La poesia più breve mai esistita

Paolo Castronuovo



È già passato l’ultimo sabato di ottobre 2020 in cui compare una domenica nel giorno successivo senza sforare nel mese di novembre. Le lancette tornano all’ora dell’autunno, si distanziano un pizzico in più, come noi dovremmo fare per non annullarci, contagiarci. E con le coperte fin sulla nuca si è creato uno spazio triangolare tra lo stesso orecchio verticale, il cuscino orizzontale e l’ipotenusa della coperta che poggia su di esso.
Spesso senza accorgersi di qualcosa se ne crea un’altra.
Ma non per questo stamattina, prima di creare quello spazio maggiore tra le lancette, e minore per la giornata, ho deciso di scrivere la poesia più breve mai esistita.
Tutto partì un paio di anni fa quando alla guida della mia auto su una strada che separa due province ho sentito in radio parlare della poesia più breve. Un nome mi colpì tantissimo, era quello di Cassius Clay, ovvero Muhammad Alì. Ma andiamo per ordine.
Il 26 gennaio 1917 a Santa Maria La Longa Giuseppe Ungaretti (1888 – 1970) compone Cielo e Mare, cinque versi: “M’illumino / d’immenso / con un breve / moto / di sguardi” che andranno poi inseriti nella raccolta L’Allegria (1914-1919) col titolo di Mattina e con tre versi in meno “M’illumino / d’immenso”. Nasce così la poesia più breve più conosciuta in Italia. La poesia ermetica per eccellenza.

Per la prima stesura di Mattina clicca qui.

Nello stesso periodo nella raccolta Ed è subito sera, e in particolare in ciò che prima era la silloge Acque e Terre (1920-1929), Salvatore Quasimodo (1901-1968) apre con i tre versi “Ognuno sta solo sul cuor della terra / trafitto da un raggio di sole: / ed è subito sera.” Rispettivamente raffiguranti la Solitudine, la Precarietà e la Morte. Temi sempre molto attuali.
Col tempo arriviamo ad Harvard nel 1975. In una conferenza Muhammad Alì (1942-2016) risulta più sintetico dei due precedenti italiani. Chi avrebbe mai sospettato che un campione dei pesi massimi si sarebbe appellato il titolo di poeta ermetico? Il verso è “Me, We” (“Io, Noi”) due pronomi – e a vederlo bene graficamente, un semplice capovolgimento della lettera “M”. Venne pronunciato dopo la richiesta di recitare una poesia, e Alì rispose dopo un gran silenzio con queste due monolitiche parole. Superò anche la poesia inglese più breve mai scritta, scritta da Strickland Gillilan (1869-1954), dal titolo L’antichità dei microbi che diceva solo tre parole “Adamo ne aveva”. Lines on the Antiquity of Microbes: Adam / Had ’em.

Per la storia di Me, We clicca qui.

Nel 1966 però in Italia Franco Fortini (1917-1994) ci aveva stupito con il verso/sillaba: “No” dedicata a e intitolata Carlo Bo, dato il contrasto delle proprie idee nei suoi confronti. Diviene così la poesia italiana più breve ad oggi. Appare nel libro L’Ospite Ingrato.
C’è chi però aveva osato di più. Nel 1965 Aram Saroyan (1943) aveva scritto il neologismo “Lighght” (in inglese “luce”, ma anche “leggero”). Il genio di Saroyan è proprio in quel “gh” impronunciabile e silenzioso. Più lo si allunga (ad esempio “ghghghghghghghgh”) più la luce cresce e la leggerezza aumenta. Si arriva così a l’illuminazione che è il significato, a mio avviso, più vicino a quello della Poesia.
Ma non finisce qui. Aram Saroyan entra nel Guinness dei Primati con una poesia che non si può scrivere con nessun alfabeto. È una sola lettera, una “m” con una stanghetta in più, che si può leggere come “i’m”, ossia “io sono”. Siamo al minimalismo poetico. Ed è sempre il 1965.

Per m di Aram Saroyan clicca qui.

È su questo che mi sono fermato da un po’ di tempo. Quella “m”. Capovolta dalla critica, allungata da un poeta, trasformata in uno spazio. Volevo a tutti i costi sorpassare quel limite e ho pensato di scrivere:
“.”
Un semplice “punto”, in quanto: la poesia è.
Ma come la “m” di Saroyan mi sembrava troppo chiuso, autoreferenziale. Serviva qualcosa di più vasto, enorme, ma altrettanto secco e breve.
Se non una lettera, o un simbolo di punteggiatura, solo stamattina ho deciso di cominciare a scrivere la poesia più breve mai scritta. Eccola qui:
“ ” No, non sono quelle due virgolette senza il punto di prima. Quelle virgolette la racchiudono, dovete toglierle.
La poesia è uno “spazio”.
È digitata con la barra spaziatrice – per vederla sul computer bisogna attivare il piede di mosca – se scritta a penna invece è solo un vuoto. Non ha foglio, non ha scrivania, proprio come il poeta non dovrebbe averne. È uno spazio tra le dita, tra due denti, tra due corpi. È soggettivo e universale allo stesso tempo.
Come si fa a valutare lo spazio di una poesia?
Riporto l’esempio dello spazio tra i seni di una donna: è uno spazio creato da ciascun seno, è profondo, infatuante, accogliente, ma come si fa a stabilire se quello spazio è tanto o poco? Non ci sono standard per gli occhi del mondo intero. Oppure lo spazio che intercorre tra il naso e un labbro, lo spazio creato dietro il ginocchio, lo spazio di una mano che chiede, lo spazio che è la crepa stessa in un muro.
Si può dire che lo spazio di una poesia non ha unità di misura, è il lettore con la sua interpretazione a stabilire quanto sia grande o piccolo, corto o lungo. E quanti spazi ci siano.
“Quindi questa poesia può scriverla chiunque?” vi chiederete.
Il bello è proprio questo. Quello spazio scritto è unico, come unici sono i tagli di Fontana. Ognuno può riprodurli ma i suoi tagli rimarranno sempre quelli, come unici rimarranno quelli riprodotti.
Quello è il mio spazio, spetta a voi leggerlo o farci dentro ciò che volete.








pubblicato da j.costantino nella rubrica poesia il 29 ottobre 2020