Le Corbusier in Calabria

il film breve di Fabio Badolato e Jonny Costantino con uno scritto di Vito Teti



Proponiamo ai lettori del "Primo amore" la visione Le Corbusier in Calabria su impulso pubblico di Vito Teti, quale antidoto visivo al recente Calabria terra mia di Gabriele Muccino, al fine di mostrare – con le parole di Vito – «la pluralità di sguardi sulla Calabria, nonché la possibilità di fare cinema, inchieste, documentari con pochi soldi e con tanta passione». Le Corbusier in Calabria è una suite visiva per cui sono nate otto suite musicali di otto diversi musicisti. Proponiamo la versione con la "colonna sonora" di Rita Deiola (berimbao) e Rocío Rico Romero (voce).

Le Corbusier in Calabria lo abbiamo sfornato nel 2009. I suoi undici minuti in super8 sono il frutto di tre anni, i precedenti, di viaggi in macchina lungo la costa ionica e l’entroterra calabrese, a scandagliare quello che per Fabio e per me, cugini autoctoni, era un paesaggio esteriore nonché interiore. A guidarci nelle nostre scorrazzate tra ecomostri e paesi abbandonati, tra tondini arrugginiti e albe mozzafiato è stato un libro, Il senso dei luoghi. Memoria e storia dei paesi abbandonati, di colui che non era ancora il "nostro" Vito bensì il leggendario Prof Teti, autore di questo e altri testi-non-solo-sulla-Calabria che per la BaCo-e-non-solo erano e sono degli autentici cult. Nel corso di quelle tre estati, con incursioni primaverili e autunnali, cambiavano le automobili dalle quali giravamo i camera-car e cambiavano le pellicole, alcune scadevano (abbiamo filmato anche con pellicole scadute), ma quel libro restava sempre con noi, via via più provato e arricciato dal sole e dalla salsedine. Terminato il montaggio del film, contattammo l’esimio antropologo per chiedergli se fosse disposto a vederlo ed eventualmente – qualora lo avesse toccato – se avesse voluto onorarci di «qualche riga» per il catalogo di una nostra imminente mostra: una mostra incentrata sul progetto anche fotografico e musicale Le Corbusier in Calabria. Ci rendemmo conto di aver colto il rinomato meridionalista alla sprovvista, nonostante la cordialità con cui ci accolse. Era appena rientrato da un viaggio in Russia ed era naturalmente stra-impegnato. Come se non bastasse, quei due sconosciuti gli chiedevano di far loro l’onore imponendogli (se mai avesse accettato) una scadenza infame: il catalogo doveva andare in stampa entro nemmeno una settimana. Vito Teti ci rispose che avrebbe cercato di vedere il film ma che gli sarebbe stato quasi impossibile scriverne per una questione di tempi, ammesso e non concesso che l’opera avesse suscitato in lui un qualche interesse. Quanto a un compenso in denaro (che è routine proporre quando si chiede un contributo per un catalogo), ci sarebbe sembrato volgare offrirglielo, al limite dell’offensivo, considerate le altezze dove collocavamo l’imbattibile e integerrimo calabresista che è pure un ispirato fotografo. Eravamo artisti che si rivolgono a un artista. Ma devo aggiungere, devo farlo per onestà, che un compenso a Vito Teti che non fosse simbolico esorbitava le nostre magre finanze. A ogni modo, miravamo, senza sperarci troppo, al colpaccio: l’affinità elettiva. Un paio di giorni dopo ci arrivò una mail di Vito. In allegato c’era il luminoso e penetrante scritto che pubblichiamo di seguito, Lampi tra le rovine. Il lettore può immaginare la sorpresa e l’emozione di coloro che all’epoca erano due cineasti, se non alle alle prime armi, quasi. Grazie a Le Corbusier in Calabria è nata con Vito Teti una profonda amicizia e s’è instaurata un’altrettanto profonda sintonia poetica che sta per dare nuovi frutti in un progetto che ci riporterà on the road e stavolta non con un libro di Vito ma con Vito in carne e ossa. Anche per questa ragione Le Corbusier in Calabria ci è particolarmente caro. (JC)

LAMPI TRA LE ROVINE

Sequenze in successione di paesaggi mobili, macchina a mano che si «addentra» nel cuore della terra e dei luoghi, riprese da fermo in piano-sequenza, fermo-immagini. Un montaggio serrato e, a tratti, soffocante. Schegge e squarci di luce e di oscurità. “Effetto filtro” – scaturito dalle messe a fuoco e dai tempi delle pellicole – che accentua un senso di vuoto e di solitudine. Questo bello e intenso Le Corbusier in Calabria di Fabio Badolato e Jonny Costantino impasta, mescola, sovrappone paesaggi di terra e di acqua, ombre e chiaroscuri, colori opachi e colori intensi, bellezze naturali e segni delle rovine prodotte dall’uomo, arbusti e ferri svolazzanti, erbe e scheletri nudi di cemento, piccoli paesi abbandonati o in abbandono che sembrano dormire e case vuote, sventrate, nate come rovine che non accolgono e non guardano nulla. Un treno, un motocarro, una scritta Campari in un luogo ormai non più luogo, una strada interrotta che, forse, non è stata mai aperta, i tanti ferri arrugginiti che svettano al cielo, insidiati da una natura in attesa di riprendersi e di avvolgere quello che le è stato sottratto.

Chi sta osservando questo scenario da dopo-catastrofe? Chi fissa e racconta, a volte fuggendo, a volte con sguardo fermo e sgomento, una fine immanente o già avvenuta? Qualche superstite? Un sopravvissuto? Un ultimo abitante che custodisce la memoria dei luoghi? La macchina da presa corre quasi a voler raffigurare una terra in fuga, inquieta, ansiosa, e poi indugia e descrive i resti e le reliquie della post-modernità, quasi a voler restituire alla natura la capacità di cancellare le rovine provocate dall’uomo. L’incubo che ci assilla non avviene in un sogno. È davanti a noi, nella realtà. La cronaca e le vicende recenti – lo scandalo delle navi “tossiche” affondate a largo delle coste calabresi – sembrano dare consistenza ai demoni che ci tormentano.

Non siamo più, ormai è chiaro, dinnanzi alle rovine segno del passato, reperti identitari, memoria e ricordo, insegnamento o ammonimento, con una loro funzione pedagogica. Non siamo più davanti allo «sfaciume» provocato da una natura a volte felix, altre volte difficile, generosa e ingenerosa, resa sempre più ostile dall’intervento dell’uomo. Siamo di fronte a una sorta di «the day after», a un dopo-catastrofe, e la Calabria pare condannata a diventare metafora delle rovine di un Occidente votato all’autodistruzione. Il mare e le montagne sono state trasformate in pattumiere, discariche, depositi di scorie radioattive e sostanze inquinanti. Delitto e suicidio. Perché le ecomafie, i traffici delle multinazionali, le ‘ndranghete, le complicità degli uomini di affari e di tanta politica non assolvono le popolazioni. Che, se non sono state complici, sono state distratte, indifferenti, apatiche. Che lamentano dopo quello che andava denunciato prima, per tempo.

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Di fronte a questo scenario, forse, non possiamo che partire, ripartire, da un discorso di verità, dalla capacità di dire cose anche per noi scomode, dalla necessità di assumerci le nostre responsabilità, di non raccontarci favole, come ricordava Franco Costabile.

Non è un viaggio comodo e scontato, allora, questo dei due artisti, in una Calabria esotica o leggendaria, favolosa ed Eden in terra; non è l’ennesima tentazione a disegnare cartoline patinate, ma nemmeno la consueta sterile denuncia delle devastazioni. È un viaggio breve (la sintesi di tanti viaggi) ma denso, condensato, essenziale, nelle viscere di questa terra, nelle sue profondità e nel suo cielo, nel suo sottoterra e nelle sue luminosità. Un viaggio dall’interno, all’interno e interno. Ne viene fuori una Calabria colta nelle sue sfumature, nelle sue luci e nelle sue ombre, nei suoi contrasti.

La Calabria ossimoro, terra di contraddizioni e di ambivalenze, delle identità e delle disidentità, che soltanto uno sguardo superficiale ti presenta in maniera granitica. Terra bruciata dal sole e bagnata dalle piogge, degli inverni rigidi e delle stagioni calde, degli ottocento chilometri di costa e del novanta per cento del territorio montano e collinare, del radicamento e delle fughe, degli abbandoni e delle continue pazienti riparazioni, del tutto è accaduto e del niente accade mai davvero, della limitatezza e dell’infinito, dello stupore e dello sgomento, dell’estrema larghezza e dell’interminabile lunghezza, dell’adesso vengo e del non arrivo mai, della pietas profonda e delle violenze più cupe, degli amori e degli odî interminabili o effimeri, del planctus religioso e utopico e delle bestemmie più terribili, delle più sincere benedizioni e delle più atroci maledizioni. La Calabria delle mille attese e delle mille delusioni, delle tante speranze e dei tanti disincanti. Ogni cosa può diventare il suo contrario.

Le sequenze del film mi hanno rinnovato un sofferto senso dei luoghi, e anche il desiderio di uscire dalle retoriche, dalle immagini belle e confezionate, dalle riduzioni e dalle esasperazioni. Dai tempi del Grand Tour ai nostri giorni, dal passato lontano ai tempi attuali, esistono immagini che sovraespongono o sottoespongono questa terra, ma di rado hanno avuto la capacità di cogliere differenze, luci ed ombre, Persefone e Demetra. Morte e rinascita, partenze e ritorni.

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Il film ci ricorda che sono mille i modi di guardare la Calabria – con amore e con rabbia, con affetto e disincanto, con indulgenza e ostilità – tutti legittimi, appartenenti alla storia e al vissuto di chi è partito e chi è rimasto, ma che hanno dignità d’attenzione soltanto quando, come in questo caso, le immagini ti catturano, t’inchiodano, ti fanno pensare, ti provocano uno shock e non ti affidano certezze né nulla di scontato. Velocità e lentezza, sequenze serrate e inquadrature fisse e lente. La fretta non aiuta a vedere, e soltanto uno sguardo lento e pacato, duro e “pietoso”, attento ed errabondo ti consente di cogliere, appunto, bellezze e rovine.

Ho visto o rivisto o riguardato – colto e raccontato con un altro linguaggio, con immagini dure e poetiche – la “mia” Calabria fatta di sogni e di incubi, di verità e di visioni.

Passi veloci e ansiosi, come nelle processioni con i santi che corrono, assieme a soste ponderate e attente concorrono a far riguardare le cose, un paesaggio raccolto e sbriciolato, compatto e frammentato.

L’inquadratura del mare azzurro, denso, luminoso – che sembra invitare a un tuffo liberatorio e invece cela l’attesa (metafora di un’attesa più antica e di una pazienza infinita?) del treno che sta per passare – mi ha fatto venire in mente certi dipinti di Enotrio. Il grande pittore calabrese, scomparso ventuno anni fa, col suo sguardo pulito e nitido, cercava di restituire al paesaggio la sua naturalezza e sobrietà in un periodo in cui ancora (come diceva Alvaro) paesaggi, paesi, uomini, cose rinviavano a uno stesso ordine. Enotrio prosciugava, in maniera utopica, la Calabria della sua infanzia e delle sue visioni dalle scorie di una modernità che stava arrivando con il volto della devastazione.

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Allora era ancora possibile immaginare che le popolazioni potessero salvaguardare, avere riguardo di paesaggi, marine, paesi che pure, nella loro desolazione e solitudine, sapevano offrirsi con dignità, con sobrietà, con fiduciosa attesa.

Nessuna inautentica nostalgia, ormai, è più consentita. La nostalgia, forse, andrebbe declinata al futuro, dovrebbe tornare come utopia, come critica del presente e come speranza. Non è più possibile chiudere gli occhi o apparire complici di quanto sta avvenendo.

Non so se siamo ancora in tempo e se la salvezza possa arrivare ancora da queste bellezze, rintracciate, indicate dai due registi con delicatezza e con parsimonia, con rispetto, quasi con timore. Non esistono ricette se non quelle che noi riusciremo a scrivere. Bisogna provare a raccontare, come fanno Fabio Badolato e Jonny Costantino, con persuasione e senza retorica, con uno sguardo fisso e mobile, aperto e chiuso, lontano e vicino, da fuori e da dentro. Mi giunge un certo sollievo nel vedere che non tutti hanno rinunciato a uno sguardo sincero, sofferto, capace di provocare domande e inquietudine, disposto a individuare le nostre rovine, interiori ed esteriori, senza catastrofismo. Si avverte l’urgenza di un nuovo sguardo, di un nuovo riguardo. Degli altri, di noi stessi, di quelli che arrivano, di quelli che partono, della terra, dei fiumi, della vita, non dimenticando una storia di difficoltà e di contrasti. Occorre camminare con delicatezza e con convinzione lungo la linea d’ombra che – come in questo film – separa il cielo dal baratro, l’altezza dall’abisso, la luminosità dalla ruggine, la perdizione dalla salvezza. C’è bisogno, forse, di una narrazione che sappia cogliere la verità dell’incubo e anche lo spazio del sogno.

Le Corbusier in Calabria andrebbe mostrato nelle scuole calabresi, agli insegnanti e ai giovani. Non è solo un bel racconto per immagini, ha molto da suggerire sulle bellezze del nostro paesaggio e sul rischio che venga distrutto, sulla necessità di guardare davvero con la mente e con l’anima, e offre impensati spunti di meditazione per affermare il senso delle regole, della legalità, dell’etica, senza le quali la bellezza che vorremmo cogliere e coltivare appare impossibile.

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Lampi tra le rovine è originariamente apparso in Le Corbusier in Calabria (catalogo + dvd, BaCo Productions 2009), insieme ai testi del poeta Domenico Brancale e del pittore Flavio de Marco. Gli autori delle suite musicali sono (oltre a Rita Deiola e Rocío Rico Romero): Raffaele Amenta, Pietro Babina, David Barittoni, Mario Crispi, Alberto Fiori, Antonio Iasevoli e i Fratelli Mancuso.

Le Corbusier in Calabria è anche un progetto fotografico. Alcune info sulle foto le trovi qui.








pubblicato da j.costantino nella rubrica cinema il 24 ottobre 2020