Le civette impossibili

Teo Lorini



L’esordio di Brian Phillips è un oggetto librario arduo da definire.
Gli otto segmenti che lo compongono non sono solo reportage né soltanto dei diari di viaggio, ma una mescolanza di entrambi, alla quale si mischiano ancora passaggi di fulminante riflessione storico-sociale, spunti autobiografici e repentini squarci sugli interessi personali di un autore dalla curiosità insaziabile.
Per fare un esempio, durante il soggiorno in Giappone per ammirare le gesta di Hakuhō Shō, lottatore mongolo asceso al grado di yokozuna, il più alto per un sumōtori, Phillips (i cui genitori proprio in Giappone s’erano incontrati e sposati, durante la ferma militare del padre) si appassiona alla vicenda del teatrale colpo di stato mancato con cui s’è conclusa l’esistenza di Yukio Mishima. Scopre che Hiroyasu Koga, l’ultimo membro del commando con cui il romanziere aveva requisito l’ammiragliato dell’Esercito di Autodifesa nipponico, lo stesso giovane seguace cui era toccato decapitare, a conclusione del rituale seppuku, sia Mishima sia il suo braccio destro e amante Morita, ha cambiato nome e abita a sei ore di shinkansen da Tokyo. Da quel momento il torneo di Sumo dove Hakuhō vince un incontro dietro l’altro, aggiungendo un altro capitolo alla propria leggenda, appare progressivamente meno importante di un ipotetico incontro (ma a che titolo? e in quale lingua?) con Koga, il decapitatore.

Con lo stesso onnivoro interesse, Phillips approfitta di un viaggio in India sulle tracce delle micidiali mangiatrici d’uomini, le tigri, capaci di camuffarsi come nessun altro animale (“Forse non mi avete visto” avverte una tigre disegnata su un cartello per turisti all’uscita da un parco naturale “ma non siate delusi: io ho visto voi”) e ci racconta della popolazione di un villaggio che aveva inventato una maschera d’argilla con fattezze umane da mettere sulla nuca perché la tigre del bengala colpisce solo alle spalle: il trucco è durato pochi mesi, poi le tigri hanno capito e hanno ripreso la loro caccia mortale. Oppure ci spiega che Viagra deriva dal sanscrito vyaghra, che significa proprio tigre. Racconta l’Inghilterra partendo dall’elenco degli oggetti contenuti nelle inseparabili borsette di Elisabetta II (cucite tutte dalla stessa azienda - la londinese Launer - secondo un disegno identico da decenni, e all’interno delle quali c’è sempre un gancio per appendere la borsetta, sulla cui ventosa la sovrana non disdegna di sputare) e ancora approfondendo via via le celebri mises color rosa, magenta o verde lime, le diverse bandiere che segnalano la presenza della regina in ciascuno dei suoi palazzi o dei suoi castelli, il motivo per cui i sudditi della Gran Bretagna si fanno andare bene anche il Principe consorte, «quel pezzo d’antiquariato, cadaverico, razzista e snob», capace però di fare ridere Elisabetta I «stando dietro di lei, parlando fuor dai denti al pubblico più ristretto del mondo».

Le civette impossibili racconta viaggi in territori remoti o ardui da raggiungere: la vastità dello Yukon; la sfuggente Area 51, in pieno deserto del Nevada, con la sua base militare impenetrabile; i territori sterminati dell’Alaska attraversati dall’Iditarod, una gara di slitte trainate da cani, una randonée di 1800 km a oltre -30 °C, così antica che perfino i nativi hanno dimenticato il significato del suo nome; le isole Diomede, due scogli contrapposti, di proprietà uno della Russia, l’altro degli Stati Uniti e divisi da un braccio di mare di mezzo chilometro (peraltro quasi sempre ghiacciato) nel mare di Bering. Allo stesso tempo però questo libro straordinario trova posto per esperienze domestiche e personalissime, che diventano paradigmi universali, come nel capitolo in cui Phillips rievoca la sua adolescenza trascorsa negli spazi vasti, irreali, dimenticati di una cittadina di provincia in Oklahoma: un vasto e sparpagliato patchwork di villette suburbane e centri commerciali sorto al posto dell’immenso territorio sottratto ai Cherokee e colonizzato con la leggendaria Land Rush del 1899. Cosa ha significato, per un abitante di quella sorta di non luogo, impattare, nei primi anni ’90, con X-Files, la serie TV di Chris Carter interamente fondata sull’ossessione per il complottismo? Quanto della paranoia che l’autore di X-Files aveva intercettato è parte della diffidenza istintiva, dell’avversione cieca con cui almeno tre generazioni di americani guardano alle élites che abitano le grandi città, al governo di Washington, all’amministrazione federale, in una parola allo Stato? «C’era qualcosa che non andava nel governo. In Oklahoma lo sapevamo tutti. Qualche ingiustizia o qualche squilibrio, qualche difetto troppo profondo per nominarlo. Ne parlavano i silos, ne parlavano i camion, ne parlavano le grandi e cedevoli balle di fieno e i pozzi di petrolio che scrollavano le spalle all’orizzonte lo pensavano ma non sapevano che dire. La tv sopra al videogioco di Super Mario Bros da Mazzio’s Pizza trasmetteva una sequenza senza fine di poliziotti che agitavano i manganelli, L.A. in fiamme, la Bronco bianca di O.J. Simpson che scivolava sull’autostrada, gli incendi ai pozzi petroliferi in Kuwait. E quando i nostri padri, certe volte, avvicinavano i tavoli per stare tutti insieme, facevano bruschi sorrisi sopra le pizze e parlavano di tasse e dicevano che stava arrivando l’ora di cambiare».

C’è qualcosa nella scrittura di Phillips che richiama un altro grande narratore di viaggi e di incontri, William Vollman. Ma se pari è la loro curiosità per località remote e per uomini dalle storie uniche, Phillips ci appare come un Vollman meno maniacale, più empatico, capace di mantenere un equilibrio in cui il nuovo non è mai alimento delle proprie ossessioni ma sorpresa accolta con il cuore e l’intelletto assieme: «Dick Newton è venuto da me e mi ha detto: “E tu chi sei?”, ma non in modo ostile, semplicemente nel modo in cui uno che ha ottantadue anni e ancora se la cava ogni giorno in mezzo alla natura selvaggia dell’Alaska, non si sente tenuto a sorridere più del necessario solo perché incontra un ragazzetto che sa ordinare una pizza con lo smartphone». Oppure, dopo l’arrivo dell’Iditarod, quando i due primi classificati «mangiano cheeseburger e scherzano, con un’aria complice di meraviglia. Essendo l’evento che più si avvicina all’esperienza di una lunga e brutale calamità, l’Iditarod è forse anche l’unico capace di amplificare la consueta euforia sportiva con il più elementare sollievo umano» e così i due concorrenti si scambiano racconti delle rispettive allucinazioni, visioni nelle quali, a un certo punto, hanno avuto visioni l’uno dell’altro «che a suo modo è una cosa molto bella».

In questo reportage, senz’altro il più spettacolare del volume, Phillips alterna la cronaca di una corsa in cui in gioco c’è, molto semplicemente, la sopravvivenza con una serie di squarci riflessivi folgoranti: «Gli abitanti delle zone remote dell’Alaska hanno una sensibilità totale e indifesa nei confronti degli sconosciuti, come se l’isolamento avesse impedito loro di rendersi insensibili alla presenza degli altri. Quando cammini per strada a Manhattan riesci magari a intuire che ogni persona che incroci è una costellazione di memorie e sensazioni vasta come quella che hai dentro tu, ma è impossibile apprezzarla davvero. Vivere fra la folla ci anestetizza all’effetto dei volti. La terra incognita di ogni sguardo, come la chiama Saul Bellow. Ma se fai due passi nell’Alaska remota, anche solo per comperare un sacchetto di patatine al negozio del paesino, spesso la reazione che ottieni è tipo: SALVE, VASTO E TERRIFICANTE COSMO DELLA PERSONALITÀ. I varchi sono spalancati».
Sarebbero ancora decine, i passi da citare, per rendere un’idea di questa scrittura cristallina e assieme evocativa ma significherebbe anche rovinare il piacere della scoperta.
A più riprese, mentre leggevo Le civette impossibili, mi sono chiesto a cosa fosse possibile paragonarlo. La risposta mi è apparsa d’un tratto, inequivocabile: i documentari migliori di Werner Herzog, quelli in cui ci racconta il tentativo, fallito, di esplorare le cascate Kaieteur (Il diamante bianco, 2004), la sua permanenza su Guadalupa evacuata e in procinto di esplodere (La Soufrière, 1977), la visita sull’orlo dei crateri, a un passo dal fiume di lava (Into the Inferno, 2016) o un viaggio in Antartide dove, più ancora del paesaggio irreale e del gelo onnipresente, lo sguardo di Herzog è attratto dalle storie degli uomini che si sono recati in quell’avamposto ai confini della Terra.
Ecco, se Herzog, anziché dirigere Incontri alla fine del mondo (2007), l’avesse scritto, il risultato non sarebbe forse molto diverso da questo libro meraviglioso.

Brian Phillips, Le civette impossibili, Adelphi, pp. 315, euro 20








pubblicato da t.lorini nella rubrica libri il 25 ottobre 2020