, l’organizzazione paramilitare clandestina anticomunista che tanto ha fatto parlare di sé, loro sì fedeli a due bandiere, italiana e americana: è quel “doppio” che attraversa da parte a parte il Paese, ben riscontrabile nell’incompiuto romanzo di Pasolini. Più avanti nel tempo, gli stessi ambienti atlantici concorreranno ad alimentare con bombe e stragi – e siamo a Piazza Fontana – quel finto “stato di necessità” che renda accettabile e anzi ineludibile la temporanea sospensione delle garanzie costituzionali, così da ripristinare l’ordine a fronte del disordine da loro stessi procurato. Poi ci sono i gruppi neofascisti: poche persone che, mestando nel torbido e calcando la mano, spingono per soluzioni golpiste come in Grecia nel 1967. Infine ci sono quelli come Cefis, i fautori del colpo di Stato incruento, efficentista e tecnocratico. Questi ultimi perseguono la nuova tattica degli opposti estremismi, un’efficace finzione prima anticomunista e poi “antifascista” (lo ha scritto anche Pasolini, nel suo Romanzo delle stragi sul “Corriere” e in Petrolio). Tre tattiche e un unico fine: stabilizzare in senso moderato e pilotato gli equilibri del Paese, mettendo fuori legge o quanto meno fuori dai giochi le forze di sinistra. L’ex presidente di Eni e Montedison Eugenio Cefis è un altro protagonista di Malastoria. Cefis, quel sottotenente fucilatore di partigiani in Jugoslavia, poi lui stesso partigiano badogliano di valore in val d’Ossola. Cefis, quel grande elemosiniere della politica intento a coltivare progetti autoritari. Qualcuno lo vede tra i possibili mandanti della morte, nel 1962, dell’allora presidente dell’Eni Enrico Mattei; altri lo credono il vero capo della loggia massonica P2. Nel libro provo a fare luce su questo e altro. Chiedevi lumi sulle “fonti”: gran parte dei documenti di cui mi sono avvalso sono ora liberamente scaricabili in versione integrale dal sito di Malastoria (https://malastoria.wordpress.com/); altre “fonti”, le più raggiungibili, sono qui puntualmente linkate.

Qual è la Malastoria, titolo che mi ha evocato la canzone di De André Una storia sbagliata dedicata alla morte di Pasolini?

Tuttora Pasolini lo si preferirebbe frocio e basta, con la sua morte derubricata a una specie di incidente sul lavoro: una storia sbagliata “da una botta e via” in una “notte un po’ concitata” e “da dimenticare”. La realtà è alquanto diversa: come canta De Andrè, il massacro di Pasolini in quel 2 novembre 1975 parrebbe infatti una “storia da basso impero”, una storia “da carabinieri, mica male insabbiata”. La Malastoria che provo a raccontare è quella del pasoliniano Romanzo delle stragi e di Petrolio, la storia di una Repubblica a sovranità limitata che, nata sghemba, tuttora non può permettersi altro che delle mezze verità: Vergarolla nel 1946, Portella nel 1947, Piazza Fontana nel 1969, Brescia e l’Italicus nel 1974, Ustica e Bologna nel 1980... Se la morte di questi nostri concittadini in molti casi rimane senza verità sui reali mandanti, e dunque senza giustizia, lo si deve in gran parte alle compromissioni, ai depistaggi e ai silenzi di uno Stato italiano che, invece di proteggerli, come sarebbe stato suo dovere, ha semmai inteso proteggere sé stesso, i manovali fascisti e gli stranieri assassini, in virtù di superiori quanto inconfessabili mercanteggiamenti internazionali. Sono logiche dure a morire: in anni recenti, basti qui ricordare la rinuncia dello Stato italiano a pretendere verità e giustizia sull’assassinio, in Egitto, di Giulio Regeni. Ma se uno Stato si mostra incapace di affermare il rispetto della sua sovranità nazionale, se rinuncia a dare protezione ai suoi cittadini e cittadinanza al principio di verità e di giustizia, è la credibilità dello Stato, sono il prestigio e l’autorità ad arretrare, rendendo l’Italia sempre meno rilevante sul piano internazionale.

Ci avviciniamo ai cinquant’anni dalla morte di Pasolini. Perché fa ancora paura la verità sulla sua tragica fine?

Fa paura e crea imbarazzo alle istituzioni repubblicane che, lo si è detto, la verità sulla storia reale del Belpaese – come la brutta storia delle compromissioni tra gli apparati dello Stato e la criminalità, comune o organizzata, mafiosa o finanziaria – tuttora non se la possono permettere. Fa paura e crea imbarazzo ai Tribunali: sputtanare la lontana e delirante sentenza di appello che indica in Pelosi il solitario assassino di Pasolini non favorirebbe la credibilità di un sistema giudiziario troppo spesso, oggi come ieri, avvitato sulla categoria dell’opportuno opposta al principio di verità. Fa paura e crea imbarazzo agli amici e ai parenti stretti di Pasolini, quelli che sulla sua triste morte hanno preferito tacere, oppure – da non credere depistare: Pasolini e Pelosi non si incontrano per la prima volta la sera dell’agguato; i due si conoscono e frequentano ormai da mesi, ma in nessuno (da Laura Betti a Ninetto Davoli, da Nico Naldini a Dario Bellezza), forse per paura, prevarrà il dovere di rivelarlo.

Qual è il lascito dell’opera e del pensiero di Pasolini, riletto alla luce del surreale momento attuale?

Quelli di Pasolini non sono i tempi di Facebook e di Twitter; lui usa una macchina da scrivere Olivetti “Lettera 22” e i giornali sono ancora stampati con tecnologie più vicine a Gutenberg che a Steve Jobs. Ma sono giornali autorevoli, che incidono profondamente sulla cultura politica e sulla formazione del consenso. Oggi la carta stampata ha perso quell’aura; anche l’informazione televisiva va progressivamente regredendo, surclassata dai social network, che stanno radicalmente cambiando il modo in cui la gente s’informa, legge, guarda un film o ascolta della musica. Come un Giano bifronte sospeso tra il passato e il futuro, la rete induce a forme semplificate di comunicazione tali da svalutare tutto ciò che può sembrare complesso. E vale anche per il linguaggio della politica, sempre più scremato dei contenuti, sempre più simile a una informazione pubblicitaria. Ma non per questo si è dissolto l’impegno critico ed eretico, che anzi oggi trova inedito fondamento nel caleidoscopico accalcarsi delle voci, anche indipendenti, anche estranee ad ogni complicità con il potere, che dal basso si fanno largo proprio grazie ai nuovi linguaggi e ai nuovi media. Insomma, c’è un po’ di Pasolini anche in coloro che, slegati da consorterie e obbedienze di partito, localmente prendono di petto (qualche volta a caro prezzo) mafie, cricche e malaffare. Anche per questo motivo Pasolini non smette di essere attuale.

(da minima&moralia, 2 novembre 2020)








pubblicato da g.giovannetti nella rubrica appello pasolini il 2 novembre 2020